La storia di un viaggio che non ho mai fatto – cap. 1

Nell’altro mondo  gli autobus offrono sempre tante storie da raccontare, ma a volte risultano problematici quando si tratta di dormire: le luci non vengono mai spente e tutti quelli che passano per il corridoio, spesso venditori ambulanti improvvisati, mi urtano perché sono fuori taglia per gli standard locali e non riesco a stare del tutto al mio posto. Di notte, poi, gli spifferi passano dagli infissi grazie all’intelaiatura di legno ed è necessario prepararsi al gelo. Ciò nonostante  è difficile resistere all’invito a dormire avanzato  dall’andatura lenta e rumorosa del mezzo  sul quale sto viaggiando . E così, in men che non si dica, mi ritrovo  a Baghdad davanti a quel chioschetto di Yarouk che sta per esplodere per via di una bomba sganciata da chissà chi, dopodiché riaffronto la prova orale dell’esame di maturità. Mi sento tremendamente impreparato su Pirandello, autore che Titina Demon – la  terribile professoressa di Italiano – non esita a chiedermi per mettermi in difficoltà.

Sennonché a salvarmi  ci pensa Jorge, il piccolo che sta piangendo a dirotto un paio di sedili più avanti e che mi fa lucidamente ridestare inducendomi a verificare con la mano se lo  zaino contenente tutti i miei beni è ancora sotto al sedile in cui l’ho incastrato.

Sua madre, allertata, tenta di calmarlo, ma il tentativo si rivela abbastanza infruttuoso e, anzi, siccome finisce per fare più baccano del bimbo stesso, io do definitivamente addio alle mie speranze di fare un sonno degno di questo nome.

Intanto, guardo l’orologio: sono quasi le quattro del mattino e dovrei quasi essere arrivato

Tanto è vero che, dopo pochi minuti, passa pure la hostess a distribuire la colazione:  un panino vuoto con una lamina trasparente di formaggio ed un succo alla pera costituiscono il mio  benvenuto ufficiale.  Ormai tutto l’autobus è sveglio, ma proprio adesso che bisogna scendere Jorge si è addormentato.

Fuori dalla stazione non c’è anima viva, è troppo tardi per essere notte e troppo presto per essere mattina.
All’interno della sala d’attesa, invece, tutte le panchine sono state occupate da persone che ci dormono sopra, mentre  fortunatamente le biglietterie sono ancora chiuse, altrimenti sentirei il solito frastuono di urla che reclamizzano la tratta praticata: “Puno, Puno,Puno”, “Juliaca, Juliaca”, “Cuzcooo, Cuzcoooo!!!”.
Gli unici vispi – si fa per dire –  sono alcuni tassisti abusivi che cercano qualcuno che gli dia da lavorare. Il centro del villaggio dista qualche chilometro  e non è una buona idea percorrerli a piedi, soprattutto quando la luce del sole non è ancora arrivata.
Mi avvicino al tassista  che ha l’aspetto più normale (o meno ceffo) e chiedo subito quanto vuole. Mi risponde 15 soles.
– “Troppi, amico. Facciamo 5”.
– “Va bene, sali”.
Da queste parti  si pratica una politica dei prezzi molto protezionistica e se vedono un viso straniero subito sparano alto, salvo poi ridimensionarsi appena notano che uno conosce le usanze. Ciò nonostante, se io sto pagando 5, sono sicuro che un locale avrebbe pagato meno della meta.
 Carico lo zaino nel bagagliaio e in pochi minuti sono già arrivato dove dovevo arrivare.
  Pago il tassista e m’incammino.
Ormai sono le cinque del mattino e il cielo inizia a schiarirsi piano piano. Guardandomi intorno, le cose che mi circondano iniziano a prendere colore e forma, si capisce a poco a poco che  non arriverà una giornata di sole e che le nuvole grigie mi accompagneranno per tutto il giorno.

Finalmente, dopo oltre un cinque mesi in altura, sto per rivedere il mare.

Sono sicuro che non avrò alcuna nostalgia del fiato corto alla prima rampa di scale, né dei risvegli  improvvisi causati dalla mancanza di  ossigeno.

I muri  ricoperti  dai graffiti e l’aria fumosa dei tetti mi ricordano che sono pur sempre in Sud America, ma il mare per me rimane l’orizzonte più bello.

Non si può sopravvivere senza mare!

I ventilatori a tutta,  le bottiglie di birra gettate a margini della strada e salsa in sottofondo. Così si presenta  Waika o qualcosa di simile, il villaggio di pescatori a pochi chilometri da Paracas che non conosce le strade asfaltate e in cui l’unica persona in giro mi scruta da lontano accendendosi una sigaretta con l’aria dell’agente segreto sotto copertura.

Mi ci avvicino fino ad incrociarlo, poi aspetto che sia lui a parlare: “tu non sei una faccia conosciuta e le facce che non sono conosciute da queste parti cercano solo un posto: la taverna del gringo.”

Abbozzo un cenno di assenso, saluto  e mi congedo.

Quando l’attuale proprietario della locanda El Barbudo arrivò qui, di barba sul suo viso non c’era alcuna traccia, ma in quel periodo era più facile farsi crescere due peli che cambiare l’insegna  ad una baracca che già portava quel nome. Così il gringo è diventato per tutti  il barbuto.

Gli indigeni non lo frequentano molto.

Ufficialmente perché è l’unico gringo del paese e i gringos da queste parti non sono ben visti, in realtà perché pensano che sia uno stregone e ne hanno la deferenza che si deve alle persone che potrebbero essere pericolose.

Ogni tanto sparisce e chiude bottega per qualche tempo, poi   – senza dare spiegazioni a chicchessia –  ricompare improvvisamente assieme all’enorme cane nero che si porta sempre dietro. Qualcuno azzarda che sia un latitante in fuga dal suo paese, altri sostengono che sia un narcotrafficante, altri ancora giurano di averlo sentito confessare di essere  un avvocato che un giorno si è scocciato del suo lavoro. La verità è che sono tutte supposizioni parimenti infondate.

“Ehi, ogni tanto fa piacere imbattersi in qualcuno della propria statura”.

Il barbuto non è famoso per la sua loquacità e senza batter ciglio riempie due bicchieri di qualcosa e mi invita a sedere  dando l’impressione di non essere affatto sorpreso del mio arrivo.

Bevo senza proferire parola alcuna, nemmeno per far notare che è ancora mattina e non sta bene bere roba forte,  limitandomi ad osservare lo  stanzone anonimo in cui mi trovo  e le sedie di ferro, tutte libere ed impolverate,  simili a quelli che una volta si usavano a scuola

Passano così almeno una decina di minuti prima che il barbuto smetta di concentrarsi sul suo  bicchiere, mi guardi e dica: “ho scoperto una cosa”.

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