Trujllo e Caceres (capitolo 4, VIAGGIO IN CASTILLA Y LEON ED EXTREMADURA)

L’appuntamento con Là – preciso quanto ho scritto in precedenza – è in piazza di Castiglia, un luogo folle pieno di grattacieli, uffici, autobus, treni e tanto tanto ordinatissimo casino spagnolo. 20150522_110824Orientarsi qui è difficile e Là arriva con un’ora e mezza di ritardo dopo varie telefonate in cui cercavamo a vicenda di fornirci la posizione esatta. Alla fine ci troviamo così: io scendo per una scala mobile a caso, lei sale sul lato opposto. Mi vede, mi chiama e…io corro in senso contrario sulla scala mobile con la stessa grinta con cui Don Chisciotte avrebbe lottato contro i mulini a vento. Per giunta incredibilmente senza cadere.  20150523_12102320150523_12273720150523_123450  Ora, dopo i doverosi e festosissimi saluti e dopo aver identificato la posizione della società presso cui avevamo noleggiato un macchina, il nostro viaggio può ufficialmente avere inizio O, meglio, possiamo provarci, perché è vero che io non sono un pilota, ma guidare per Madrid non è affatto facile: 1. Non ci si orienta; 2. Ci sono semafori ovunque; 3. La macchine camminano come un fiume in piena su plurime corsie; 4. Per prendere l’autostrada è necessario imboccare una opprimente galleria che non finisce più e che confonde del tutto le idee. Tanto è vero che ci perdiamo subito, ma alla fine – dopo tanti tentennamenti e tante chiacchiere – riusciamo ad arrivare nella tanto agognata Extremadura, una delle pochissime regioni spagnole che non avevo mai visitato  e che da tempo agognavo. La prima sosta è a Trujllo, il paese natale di Francisco Pizarro.20150523_12405620150523_12413420150523_12595220150523_13034520150523_131039  Dopo essermi inerpicato per le vie strettissime del centro storico, arrivo finalmente nella piazza principale, piazza che – ovviamente – si chiama plaza Mayor come quasi tutte le piazze principali della Spagna non meridionale ed è dominata da una statua equestre con in sella il cittadino più famoso.  Si dice che in origine questa statua sia stata donata alla città di Lima in Perù, ma che lì sia stata respinta con un corredo di sonori pernacchi e così, alla fine, se la sono presa gli abitanti di Trujllo. C’è aria di festa in piazza e nella Chiesa di San Martin è in corso una celebrazione particolare. Tutti indossano il vestito buono della domenica e sia io che Laura ci sentiamo due intrusi. Usciti dalla Chiesa, attraversiamo la piazza osservando il palazzo del Marchese de la Conquista e il palazzo di Juan Pizarro-Orellana fino ad inerpicarci lungo il borgo alto, la porta di Santiago (aridaje!), la casa nobiliare dei Pizarro, il castello e le mura che regalano la vista più regale sulla città.  20150523_161333  Ecco, l’Extremadura è esattamente come me la aspettavo: genuina, verace, intensa. Il deserto la fa da padrone e, in assenza del turismo di massa, le tradizioni più rurali non sono ancora state irrimediabilmente contaminate. Per intenderci, sembra di stare in Messico e, in fondo, è proprio così, perché il Messico è stato costruito dagli abitanti dell’Extremadura e dai suoi conquistadores. Si dice, infatti, che l’equipaggio di Cristoforo Colombo fosse in prevalenza  costituito da extremadureni, perché costoro  – provenendo da una terra priva di montagne – non sarebbero impazziti nel non avvistare terra per mesi interi. E, allo stesso modo, si dice altresì che la prima persona  ad aver avvistato le Americhe gridando “tierraaaaaaa!” sia stato sempre un tizio dell’Extremadura. Non è un record non da poco per gente che il mare non ce l’ha. Perché, diciamo anche questa verità, il mare ti rende marinaio e ti permette di conoscere altri popoli aprendoti la mente, ma ti rende anche più pacifico, più poetico, più malleabile, in sintesi più buono. Invece gli extremadureni, nel corso della loro storia, pacifici proprio non lo sono mai stati e nelle “nuove Indie” hanno fatto carne da macello senza troppi problemi. Conquistadores, insomma, come il già citato Francisco Pizarro, ma anche Hernan Cortes, Navarro del Castillo, Alonso Bernáldez de Quirós, Alonso Martínez de Rivera e Andrés Hurtado de Mendoza. Tutti di Medellin, anche questo un paese dell’Extremadura, che, anche se oggi supera a fatica le duemila anime, è alla base di buona parte della storia postcolombiana di Messico, Venezuela, Colombia, Perù, Bolivia e Argentina. All’uopo basti solo pensare alle innumerevoli città di nome Medellin sparse per tutto il Sud America ( Venezuela e Argentina su tutte). Ciò nonostante gli extremadureni sono, tuttavia, soprattutto persone sincere, generose ed amabili. Persone vere insomma.

La conferma la riscontro a Caceres, città in cui arriviamo dopo un’ora di autostrada in perfetta solitaria. E’ bello guidare senza caselli autostradali e senza dover mai pagare un parcheggio. Tutto gratis, tutto bello. Tutto altresì vivo. In Italia i centri storici, soprattutto nelle città piccoline, di giorno spennano i turisti con prezzi assurdi e di sera sono completamente morte. Invece in Spagna  ciò non avviene. La piazza Santa Maria di Caceres brulica, infatti, di persone, di locali, di risate. Tutto è concentrato qui, tutto. Monumenti e movida si fondono senza soluzione di continuità, perché la storia si vive e la si alimenta, non la si impacchetta. E, invero, dopo la cena e una superficiale esplorazione, ce ne andiamo in un locale e persino io – ripeto: persino io che sono un elefante in un negozio di cristalli – finisco per ballare. Perché, a proposito del concetto di  “tutto” di cui ho scritto su, è la Spagna medesima ad essere totalitaria e a trasformarti a 360 gradi dandoti l’energia per andare a dormire alle 4 del mattino anche se la tua giornata è iniziata alle 7 di quasi ventiquattro ore prima e in queste quasi ventiquattro ore  hai soggiornato in tre regioni differenti ( Salamanca ed Avila sono in Castilla y Leon, Madrid è una comunità autonoma, Trujllo e Caceres sono in Extremadura)  percorrendo circa 600 km tra autobus e macchine varie. In sintesi si chiama Spagna, si legge adrenalina.20150523_181124

TRUJLLO VOTO 7. 

CACERES VOTO 8

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