Arrivo a Valencia ( Viaggio nella Comunità valenciana 2015 – capitolo 1 )

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Non sempre viaggiare permette di fuggire dalle proprie tristezze.
A volte, anzi, capita di portarsele dietro senza riuscire a seminarle.

Il mio ritorno a Valencia, forse per la correità di alcune disavventure occorsemi in mattinata in quella città schifosa che è Roma, non è iniziato con i migliori auspici.

L’aria di casa, infatti, mi ha fatto subito rilassare e, infine, crollare sotto il peso di uno stress che non riesco più a gestire.

Non è, invero, un caso infatti che, appena uscito dall’aeroporto, mi sia diretto alla ricerca  dell’autobus in luogo della più celere metropolitana:

non solo non ho fretta alcuna, ma addirittura sono felice di essere l’unica persona in attesa alla fermata davanti alla quale mi stendo a terra.

Quando arriva l’autobus di linea sono già passati quaranta minuti e io mi siedo subito nell’ultima fila ancora una volta solo in compagnia esclusivamente della mia ombra.

Manises, il paesino in cui ha sede l’aeroporto di Valencia, è famoso per le ceramiche e io, mentre ammiro con svogliatezza alcune creazioni che impreziosiscono la vista, penso a quanto mi sia mancata Valencia,  la città col sole eterno in cui non piove mai.

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Con la mente ripercorro il momento in cui la scorsi per la prima volta arrivando alla fermata di Xativa e dirigendomi subito alla stazione del nord per prendere il treno per Alicante.

Non parlavo una parola di spagnolo e per comunicare ricorrevo ancora all’inglese, credendo davvero che potesse servire. No, dovevo ancora capire che in Spagna l’inglese è inutile e che, come dice il Poeta, il “giorno che morrai non ti servirà”.

Troppe emozioni.

Troppi ricordi.

Faceva caldo quel 9 settembre di troppi anni fa e io, nel trascinarmi a fatica la valigia rossa per la mia nuova città, arrivai all’hotel Goya per contattare quel delinquente di Pasquale Colella.

Pensavo che potesse aiutarmi a trovare una casa,  in realtà era la prova vivente della circostanza che sugli italiani all’estero non bisogna confidare mai.

Ciò nonostante anche quella conoscenza mi servì.

Così come mi è servito farmi nostalgico:

infatti, se quel 9  settembre che non dimenticherò la mia cena fu una cocacola e crollai come un ghiro dormendo fino alla tarda mattinata seguente, allo stesso  modo ora mi accontenterò di una horchata nella famosa horchateria Santa Catalina per fiondarmi subito nel letto.

Troppi ricordi. Troppa stanchezza accumulata. Troppo stress.

Farebbe finanche caldo, ma io ho tanto freddo.

Un dannatissimo freddo.

Sono sicuro di avere la febbre, ma non ho al momento  gli strumenti per accertarlo.

In ostello chiedo persino di cambiare piano e stanza: voglio stare solo, voglio continuare a stare da solo per quest’oggi.

Nostalgia, nostalgia canaglia.

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