Matrimonio a Santiago de Compostela ( Diario del “caminito francese” 2015 – capitolo 1)


20150725_190949.jpgMai avrei immaginato di arrivare a Santiago in aereo, per giunta con la valigia, ma se l’ho fatto non è stato per tradire i miei principi più solidi.

Semmai è stato per partecipare, purtroppo obbligatoriamente in giacca e cravatta, ad un cammino che ha inizio  proprio da Santiago: il matrimonio di Lourdes e Cesar.

Chi sono Lourdes e Cesar?

Sono il filo rosso che lega tutti i miei cammini: il primo, quello vissuto assieme a loro, e i successivi, che mi hanno consentito di rivederli una volta arrivato al traguardo. Ci siamo conosciuti tutti e tre sul cammino francese quasi nello stesso giorno e tutti e tre abbiamo avuto la vita sconvolta proprio da quell’esperienza.

Per questo io – che, quando posso, evito i matrimoni dei miei parenti, – sono volato letteralmente a Santiago per non perdermi il loro.

In fondo è un avvenimento imperdibile: si celebra il 25 luglio a Padròn, cioè nel giorno in cui  si festeggia San Giacomo e nel luogo in cui, secondo la tradizione, sbarcò la nave che trasportava l’Apostolo.

E, invero, sin dal medioevo, i pellegrini diretti a Santiago de Compostela si dirigevano a Padròn per raccogliere la conchiglia che gli avrebbe consentito di dimostrare l’avvenuto pellegrinaggio.

Comunque, nei giorni scorsi anche il superpellegrino Remo ci ha tenuto a far sentire la sua vicinanza e si è fatto 12 ore di treno ( sei all’andata, sei al ritorno)  al precipuo scopo di venirmi a consegnare la pergamena con la  benedizione del Papa per i novelli sposi.

E così io, valigia e pergamena alla mano, sono atterrato a Santiago con due giorni di anticipo, dovendo purtroppo obbligatoriamente alloggiare in quella cloaca di albergue acquario ( cloaca perché i proprietari ignorano di essere a Santiago e l’hanno riempito di simboli induisti facendo  un orribile polpettone new age tipico di chi disconosce la propria identità) rosicando non poco per non poter ancora interpretare il ruolo di pellegrino.

Ciò nonostante la mia resistenza dura ben poco:

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la mattina successiva improvviso subito una tappa del cammino di finisterra e, pur partendo alle 11 del mattino, riesco a “spararmi” quaranta km superando Negreira. Cammino per un po’ con una pellegrina francese, poi mi allungo e mi fermo a pranzare in un bar assieme ad un’altra pellegrina lituana molto simpatica. Sennonché non faccio in tempo a sedermi che scopro di essere diventato famoso: un avventore di passaggio mi chiede se mi ricordo di lui. Rispondo di sì per non deluderlo, ma non ho la minima idea di chi sia. Poi, quando se ne va, realizzo che gli avevo chiesto una informazione la sera prima

E’, quindi, con soddisfazione che concludo la mia tappa poco più in lài e, dopo aver preso un passaggio su un furgoncino e un autobus,  ritorno a Santiago, dove – se non altro – mi posso godere la festa in attesa del “Dia del apostol”.

Qui vorrei salutare “fratello” Angel al convenuto di San Francesco, ma con grande delusione scopro che, da qualche mese, è stato trasferito nelle Asturie.

Cosicché è l’incontro con Don Fabio alla messa italiana in Cattedrale ad allietarmi la giornata. Don Fabio è, infatti, uno dei pochi preti in gamba rimasti in circolazione. Da ogni sua frase è impossibile non farne derivare una benefica tempesta di pensieri che spazza via la palude della rassegnazione. Parla della vita straordinaria del cammino da contrapporre alla vita ordinaria e io mi ripropongo la solita riflessione: è troppo facile stare in pace durante il cammino. Il difficile viene con la routine, con la burocrazia, con uno stato famelico che ti sfianca tirando quotidianamente pugni ai fianchi. Ecco, Don Fabio Pallotta è una persona che ha la capacità di farti pensare nel modo giusto e mi piacerebbe riuscire a seguirlo in  futuro.DSC04769

Ciò premesso, andiamo al nocciolo:

 

lo spettacolo del dia del apostol quest’anno è più originale e, oltre ai fuochi e al mapping 3d, hanno fatto la loro comparsa le cornamuse con tantissimi effetti a sorpresa. Io però non me li godo appieno.

All’una ho appuntamento con Cesar dall’altra parte della città e, dopo essere andato a recuperare la mia valigia, mi dirigo di corsa al parco de Alameda.

Lo sposo, come comprensibile, è nervoso e molto provato, ma non rinuncia ad accompagnarmi all’appartamento di Noia (questo è il nome del paese) che ha locato per ospitare sia me che alcuni suoi parenti baschi.

Un po’ mi sento come un intruso.

Ed effettivamente è così:

già prima del mio arrivo uno degli argomenti di conversazione più gettonati tra i parenti degli sposi  è quello relativo ad un “italiano” (sic!) invitato ad un matrimonio tra di un basco e di una galiziana, cioè ad uno straniero in mezzo a due comunità tra le più chiuse del mondo20150725_220454.jpg

Così io, che ancora non sono stato identificato, in attesa del matrimonio, mi diverto ad origliare chi parla di me come se fossi una presenza straordinaria.

La mia identità, infatti, viene svelata solo quando il prete celebrante, il più simpatico che abbia mai visto, mi chiama – per nome e cognome – per ben due volte all’altare per farmi consegnare agli sposi la benedizione del Papa.

Lo fa in questi termini:
“Cosa ci sarà mai in questo tubo? Una casa vacanze in Italia? Un rogito notarile? Lo scopriremo tra un po’…”

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Ora da queste parti nessuno ha mai ricevuto la benedizione del Papa al proprio matrimonio.

Per questo motivo, sebbene tenti ripetutamente di spiegare che il merito vada tutto a Remo, vengo scambiato per un pezzo grosso e un sacco di persone – di cui non ricorderò mai il nome – vengono a complimentarsi con me cercando di capire chi sia

La festa, in ogni caso, è tutta incentrata sul cammino:

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agli invitati, al posto del menù, viene consegnata una credenziale con l’onere di farsi mettere il timbro dagli altri tavoli al fine di ottenere una compostela speciale dagli sposi.
Ebbene, io al riguardo ammetto subito che tento di giocare sporco e chiedo alla prima  bambina di passaggio di raccogliere i timbri per me, ma vengo subito scoperto e obbligato a far da me.

Dopo cena invece si balla e qui in Spagna – persino in Galizia – la gente sa ballare  per davvero. E’ uno spettacolo guardare chi sa farlo. Anche Lourdes, la sposa, si cimenta (tirandomi in mezzo!), ma lo fa indossando le scarpe da trekking , cioè quelle del cammino: si conferma un personaggio unico!

Cesar, invece, si concentra di più sul cibo e mi invita ad approfittare di una cascata di cioccolata, ma io sono troppo satollo per lanciarmi in un mare nero che sembra uscito dalla fabbrica di Willy Wonka.

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Per questo la mia serata trascorre osservando – assieme a Luisa e Sheila, che avevo conosciuto l’anno scorso, e  ai miei nuovi “amici” Enrique e José – le persone ubriache che stramazzano al suolo nel tentativo di ballare.

Insomma, per farla breve, con questo clima goliardico,  la festa va avanti fino all’alba, fino a quando del tutto stralunato torno a Noia ( il paese) e poi, praticamente senza dormire, prendo l’autobus per Santiago, poso la valigia al Seminario Menor, estraggo dalla medesima lo zainetto e mi dirigo a Lugo per tornare ad essere un pellegrino, anzi stavolta un turigrino.

Con Lourdes e Cesar ci rivedremo tra un po’, giusto un po’ più avanti, ma il cammino non può aspettarmi ulteriormente.

Matrimonio a Santiago de Compostela

Sarria – Portomarin – tappa 1

Portomarin – Melide – tappa n. 2

Melide – O Pedrouzo – tappa n. 3

Pedrouzo – Santiago , tappa 4

 

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6 risposte a “Matrimonio a Santiago de Compostela ( Diario del “caminito francese” 2015 – capitolo 1)

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