7 giorni in Suriname. Un viaggio senza itinerario.

IMG_5208.JPGNon mentite:

Alzi la mano chi sa qualcosa del Suriname!

Ai più – ne sono sicuro – questo paese evocherà i peggiori incubi scolastici, allorquando temevamo che la professoressa di geografia  volesse metterci in difficoltà chiedendoci qualche stato dell’Africa centrale, ovvero appunto una delle “tre guyane”.

Più in particolare il Suriname tra le tre guyane è quella sta in mezzo ed è nota anche come guyana olandese in quanto,  dal 1667 al 1975, è stata una colonia dei Paesi Bassi. Dopodiché, fino alla caduta dell’Urss, è stata ostaggio di una dittatura comunista e solo negli ultimi ventisei anni il paese ha scoperto il gusto della libertà di voto.

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La sua popolazione conta appena 550 mila abitanti con una capitale molto carina, Paramarido, che ne ospita quasi la metà.

La lingua ufficiale, manco a dirlo, è l’incomprensibile olandese, anche se sono molto diffuse anche altre lingue – per me parimenti incomprensibili – quali lo sranan tngo, l’hindi, la saramacca e il giavanese ( insomma, ci sono quasi più lingue che abitanti,ndr).

Perché scegliere, dunque, di andare in un paese tanto peculiare?

In internet non ci sono molte informazioni su questo paese, segno che il turismo – nella specie quello italiano – non è una risorsa su cui conta l’economia del Suriname.
E, invero, ogni anno non ospita più di centomila visitatori circa.

Eppure, proprio per questo motivo, ha iniziato a incuriosirmi e mi sono chiesto: possibile che tanta gente sogni di andare in Sud America e le tre guyane, che costituiscono la propaggine settentrionale dell’Amazzonia, se ne stiano in disparte perché non hanno nulla di bello da offrire?IMG_5077.JPG

Investigando investigando ho così scoperto che il Suriname è uno stato multietnico e in cui è possibile trovare etnie indiane, africane,  creole, indonesiane, afro-americane, cinesi, inglesi ed olandesi.

Inoltre io, che subisco il fascino dei segreti che nasconde il più grande polmone verde del mondo, avrei tanto voluto esplorare un altro angolo della foresta tropicale risalendo fiumi, varcando paludi, studiando piante e osservando uccelli.

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Ciò premesso, questo paese non è raggiungibile direttamente  dall’Italia.  Per arrivarci bisogna obbligatoriamente fare scalo nella Guyana francese, ad Amsterdam,  a Miami o in Brasile. Il suo unico aeroporto internazionale è a Paramaribo che, come già esposto, è la capitale  ed ospita la metà degi abitanti del Suriname

A differenza di quanto ci si possa aspettare, Parbo ( così è chiamata dai suoi abitanti, ndr) è una città molto carina e a modo.

Se si escludono certe strade trascurate, persino ordinata ed elegante.

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GIORNO 1

La sua visita non può che iniziare da piazza dell’Indipendenza per poi ammirare il palazzo del presidente della repubblica, il Palmentium, un  parco pieno di palme altissime che mi riporta con la mente  ad Elche in Spagna, e una fortezza  costruita dagli inglesi prima dell’arrivo degli olandesi. Dopodiché vale la pena passeggiare  sul lungofiume del Suriname fino alla  sua foce. Durante il tragitto, si può fare una deviazione per visitare il mercato centrale tipicamente Sud Americano. E’, tuttavia, il  centro storico con i suoi edifici coloniali in legno e con i balconi a sbalzo a rendere la visita particolarmente interessante e a giustificare il motivo per il  quale è stato dichiarato  patrimonio della umanità dall’Unesco. Tra le costruzioni in legno vi è anche la chiesa di San Pietro e Paolo che, tra l’altro,  è la Chiesa in legno più grande del mondo. Devo dire la verità, la città è bella, ma la popolazione locale sembra davvero schiva e un pochino scorbutica, forse anche per via della circostanza che gli stranieri di passaggio da queste parte rimangono una mera eventualità.

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GIORNO 2

Lasciata Pardo dopo una giornata  volta ad assorbire il jet lag, nonché finalizzata ad organizzare le prossime escursioni , mi dirigo al Brownsberg Nature Park, un distretto a sud della capitale, grazie ad un furgoncino capace di resistere a km di strada sterrata, fangosa e piena di buche. Il parco è a più di 500 metri di altitudine ed è interamente caratterizzato dalla foresta pluviale. L’alloggio è essenziale, spartano, perfettamente intonato col luogo: una capanna costituita da bambù e paglia in grado di resistere alla pioggia più fitta.  Non si dorme su letti, ma su  amache  corredate da zanzariere che fungono anche da divisorio.

Inutile dire che ci si sente indiana Jones.

Tanto più che non c’è tempo per riposarsi e subito la guida richiama il gruppo, costituito da una decina di persone tutte extraeuropee, per invitarlo a partecipare alla prima escursione. La selva è bella quanto maestosa e incute in me sempre grande rispetto. Ci vorrebbero anni per imparare a decifrarne i rumori e i pericoli. E’ talmente fitta che, benché si sia scatenato un acquazzone, la vegetazione fa da ombrello e non ci  si bagna. Durante il percorso, vengo attratto da scimmiette che saltano rapidamente da un albero ad altro, dopodiché da uccelli variopinti che volano  a bassa quota. A volte  il percorso è interrotto dalle radici di alberi enormi su cui bisogna arrampicarsi per passare. Qui persino gli insetti e le farfalle sono enormi e colorati. La camminata, comunque, si interrompe davanti ad una cascata con un salto di almeno  trenta metri. Nulla di più spettacolare per concludere la giornata.

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GIORNO 3

La giornata odierna è davvero impegnativa. Dobbiamo scendere dall’altipiano e poi risalirvi. Con l’umidità che fa è tutt’altro che facile. Ma ne vale la pena. I panorami, gli odori, i suoni sono qualcosa di indescrivibile. Il lago van Blommestein mi appare come un mare per la sua vastità, mentre altri laghetti – più modesti per dimensione- intervallano il percorso. La giornata trascorre così, in mezzo alla natura, guadando fiumi e facendosi spazio tra gli arbusti, nonché in mezzo a centinaia di specie animali che ci osservano mimetizzandosi perfettamente tra la flora. Quando il sole tramonta, spuntano prima i pipistrelli, poi le lucciole che illuminano  il percorso. Che meraviglia!

Giorni 4/7

Oltre alle escursioni, il Suriname permette di entrare a contatto con alcune delle tante tribù che abitano la foresta tropicale.  Io ci ho già avuto a che fare sia a Iquitos ( Perù) che nel Darién ( Panama) e ho potuto scoprire che tribù che vivono a migliaia di km di distanza hanno tantissime tradizioni comuni. A questa regola non fanno eccezione i Maroons,  discendenti degli schiavi africani che fuggirono dalla schiavitù e che si sono rifugiati in diversi stati dell’America latina. In Suriname  vivono lungo le rive dell’omonimo fiume. Per raggiungere uno dei loro villaggi ho dovuto  abbandonare la strada e proseguire in canoa sul fiume tra qualche rapida e, soprattutto, evitando i caimani. Il campo base da me riservato è abbastanza attrezzato con stanze confortevoli, docce calde e onnipresenti zanzariere. Entrare a contatto con gli indigeni è sempre particolarmente affascinante. Suonano, cantano e ballano, ma rimangono comunque estremamente schivi.

Il Suriname, in sintesi, dà ciò che si cerca: avventura, natura, diversità. E’ l’appendice di un  Sud America più garbato  e ancora genuino. Non c’è criminalità diffusa, ma bisogna stare attenti a ladri e scippatori. Essenziali per un viaggio del genere sono, in ogni caso, lo spray anti-insetti e le scarpe da trekking.

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