Il mio viaggio in Nicaragua – L’arrivo a Managua, cap. 1

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Jesus è spagnolo di Valladolid, ma ha trascorso buona parte della sua vita a fare il missionario tra San Salvador,Costa Rica e Nicaragua. La prima cosa che tiene a precisare alla mia vista è di aver nostalgia di buon caffè.

“Ma come è possibile – gli domando stupefatto – se in Spagna il caffè lo importano da qui?

Jesus, nell’osservare la mia gestualità tutta napoletana,  non si scompone e subito aggiunge che qui, in Nicaragua,  col  caffè ci campano e quello buono lo spediscono tutto in Europa.

Così, in poche battute, mi fa subito capire che il caffè è solo una scusa per denunciare le assurdità del mondo. Non ci siamo  ancora messi a parlare del più e del meno io e Jesus, ma tutto sommato non ce n’è  bisogno. Lui da queste parti è una leggenda, un baluardo che fa per la gente locale ciò che non fa chi importa il  caffè.

Per me invece, molto più semplicemente, è l’unica persona di cui posso fidarmi. Ai controlli di dogana, prima di sconfinare, si erano messi a farmi le pulci sostenendo che il mio passaporto non era buono. “El tio no pasa”, aveva urlato al suo sottoposto un doganiere coi baffoni e la fronte sudata

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Fossi stato furbo probabilmente avrei allungato  cento dollari all’ufficiale integerrimo e avrei trovato subito la mia strada, ma – siccome ero convinto che, dopo qualche storia, mi avrebbero fatto comunque passare – avevo perso l’autobus su cui stavo viaggiando e avevo dovuto aspettare che  ci fosse il cambio del turno. Dopodiché avevo chiesto ad un camionista –  anche lui in fila per entrare in Nicaragua – se, per 30 dollaroni, poteva darmi un passaggio fino alla località in cui era diretto.

Cosicché mi sono ritrovato a Managua e mi sono ricordato di Jesus, una persona che avevo conosciuto a Palas del Rei lungo il cammino di Santiago.

Con lui so di poter stare tranquillo e  di  avere accesso a quartieri dove io non potrei andare.

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“Entra in macchina, ti faccio vedere un po’ di vita!”

L’invito è di quelli che non si possono rifiutare, ma il traffico è frenetico, ogni strada è completamente buia e il paesaggio è davvero schifoso. La capitale del Nicaragua é povera di sé, ma i terremoti, che ne segnano periodicamente la storia,   la rendono ancora più povera.

La macchina, uno scassone negli anni ’70 che va avanti a forza di preghiere, si ferma al centro di una strada senza asfalto.
Sedute su alcune sedie di plastica ci sono delle persone che   bevono caffé  e fumano sigari. Nell’osservarmi, mi fanno un rapido cenno di saluto, dopodiché tornano ad occuparsi degli affari loro.

Siamo nei pressi del mercado de Huembes, famoso per le ceramiche, per le sculture ed altri oggetti di artigianato, ma in cui ci sono anche alcuni cambiavalute che, al mio passaggio, fanno frusciare un mazzo di banconote per attirare la mia attenzione. E’ tanto evidente che sono un turista?

L’aria è irrespirabile e fa persino passare la voglia di contrattare sugli articoli, ma in fondo nemmeno ci interessa. Jesus sostiene che da queste parti si prepari il miglior gallo pinto del paese, ovvero il piatto più famoso del Nicaragua ( trattasi di riso con fagioli rossi). In fondo è la scusa per raccontarmi che nella capitale la vita è dura, molto dura, ma che nel resto nel paese la situazione è migliore e  di sicuro avrò modo di apprezzarlo. Non sa quando potrà tornare in Spagna, ma non  gli interessa nemmeno questo.

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Mentre passeggiamo per le vie di questo quartiere, mi rendo conto che tutti le persone nei paraggi mi osservano e mi osservano anche quando arriviamo davanti alla stazione degli autobus, dove. un tizio con i  pantaloni navy infilati negli anfibi lucidi e  una maglietta della Seguridad Nacional mi  prende una sedia di plastica e poi, con l’indice, mi invita a sedere.   Ha una sigaretta in bocca e altre due  su entrambe le orecchie, ma non è questo ciò che mi turba.

Appena due secondi dopo  si alza la maglietta, mi mostra una pistola infilata nei pantaloni e sorride: “tranquilo, amigo”.

Jesus mi spiega che trattasi di una guardia privata e con me è particolarmente “premuroso”, perché  non vuole che sia preoccupato.

E meno male!

Nel corso della notte c’è un viavai continuo accanto alla stazione degli autobus. Un paio di barboni cercano scarti nell’immondizia. Un altro disperato  infila le braccia nella sua canottiera e si accomoda lungo il gradino in cui passerá la notte.

Il mio carosello si conclude con un ragazzo sulla trentina che attraversa claudicante la sala di attesa della stazione degli autobus, afferra uno sgabello ed allunga i piedi scalzi in direzione di un falò.

Per socializzare  mi mostra la carotide dove, pochi giorni prima, gli hanno puntato il coltello  per sottrargli finanche le scarpe.

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Io, in questa situazione, non avverto per nulla la stanchezza.

Quando l’autobus sta per partire, dapprima saluto subito  Jesus ringraziandolo calorosamente.

Poi omaggio anche la guardia per la protezione che,  con dissimulato orgoglio, inizia a sbellicarsi con tutti i denti nerissimi che gli rimangono.

Manca solo che  spari due colpi in aria per commiatarsi

Intanto un gruppetto di persone si forma e si affretta davanti alla porta del pullman.

L’autista mi conferma che finalmente siamo al sicuro.

Nel tragitto, schiacciato tra polli in gabbia ed anziani pendolari, ripenso al ragazzo derubato delle scarpe.

Managua non mi mancherà di certo.

Tutti i Capitoli:

Arrivo a Managua. Viaggio in Nicaragua – cap. 1

Leon ed il cerro negro. Viaggio in Nicaragua – Cap. 2

Si può fare, amigo – Masaya e los pueblos blancos – cap. 3

Granada e il Lago Nicaragua – cap. 4

Le isole del Mais. Caraibi – cap. 5

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15 risposte a “Il mio viaggio in Nicaragua – L’arrivo a Managua, cap. 1

  1. Di certo non ci invogli a visitare il Nicaragua ahah 😀 ma sono sicuro che questo paese qualcosa di buono te l’abbia regalato, quindi attendo i tuoi prossimi racconti. Comunque bell’articolo, serio e disincantato, mi piace 🙂

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    • Ciao Marco!!!
      Alla fine il mio è solo un racconto. A me non piacciono quei travelbloggers che, in maniera del tutto acritica, scrivono sempre che tutto è bello.
      Ciò premesso, ti assicuro che quel che verrà sarà molto più affascinante 🙂

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  2. Sei davvero bravissimo. Per un attimo ho avuto i brividi è mi è sembrato di stare lì a vivere quelle situazioni. Non deve essere stato un viaggio facile e devi avere avuto coraggio da vendere…grazie

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  3. Pingback: Si può fare, amigo ( Il Vulcano di Masaya e los pueblos blancos – Viaggio in Nicaragua – cap. 3) | Narrabondo·

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