Diario del Viaggio in Nicaragua ( Leon, el cerro negro, la playa de las Peñitas e la riserva naturale delle isole Juan Venado) – cap.2

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León è la vera capitale culturale e politica del paese. Una città effervescente di origine coloniale  completamente circondata da vulcani e in cui ci si sente esplodere per il caldo. Invero, nel passeggiare per il suo centro, in cui abitano circa 150mila persone, sono  tentato  di tuffarmi nel  río Chiquito, ma alla fine  riesco a resistere trovando rifugio in   una vecchia vivienda, dove una signora paffuta tuttofare si fa forza con un ventilatore che produce più rumore che aria.

– Que tomas, corazon ( che prendi, cuore)?

– Un jugo de mango ( un succo di frutta di mango)
Qui, in questa parte del mondo, i succhi di frutta hanno un altro sapore, sono un’altra cosa rispetto a ciò che siamo abituati a bere in Europa e si accompagnano spesso anche al pranzo o  alla cena. Ciò nonostante il locale in cui sono entrato al momento è praticamente deserto. Solo un tavolo è occupato da un vecchio signore  immerso nello studio di alcune carte che, nel vedermi, mi saluta e si presenta: “Professor John Darcy. Molto lieto, Sir”. E’ un vecchio docente di Bristol, trasferitosi  da più di trent’anni qui a Leon per insegnare letteratura inglese all’università locale.  Sostiene  di aver accettato questa sfida poiché non ne poteva più del clima inglese. Io però, che sto  ancora dando l’anima per via dell’umidità, in questo momento ho nostalgia persino del clima inglese.

Il professor Darcy ride e mi propone, col suo accento peculiare, di seguirlo per vedere l’università.

Io accetto.

L’edificio che ospita l’università è curiosissimo. Sembra quasi la facciata di una Chiesa inglobata in un convento. Prima di entrarvi mi aspettavo di vedere degli ambienti più o meno grandi come mi ha abituato l’esperienza, invece le aule sono idonee ad ospitare non più di 20 persone, praticamente come in una scuola. Segno che da queste parti frequentare l’università non è per tutti.Il professor Darcy, mentre percorriamo uno dei tanti corridoi tutti uguali, mi spiega che siamo davanti alla sua aula e mi invita ad entrare con lui con una insistenza poco britannica.

– Oggi abbiamo un ospite molto particolare, un viaggiatore che sta esplorando il latinoamerica ed è in Nicaragua da alcuni giorni. Gli ho chiesto di venire qui per parlare della sua esperienza.

No, professore, non sono scherzi che si fanno questi. E mo’ che dico alla classe?

Invento due parole al momento, le prime  che mi vengono in mente, fingendo di essere qualcuno che  sa qualcosa. Dopodiché tento di svignarmela con un generico ringraziamento, ma vengo subito bloccato dagli studenti che mi propongono in masa di accompagnarmi ovunque si possa immaginare  di andare. Forse anche in Alaska. Vengo di fatto precettato e, tutto sommato, manco mi dispiace. Stasera, per esempio, sono invitato ad una festa e tre ragazzi  – i cui nomi sono Pepe, Javier ed Helena – verranno a prendermi direttamente al mio alloggio..

Non so perché riscuota tanta curiosità, ma almeno è un modo per entrare a contatto con l’anima della città. L’appuntamento  quindi è per stasera, ma intanto voglio godermi Leon da solo e -per questo motivo – mi congedo dai miei Cicerone tra mille saluti.

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Leon, ho accennato prima, è il principale polo culturale del Nicaragua.

La presenza dell’università ha favorito la nascita di musei, gallerie d’arte e sale da concerto. La sua architettura coloniale è molto piacevole da vedere e si è conservata anche grazie alla sabbia vulcanica che seppellì la città in seguito ad una eruzione.

Sennonché in strada c’è anche tanta sporcizia e tanto e degrado. Spesso mancano anche i tombini e il rischio è quello di distrarsi e finire nella fognatura. I muri sono pieni di scritte inneggianti al governo, segno che  purtroppo la democrazia è ancora una chimera ( Ma dov’è che in fondo non lo è?).

Per decenni il Nicaragua è stato uno dei tanti parcogiochi degli Stati Uniti e proprio Leon è stata il teatro di uno degli eventi più tragici vissuti dal paese. Mi riferisco, più in particolare, a quanto avvenne il 21 settembre 1956, allorché il poeta rivoluzionario Rigoberto López Pérez riuscì a ad infiltrars ad una festa del Club Social de Obreros, festa in cui era presente anche   Anastasio Somosa, dittatore e capostipide di una famiglia di dittatori che governò il Nicaragua fino al 1979. Rigoberto in quella sede sparò al Presidente e lo uccise, salvo poi essere a suo volta ucciso da una raffica di pallottole esplose dalle guardie del corpo di Somosa

Giorni prima, sapendo di dover  compiere l’attentato, Rigoberto aveva scritto alla madre:
«Dato che sono stati inutili tutti gli sforzi affinché il Nicaragua torni ad essere (o sia per la prima volta) una patria libera senza oltraggi e senza macchie, ho deciso, sebbene i miei compagni non abbiano voluto accettare, di tentare di essere io ad iniziare il principio della fine di questa tirannia»
Mentre rievoco questi avvenimenti, nella  mia mente risuona  anche una canzone che è dedicata proprio a questi avvenimenti e che amavo ascoltare tanti anni fa quando avevo degli ideali.

Passeggio e canticchio:

“Lui parlava di rivoluzione con le parole più belle
Noi eravamo stupiti nel sentirlo cantare

Con le parole più belle, con le parole migliori
I sentimenti che tutti noi sentivamo!

E ci diceva di ammazzare i potenti….. E io proprio non ci credevo quando lo vidi in teatro/
Agitare quell’arma e gridare alla platea
«È dovere degli uomini liberi uccidere i tiranni!»

Tu non ci crederai, ma lo fece davvero
E sorrideva davvero quando venne schiacciato
Dalle guardie del corpo, da quei cani da guardia
Sotto il calcio dei mitra, sotto i loro scarponi!

Per vendicare il loro vecchio padrone
E gli spezzarono tutte le dita perché non scrivesse canzoni
E gli spezzarono i denti perché non potesse cantare!

Ma restavano gli occhi e li potevamo vedere
Lui li guardava e li lasciava stupiti
Quando arrivò il capitano si svuotò la platea
Ed io solo rimasi a fissarlo atterrito!

Lui freddamente gli sparò nella nuca
E per strada gridarono tutti: «Hanno ammazzato il poeta!»
«Hanno ammazzato, hanno ammazzato il poeta!»
«Hanno ammazzato, hanno ammazzato il poeta!»

Ecco, sì.

Il Poeta fu effettivamente ammazzato, ma la sua poesia è rimasta.

Tanto è vero che Rigoberto Perez Lopez oggi è considerato uno degli eroi nazionali del Nicaragua.

 

La  basilica De la Asuncion è la più grande del centro America e, come  tutte le cattedrali del latinoamerica, è connotata anche dal  collegio e dal palazzo episcopale. Salendo sul tetto, ho inoltre la possibilità di vedere tutti i vulcani che circondano Leon e mi ricordo così di quando sono stato ad Arequipa in Perù.

Poco distante c’è anche una piazzetta con quattro leoni scolpiti, ma sono praticamente nascosti in mezzo alle bancarelle. Visito anche il mercato, perché il mercato mette sempre allegria,  dopodiché mi concentro sulle Chiese di San Francisco, de la Merced, di San Sebastiano, di El Calvario e la piazza del Carmen.

Infine mi addentro all’interno del barrio indigeno, dove l’architettura delle case è del tutto differente rispetto a quella dei quartieri coloniali.

Intanto si è fatto tardi e tra una ora ho appuntamento con Javier, Helen e Pepe. Hanno detto che verranno a prendermi direttamente alla vivienda della signora Nanà, dove stamattina ho conosciuto  il Professor Darcy e dove mi sono preso una stanzetta.

Loro, infatti, arrivano puntualissimi e mi portano a casa di qualcuno, un qualcuno molto affabile di cui dimentico subito il nome non appena altre millemila persone si presentano stringendomi la mano e dandomi una pacca sulle spalle. Sono tutti studenti, evidentemente benestanti, e mi  fanno mangiare a forza tutto ciò che, con tanto caldo, nessuno mangerebbe mai.

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Si inizia con  una sorta di polenta con spezie e carne di maiale servita una foglia di banano ( che è già di per sé una bomba!). Si prosegue con las fritangas ( carne grigliata), tre tacos ( tortilla con carne di pollo e manzo) e una porzione di banane fritte. Poi arrivano los raspados ( granatine) e io mi ci fiondo.

Nel mentre tutti mi chiedono e tutti vogliono sapere dove sono stato e dove andrò. Inoltre, con sincero interesse, Helena prima vuole sapere cosa ne pensi del Nicaragua,  poi mi chiede di Berlusconi.

Chissà perché, nell’immaginario collettivo mondiale, Berlusconi è sempre  il capo del governo italiano.

E così tiriamo avanti fino a tardi.

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Fino a quando, tra una chiacchiera ed un bicchiere di chicha, finisco  – senza accorgemene e mentre le musica ha aperto le danze – per addormentarmi sul divano del soggiorno della casa del qualcuno di cui non so il nome.

Me ne rendo conto l’indomani, quando sostanzialmente Helena, Javier e Pepe mi vengono a prelevare per portarmi con la macchina a vedere el Cerro Negro, un vulcano che solo negli anni ’90 è eruttato ben tre volte e in ogni caso, nella sua storia, sempre a distanza di pochissimi anni. La particolarità è che qui si può praticare il sandboarding. Basta avere una tavola e si scende dal vulcano come si farebbe sulla neve. E’ uno sport divertentissimo e, col consenso del vulcano, mi faccio volentieri più di una discesa, anche se vengo sonoramente deriso per la mia tecnica rudimentale. Sorprendentemente Helena si dimostra una vera e propria campionessa capace di scendere più rapida di chiunque. Ciò nonostante ho già capito che gli altri non lo ammetteranno mai.

“Sei solo fortunata”, le ripete per sfotterla  Pepe

Dopo un paio di ore così, dopo averne ricavato qualche ammaccatura, vengo invitato a risalire in macchina per andare alla spiaggia de las Peñitas e poi alla riserva naturale delle Isole Juan Venado. 

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Per quanto riguarda quest’ultime, a dispetto del nome più che degli isolotti trattasi un labirinto di  mangrovie sommerse in cui è possibile vedere svariati uccelli. Noi decidiamo di arrivarci con la canoa ed è inutile dire che è un posto che riconcilia col mondo.

C’è poco da fare.

Quando fa caldo come fa caldo in Nicaragua, l’unica soluzione da adottare è quella inchiummarsi su una spiaggia e godersi il perenne spettacolo della natura.

Tutti i Capitoli p:

Arrivo a Managua. Viaggio in Nicaragua – cap. 1

Leon ed il cerro negro. Viaggio in Nicaragua – Cap. 2

Si può fare, amigo – Masaya e los pueblos blancos – cap. 3

Granada e il Lago Nicaragua – cap. 4

Le isole del Mais. Caraibi – cap. 5

 

 

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5 risposte a “Diario del Viaggio in Nicaragua ( Leon, el cerro negro, la playa de las Peñitas e la riserva naturale delle isole Juan Venado) – cap.2

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