Iquitos, tra il rio delle amazzoni e Banana Joe ( Viaggio in Perù – cap. 12)

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Esistono due modi per raggiungere Iquitos: il primo, il più affascinante, consiste nel risalire lungo il rio delle Amazzoni o uno dei suoi 250 affluenti; il secondo invece implica l’uso dell’aereo. E, invero, quando atterriamo nel piccolo aeroporto del capoluogo della regione di Loreto, ci facciamo subito una opinione sbagliata del posto in cui ci apprestiamo a vivere la più bizzarra avventura del viaggio.

Prima di imbarcarci a Lima – città in cui siamo arrivati ieri sera dopo aver preso un altro volo da Cuzco – Lalli aveva aveva fatto amicizia con una distinta signora costretta a recarsi mensilmente nella capitale peruviana per sottoporsi a delle cure mediche. Per questo le avevamo portato la valigia e l’avevamo salutata con la massima cordialità.

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Orbene – mentre ora siamo in attesa dei bagagli sull’unico nastro dell’aeroporto – questa stessa signora viene a cercarci di nuovo  per fermarsi nuovamente a parlare con Lalli e per chiederle tutti i suoi recapiti.

Conseguentemente, nell’uscire dal suddetto aeroporto continuando a dialogare amabilmente, quasi non ci rendiamo  conto di essere in una terra di confine in cui la civiltà non ha ancora vinto gli spazi della natura e la grande foresta amazzonica continua a dare ospitalità a centinaia di migliaia di specie animali diverse.

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Iquitos, con i suoi quasi 400mila abitanti, è infatti la più grande città al mondo a non essere collegata via terra a nessun’altro centro abitato. Siamo, tuttavia, al lato del rio delle amazzoni, al centro di una grande via di collegamento che può portare a Manaus, la capitale della gomma, e  poi fino all’oceano atlantico.IMG_4804

Inoltre le strade sono continuamente sottoposte ad un flusso continuo di mototaxi, in sostanza delle apecar sulle quali vengono montati i motori di moto d’annata, che rendono la città un enorme vespaio che ricorda il sudest asiatico.

E, invero, il nostro arrivo non è del tutto fortunato:

prima il tassista sulla cui vettura siamo saliti all’uscita dell’aeroporto, dopo aver capito che con noi non guadagnerà alcuna commissione con alberghi e agenzie, ci molla in una piazza a caso dicendoci che era quella in cui avevamo chiesto di andare; dopodiché – appena appiedati – ci ritroviamo ad essere  osservati da decine di occhi che seguono ogni nostro passo come se producesse un particolare tintinnio di monete d’oro.

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Tanto è vero che, mentre iniziamo la ricerca di un posto decente per dormire, sono costretto addirittura a spiegare per tre volte ad un ragazzo – che ci segue in mototaxi – che noi siamo poveri e che, se vuole fare qualche affare, farebbe meglio a cercarsi un gringo. Un altro giovanotto,  invece, inizia a seguirci a piedi e, quando ci fermiamo per farlo passare avanti, quasi si arrabbia e mi dice “è la mia città, posso passeggiare dove voglio”.

Insomma, qui sono abituati a cacciare di tutto, anche i coccodrilli, e forse pensano che noi facciamo parte della cacciagione,ma la verità è che non hanno capito che siamo più tosti di loro.

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E’, tuttavia, con sollievo che ci liberiamo del caos di Iquitos e iniziamo la nostra navigazione lungo il fiume Nanay per poi immetterci nel rio delle Amazzoni.

La nostra imbarcazione fa lo stesso rumore di un trattore.

Ciò nonostante si infila agilmente anche lì dove la profondità del fiume è minima.

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E, invero, grazie alla sua forma affusolata, possiamo fermarci ovunque vogliamo sulle sponde di un fiume in cui vediamo molte persone fare il bagno per resistere alla forte umidità.

Mi aspetto che, da un momento all’altro, spunti fuori  Banana Joe con il suo carico, ma – siccome non passa – credo che abbia avuto dei problemi con un pinco pallino qualsiasi.

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Noi, intanto, sbarchiamo su un’isoletta, credo che la chiamino isola paradiso, dove facciamo la conoscenza di alberi alti oltre cinquanta metri e di una tribù locale. Nel mentre un ragazzone chiatto chiatto e una testa gigante ci segue con la sua macchinetta finché la selva si impadronisce completamente del sentiero e ci conduce davanti ad una cascata.

Dopodiché sostiamo all’Amazon Camp, il villaggio su palafitta che abbiamo deciso di eleggere a nostra base operativa.

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La pausa però dura poco, perché riprendiamo subito la barca per andare a pesca di piranha.

La barca, in fondo, è la grande protagonista della nostra spedizione e io, nel corso delle traversate più lunghe, finisco persino per addormentarmici sopra.

Del resto a bordo c’è anche una bella amaca ed è fin troppo invitante per non essere sfruttata quando l’alba ci dà la speranza di poter avvistare i delfini rosa.

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Tutto ha una dimensione dilatata in questa parte del mondo: così come gli alberi  sono enormi allo stesso tempo anche il tempo scorre più lentamente.

Dare da mangiare ai coccodrilli e ai piranha come se fossero degli animaletti da compagnia è sicuramente una esperienza, ma lo è ancora di più avvistare il bradipo, l’animale più lento del mondo che ti guarda con gli occhioni e poi si addormenta mentre lo tieni in braccio. Dorme fino a 18 ore al giorno ed ha la mia stima incondizionata. Allo stesso modo non può non fare simpatica  quello che qui chiamano el paiche ( in italiano arapaima gigante), il più grande pesce al mondo di acqua dolce: può arrivare fino a 200 kg, ma non fa paura e, in fondo, è una specie di mucca con una bocca enorme che nuota.

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Di contro i pappagalli si comportano come dei guappi zampettando in giro e spiandoci sdegnosi da un albero che hanno eletto a loro punto di osservazione. E’ per questo che, quando sbarchiamo sull’isola delle scimmiette, preferisco fare amicizia con loro. Troviamo anche un ghepardo che dorme e un’anaconda, ma in questo caso è meglio girare alla larga. Non si sa mai.

Eppure, nonostante i sopracitati avvistamenti, gli unici animaletti che mi fanno compagnia per tutto il periodo di esplorazione sono gli insetti, maledetti insetti che – senza farsi vedere – piano piano mi stanno spolpando vivo.

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Epperò per i Boras, una delle tribù più famose di questa parte di Amazzonia, gli insetti sono una risorsa.

E, invero, quando arriviamo nel loro villaggio, lo constatiamo da vicino.

Rafael, il loro capotribù, è stato anche in Italia, precisamente a Loreto, per promuovere la regione amazzonica e per far conoscere pure i suoi medicinali a base di insetti, ma non possiamo fermarci a lungo.

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Iquitos ci aspetta nuovamente e, dopo essere tornati al porto, prendiamo un altro mototaxi fino alla plaza de Armas.

C’è tanta spazzatura e puzza ai bordi della strada e il caldo non aiuta. Il mercato di Belen, infatti, è qualcosa di orribile e io quasi vomito per gli odori tremendi che avverto.

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Ciò nonostante a Iquitos, prima di andarcene, ci aspetta un ultimo incontro:

la signora dell’aeroporto ha contattato Lalli e ci aspetta nella plaza de armas assieme a sua madre e sua figlia.

Per l’occasione non è andata a lavoro e sostiene che non vedeva l’ora che  tutta la sua famiglia ci conoscesse come se fossimo chissà chi ( a dire il vero, ad essere tessuta di lodi è Lalli: io mi sono preso solo qualche complimento collettivo per estensione).

Noi però, da occidentali diffidenti quali siamo, non riusciamo a spiegarcelo.

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Perché tanto interesse nei nostri confronti?

Perché ci ha voluto rivedere per forza?
Perché si è portata dietro tutta la sua famiglia?

E chi lo sa!
Mentre ce lo chiediamo, è già arrivato il momento di fermare un altro mototaxi, salirci su e lasciarci alle spalle il ricordo dei tramonti eterni della foresta amazzonica.

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6 risposte a “Iquitos, tra il rio delle amazzoni e Banana Joe ( Viaggio in Perù – cap. 12)

  1. La selva amazzonica…..che esperienza incredibile. sarebbe bello partire da iquitos e arrivare sull’oceano atlantico navigando lungo il rio delle amazzoni. immagino i barconi pieni di frutta e gomma che arrivano fino a manhaus.

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  2. Pingback: Iquitos e la selva peruviana ( video). | Narrabondo·

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