Si può fare, amigo ( Il Vulcano di Masaya e los pueblos blancos – Viaggio in Nicaragua – cap. 3)

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“Hola, amigo!”

“Que tal, amigo?

“De donde eres, amigo?”

Non mi sono ancora  liberato  dell’odore nauseabondo prodotto dai polli in gabbia che puntualmente mi trovo su tutti gli autobus  e  già mi sono fatto un sacco di amici, anche se mi è stato difficile lasciare l’allegra combriccola di Leon. Masaya appare subito più tranquilla rispetto sia a Managua che a Leon, ma non quanto un  normale paesino delle sue dimensioni. L’edilizia è, come c’è da aspettarsi, abbastanza squallida, ma tutto sommato allegra. Nella piazza principale, lungo il perimetro di un enorme edificio coloniale pittato di verde acqua, ci sono decine di persone sedute in fila sulle solite sedie di plastica che osservano, con una bibita in mano, ogni spostamento prodotto dal vento ( per la verità inesistente).

Per questo motivo, quando mi avvicino ad un carrettino e chiedo  di assaggiare las fritangas con tostones (carne alla griglia  con banane fritte), avverto la sensazione di essere né più, né meno di un animale da zoo che sta sfilando sotto i loro occhi.

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Qualcuno si alza  dalle sedie e mi propone un giro in barca per la laguna di Masaya e, dopo poche insistenze, mi faccio facilmente persuadere senza neppure regatear ( mercattenggiare). Sono sicuro che mi è stato chiesto il prezzo che si pratica ad un semi-ghiri, ma tutto sommato a me cambia l’equivalente di pochi centesimi, mentre a chi mi porterà in giro risolverà la giornata. Quella di Masaya è una laguna nata sul cratere di un Vulcano e a me ricorda tanto il lago Averno in cui Virgilio volle ambientare  gli inferi. E’ vero, ho la mania di fare sempre il paragone con cose che già conosco, ma nella specie le similitudini sono palpabili. Al pari dei Campi Flegrei siamo in un territorio vulcanico e al pari del lago de Averno la laguna de Masaya è nata su un vulcano spento, ma sopratutto – mentre il mio Caronte rema – provo la stessa sensazione di calma irreale che mi ha sempre donato il predetto lago napoletano. Sembra quasi che ci stiamo preparando per attraversare una nuova dimensione e il silenzio, interrotto solo dai remi che affondano nell’acqua, non fa che acuire questa sensazione.

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Sensazione che si protrae finché pongo una domanda: “Amico,  si può salire sul vulcano?”

Risposta: “Certo, amico, si può fare se il Vulcano è d’accordo”.

E ride.

Ridono sempre in Nigaragua.

Invero il Vulcano Masaya dagli spagnoli era considerato essere la porta per l’inferno ( altra cosa in comune con il lago Averno!) e si caratterizza per essere perennemente nascosto da un’enorme nube che sale. Man mano che ci si avvicina al cratere la puzza di zolfo aumenta  assieme alla visibilità. E’ impressionante, ma non ci si può rimanere più di tanto: il rischio è quello di intossicarsi. Inoltre, alla sinistra del cratere principale, se ne trova uno più piccolo nascosto in mezzo alla vegetazione.

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Il viaggio poi prosegue verso San Juan De Oriente, uno dei centri che si trova sulla rotta dei paesi bianchi ( sì, come quelli dell’Andalusia di cui ho scritto qui), anche nota come “de los brujos“, cioè degli stregoni.

Per arrivarci prendo un passaggio su un camioncino che trasporta mango, ma-appena giunto a destinazione – noto che le case sono tutto fuorché bianche.

Anticamente, infatti, l’intonaco veniva lavorato con acqua, lime e sale.Oggigiorno, invece, preferiscono il colore e, per questo motivo, per le strade principali prevale  il verde acqua tanto in voga da queste parti. San Juan, tuttavia, è sopratutto un centro dedito all’artigianato e alla lavorazione della ceramica. I laboratori spesso si trovano in capanne una accanto all’altra e fanno a gara per esporre  gli oggetti più curiosi.

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Pare che qui siano ancora sentite le tradizioni precolombiane e stasera ci sia una festa per non so cosa. Ciò significa che tutti ballano. Tutti, nessuno escluso. Alcuni con folcloristici e divertenti abiti tradizionali, altri così  come capita. Preso dall’entusiasmo, quindi, mi dimentico quasi che ogni tanto devo dormire e, quando vengo colto dalla stanchezza e decido definitivamente di ritirarmi nella stanza che ho preso per la notte, capisco che non sarà facile svegliarsi.

Tanto che è vero che il giorno successivo è il caldo opprimente e il sole a picco ad impormi di alzarmi dal letto. Ciò nonostante, quasi a voler espiare le mie colpe affrontando le condizioni climatiche difficoltose, decido di raggiungere comunque a piedi la vicina Catarina, altro paesino “de los brujos” che si affaccia sulla laguna di Apoyo.

Catarina è un paesino invaso dai colori e da piante di tutti i tipi, famoso sopratutto per el  Mirador de Catarina, che consente una vista spettacolare sull’Apoyo Lagoon.

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Tutto sommato trattasi di centri molto caratteristici e il mio tour de “los pueblos blancos” potrebbe continuare anche per  Nindiri,  San Marcos, Niquinohomo, Masatepe, Diria e Diriomo, ma preferisco di no. Ho una voglia irrefrenabile di andare al Sud e, avendo trovato anche stavolta un paesaggio fortunato, non posso fare altro che sfruttarlo fino a Granada.

Ah, quanta Andalusia c’è  in questa parte di mondo

Capitoli precedenti:

Arrivo a Managua. Viaggio in Nicaragua – cap. 1

Leon ed il cerro negro. Viaggio in Nicaragua – Cap. 2

Si può fare, amigo – Masaya e los pueblos blancos – cap. 3

Granada e il Lago Nicaragua – cap. 4

Le isole del Mais. Caraibi – cap. 5

 

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13 risposte a “Si può fare, amigo ( Il Vulcano di Masaya e los pueblos blancos – Viaggio in Nicaragua – cap. 3)

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