Diario del cammino francese (2011).

francese Mentre trascrivo su questo blog il diario che ho curato quotidianamente al termine di ciascuna tappa, sono ancora traumatizzato per il ritorno alla vita ordinaria. Mi sento come se per un mese avessi vissuto in un’epoca del passato e ieri fossi stato improvvisamente ricatapultato nel presente: dai trattori e dalle pecore delle mesetas sono passato al caos della metropolitana di Madrid e alla folla oceanica della giornata mondiale della gioventù. Le distanze sono tornate ad essere relative e 10 km non sono più almeno due ore di fatica, ma pochi minuti di slaloom in motorino. Non mi affretto più per evitare il caldo delle ore di sole né le nuvole che minacciano pioggia, ma guardo il tempo solo per capire se posso andare a mare. Quanto segue non ha nessuna pretesa letteraria, ma riporta fedelmente la cronaca di ciò che è stato il mio cammino, cammino che è solo uno degli infiniti che si possono vivere e che, per questo, rimarrà unico e irripetibile.

Lo dedico a tutti i miei compagni di viaggio incontrati sul percorso, in particolare a Lourdes, Victor, Cesar, Alberto, Remo, Giovanni, Fernando, Silvia e Giada, fantastici amici il cui sostegno mi ha consentito di non mollare nei momenti di maggiore difficoltà. E’ anche grazie a loro se sono arrivato alla meta.

Canto di bellezza Navajo

CAMMINERO’
Con il cuore colmo di vita e di amore
camminerò.
Felice
seguirò la mia strada.
Felice
invocherò le nuvole cariche d’acqua.
Felice
invocherò la pioggia che placa la sete.
Felice
invocherò i germogli sulle piante.
Felice
invocherò polline in abbondanza.
Felice
invocherò una coperta di rugiada.
Voglio muovermi nella bellezza e
nell’armonia.
La bellezza e l’armonia
siano davanti a me.
La bellezza e l’armonia
siano dietro di me.
La bellezza e l’armonia
siano sotto di me.
La bellezza e l’armonia
siano sopra di me.
Che la bellezza e l’armonia siano ovunque,
sul mio cammino.
Nella bellezza e
nell’armonia tutto si compie.
20 LUGLIO. ATTERRAGGIO a Santander, Cantabria.

Finalmente sono tornato in Spagna, sebbene in una regione in cui non ero mai stato prima e di cui disconoscevo il clima. Fa freddo e ci sono intense raffiche di vento gelido che arrivano dal mare, ma ciò nonostante molte persone non rinunciano alla spiaggia: si vede che da queste parti ci sono abituati. Invece, per quanto mi riguarda, se non fosse per le bandiere nazionali che vedo praticamente ovunque, penserei di essere in Norvegia. Qui, infatti, hanno un vero e proprio culto per i simboli nazionali per la semplice circostanza che patiscono molto il rapporto di vicinanza coi Baschi e, per questo motivo, ci tengono a far sapere di essere fieramente spagnoli. Nelle poche ore che trascorro nel capoluogo cantabrico ho comunque la possibilità di visitare tutti i punti di interesse della città, a partire dal capo su cui si affaccia la tenuta della regina Magdalena, nonché la pineta con i tavoli da pic nic  che arrivano praticamente sulla spiaggia. Anche la Chiesa del Gesù deve essere molto bella, ma purtroppo è chiusa.

Comunque non me rammarico più di tanto. Quando prendo l’autobus per San Sebastian non ho ancora pranzato, ma nemmeno quest’ultimo inconveniente mi provoca grandi patemi: ho solo voglia che il viaggio vero inizi! Non appena supero il confine tra la Cantabria e il Paese Basco le bandiere della Spagna lasciano spazio alle scritte inneggianti all’Eta e all’Euskadi libera e mi rendo subito conto che d’ora in avanti dovrò stare attento a pesare bene le parole per evitare incidenti diplomatici. Al di là di tali accortezze, però, c’è poco di cui temere.  San Sebastian è una cittadina vivace, dinamica e internazionale che richiama tantissimi turisti “ghiris” – ovvero americani, inglesi e scandinavi – nonché  appassionati di surf da tutto il mondo. Qui decine di locali strapieni espongono i pinchos – guai a chiamarli tapas da queste parti: i baschi vogliono essere autarchici anche nella terminologia gastronomica! – e invogliano anche i futuri pellegrini alla sosta. Io però ho, mio malgrado, solo due ore di tempo per visitare la città, pertanto non cedo ad alcuna tentazione e mi affretto quasi di corsa in direzione del casco antiguo, dove ho la possibilità di apprezzare alcune chiese gotiche molto originali e la spiaggia principale della città che viene emblematicamente chiamata “concha”, cioè conchiglia, proprio per descrivere la forma del golfo che abbraccia San Sebastian. Pare che qui in agosto ci siano delle maree talmente improvvise che la spiaggia viene completamente mangiata dall’acqua. Mi piacerebbe passare almeno una serata da queste parti, anche perché la città meriterebbe ben altre attenzioni, ma il mio tempo – dopo una rapida passeggiata – si è già esaurito. E’, pertanto, con un pizzico di rammarico – stavolta sì – che mi dirigo a prendere l’ultimo autobus della giornata che porta a Pamplona, l’antica capitale del regno di Navarra.

Confesso che avrei voluto essere in questa città almeno una settimana fa, cioè in occasione di San Fermin, festa che ha inizio il 6 luglio, quando a mezzogiorno viene sparato un razzo (il chupinazo) che dà avvio ufficialmente ai festeggiamenti, e termina alla mezzanotte del 14 luglio. Tra l’altro ho appena finito di leggere “Fiesta” di Ernest Hemingway e ne sento ancora il sapore. In barba all’animalismo oggi imperante, per me la corrida è una forma d’arte e una rappresentazione della vita e della morte che  andrebbe salvaguardata in tutta la sua crudezza. So, infatti, cosa significa per un navarro correre davanti ai tori nella via Estefeta e detesto, di conseguenza, quei commenti approssimativi che bollano le corride come spettacoli inutilmente brutali. E’, comunque, proprio grazie alle mie digressioni mentali che riesco a rimanere sveglio anche durante l’ultimo spostamento in autobus della giornata e posso immaginare Pamplona come la casa della locura che non dorme mai piena di antiche stradine strette e di vita. Tuttavia, quando l’autobus arriva a destinazione  – sono appena le 22.30 di una serata di fine luglio – le aspettative vengono subito deluse da evidenti prove empiriche: la città, infatti, è molto più moderna di quanto  immaginassi e per la strada non c’è quasi anima viva. In compenso ci sono 18° e  io, che sono in pantaloncino e maglietta, soffro il freddo come in inverno. Tutto sommato, però, io non mi lamento: mi basterebbe solo trovare solo un letto per dormire e, visto che sono ancora a digiuno, qualcosa da mettere sotto i denti  Fortunatamente, per risolvere il primo problema, non devo cercare molto: la pensione che ho prenotato non è lontana dal centro, anzi, è proprio attorno alle mura di cinta della città. Più che di una pensione si tratta di un appartamento molto originale in cui ogni stanza è data in affitto agli avventori. Il proprietario, che mi aspettava, a domanda specifica risponde che, dopo i sanfermines,  tutto viene smobilitato e, per questo motivo, tutti i locali sono chiusi. La conferma di quanto appena sostenuto, la riscontro quando passo nella famosa calle San Nicolas, la via più famosa di Pamplona per i pinchos, e vedo tutti i locali chiusi. Solo uno è aperto, ma, non appena entro, un’asiatica mi abbozza in malo modo e mi comunica che è già chiusa. Non mi resta, di conseguenza, che tornare alla pensione amareggiato: qualcosa da mettere sotto i denti non sono riuscito a trovarla, ma almeno i miei denti non batteranno per il freddo.

“Il Ribelle è il singolo, l’uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità ancora non disperse nei canali delle istituzioni. Qui, purché sopravviva in lui qualche purezza, tutto diventa semplice.” Ernst Junger

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21 Luglio. PRONTI A PARTIRE.

L’autobus diretto che mi porterà a San Jean Pied de Port è alle 14, così ne approfitto per dedicare la mattina alla visita di Pamplona. La Plaza del Castillo con il famoso bar di Hemingway, l’Ayuntamiento, la plaza de Toros e le numerose Chiese situate lungo “il cammino”, tra cui quella dedicata a San Saturnino che, contrariamente a quanto generalmente si pensi, è il patrono di Pamplona . Durante il tour incontro Ornella, una pellegrina partita da San Jean tre giorni fa. E’ giù di morale e mi dice che la tappa sui Pirenei è stata molto dura. Si vedrà. Intanto compro un marsupio e faccio un fotografia al ristorante “avvocato pentito”, locale che si trova proprio di fronte all’edificio che ospita il Comune. Comunque sono quasi le 14 ed è, quindi, tempo di partire. Arrivo a San Jean dopo un’ora e mezza di autobus. I passeggeri sono tutti silenziosi e sembrano tesi. All’arrivo nel paesino francese conosco uno di loro, un ungherese, Pete, con cui vado alla ricerca del centro di attenzione al pellegrino per certificare il mio arrivo. Sono le 18, è tardi ormai, ma – con mio stupore – Pete mi dice di voler iniziare subito e di voler attraversare i Pirenei durante la notte. Ci salutiamo, intanto io mi dirigo verso l’albergue. San Jean è molto graziosa, ma anche fin troppo piovosa per i miei gusti.

22 luglio – 1a Tappa. SAN JEAN PIED DE PORT – RONCISVALLES. 25 KM

Non tutti coloro che vagano si perdono.
(J. R. R. Tolkien)

Dormo poco, anzi quasi per nulla. Nella camerata fa caldo e io ho voglia di scoprire subito cosa mi aspetta. Alle 4 sono già in piedi e vado in cucina per prepararmi. Un italiano, Remo, sentendomi uscire, pensa che sia già ora e mi segue. Mi chiede – in italiano, perché Remo parla italiano con tutti, anche con i giapponesi – se stia piovendo e iniziamo parlare. Scopro che è un afecionado del camino e ha già percorso sia quello della plata che l’aragonese. Del francese gli mancano solo le tappe iniziali, così ha deciso di completarlo fino a puente della reina. Tra una chiacchiera e l’altra la tensione per l’attesa si stempera e  alle 6 siamo già pronti per uscire. Io, Remo e il suo amico Giovanni. Quando percorriamo la rue de la citadelle e varchiamo la porta di San Jacques è ancora notte e non c’è nessun altro pellegrino in strada. Non è facile trovare subito le frecce gialle che ci indicano la via da seguire. Quando iniziamo a salire per la rue napoleon, la strada più panoramica, è già l’alba. Si tratta di affrontare circa 15 km di salita e una pioggerellina – leggera, ma fastidiosa quanto basta – congiuntamente alla nebbia non agevolano di certo la salita. D’altra parte pioggia e nebbia sono scontate da queste parti. Il percorso, in compenso, è favoloso e offre scorci favolosi. Quando ci fermiamo ad una fontanella per dissetarci conosciamo anche Fernando, un ragazzo originario dell’Uruguay, e Victor, un pamplonese doc che mi rivela di avermi già intravisto il giorno prima sull’autobus. Non mi curo più di tanto di loro, d’altra parte mi sembrano tutt’altro che logorroici. Quando arriviamo a quota 1.400 metri, abbiamo già lasciato la Francia da un pezzo e le capre di montagna sono una presenza costante.  Successivamente, quando ormai siamo giunti alla vetta, giriamo attorno alla montagna affondando completamente nel fango. Superiamo anche due coreani che tentano di seguirci trascinandosi dietro un trolley. La scena è surreale: riusciranno mai a terminare la tappa? Mentre mi pongo questa domanda e li lasciamo dietro, ormai il più è fatto. Bisogna solo scendere di quota per arrivare a Roncisvalles. L’arrivo è emozionante: impossibile non pensare alla storia e alle radici dell’identità europea (tre settimane più tardi scoprirò che, facendo un altro percorso, avrei potuto vedere anche la tomba di Orlando).L’albergue è molto bello. Le cuccette sono a quattro e fortuna vuole che, nel letto di fronte al mio, ci sia Lourdes, una ragazza molto solare e aperta che vive a Noia, un paese in provincia di Santiago. Con lei è subito amicizia. Mi presenta anche Ivan, un ragazzo di Vittoria nel paese basco che millanta di essere un esperto di limoncello amalfitano. Andiamo alla messa del pellegrino – molto emozionante – poi a cenare. Pare che il menu preveda la trota da circa 15 anni. Io però non mi lamento.

“Quien Viaja de Mochilero jamas vuelve a pensar como Turista”.

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23 luglio – 2a Tappa. Roncisvalles – Trinidad de Arre. 39 KM
La tappa sulla carta è facile, tanto è vero che si inizia subito con una discesa molto dolce, ma ben presto si trasformerà in un incubo: le mie scarpe sono ancora umide per il fango preso il giorno prima e ci sono tutte le premesse per la formazione di vesciche. Per ora, comunque, non ci penso, anzi scherzo assieme ad un coreano molto simpatico che mi dice di chiamarsi Marcellino. A Zubiri ci fermiamo a mangiare tutti in una piazzetta per una sosta rigenerante a base di salsichon: Giovanni, Remo, Lourdes, Ivan, Victor, Fernando e una nuova conoscenza, Laura di Barcelona, che parla perfettamente italiano e con la quale arrivo fino a Larrasoaña, paesino in cui si ferma la maggior parte dei pellegrini e che decidiamo di superare. Ivan, d’altra parte, ci rassicura tutti sulla circostanza che 3 km più avanti c’è sicuramente un altro albergue in cui trovar riparo. Si prosegue, ma i chilometri da 3 diventano ben presto 7 e – quando arriviamo nella località prestabilita – scopriamo, nello sconforto più totale, che non esiste alcun albergue. A questo punto diventa obbligatorio arrivare a Trinidad de Arre e i km in più da percorrere diventano ben 13. Per me, a questo punto, la tappa si trasforma in un’agonia inenarrabile: tanto è vero che i miei piedi iniziano a sanguinare e sono costretto a cambiare gli scarponi con i sandali. Ogni passo diventa una sofferenza e, conseguentemente,per fare gli ultimi tre km ci metto una vita. Ormai sono rimasto l’ultimo a dover arrivare, ma non importa: quando attraverso il ponte che accede a Trinidad de Arre sembro comunque la persona più felice del mondo. Sul cartello che indica l’albergue c’è affisso un messaggio per me: “Amalfi, siamo qui”. Deve averlo apposto sicuramente Ivan. Suono al citofono ma non mi apre nessuno. Chiamo allora al numero di telefono indicato ma l’esito non è migliore. Inizio a preoccuparmi. Finalmente, dopo interminabili minuti di attesa, arriva un anziano parroco e mi apre dicendomi che mi stava aspettando. Sorrido. L’albergue è veramente bello e pulito. Ivan decide di farsi perdonare “l’errore logistico” cucinando per tutti. La serata è goliardica e mi fa dimenticare lo stato in cui versano i miei piedi. Ci sono Remo, Giovanni, Lourdes, Ivan e anche Aurora e Blanca, madre e figlia di Barcelona. Ci voleva proprio un po’ di fiesta.

Y seguiré el camino que empecé
no estamos solos nunca más, valió la pena aguantar
Y seguiré el camino que empecé
no estamos solos nunca más, valió la pena aguantar

Vengo para traerte todo el cariño que en mi bolsa yo guardé
te lo daré, un día llegaré
Vengo para darte todos los besos que en el viaje me encontré
te los daré, no importa dónde estés

El camino que buscaba, camino que soñaba
ahora es realidad
El camino compañero, camino siempre nuevo
ahora es mi realidad
24 luglio – 3a tappa – Trinidad de Arre – Puente de La Reina. 32 KM
Parto prima degli altri con ai piedi i sandali. L’andatura è lenta ma non mollo e, dopo 4 km, sono già al centro di Pamplona. Qui tale Federica da Bologna, non rendendosi conto dei miei supplizi, mi supplica di portarla a vedere velocemente la città. Purtroppo non so mai dire di no. Perdiamo quasi un’ora, dopodiché mi concedo un’altra deviazione per visitare l’universidad della Navarra fondata da Jose Maria Escriva de Balaguer , mentre Federica decide di andarsene  per conto suo. I continui saliscendi spezzano le gambe, mentre i cartelli che indicano in modo errato le distanze incidono non poco sul morale. 7 km di salita – durante i quali attiro la compassione di altri pellegrini – non mi fermano. Mi ferma, invece, la successiva discesa di tre km. Qui sono costretto a rimettermi gli scarponi e a scendere lentissimamente. Inizio di nuovo a perdere sangue dai piedi. Intanto gli altri cercano di contattarmi telefonicamente per capire dove sia. Tentano, visto che mi finisce il credito e non posso né ricevere né effettuare chiamate. Ci ritroviamo così solo in serata a Puente de la Reina. Il paese è in festa, martedì ci sarà l’encierro con i tori  che correranno per le strade. La camerata dell’ albergue è tutta per noi, anche per Cesar, un basco purosangue che mi regala il tipico pañuelo rosso della Navarra e mi intima di portarlo subito.

Si piensas que la aventura es peligrosa prueba la rutina. Es mortal
(Paulo Coelho).

25 luglio – 4a tappa – Puente de La Reina – Estella 22 km
Quasi non voglio scendere. Alle 7 sono ancora nei pressi dell’albergue ad ascoltare i canti di un gruppo parrocchiale del paese che intona “Señor Santiago”. E’, infatti, “el dia del Apostol”, cioè San Giacomo, e, per questo motivo, tutti i paesi del cammino sono in festa. Ogni abitante di Puente de la Reina che mi incrocia non esita ad augurarmi un buen camino evocando Santiago affinché mi protegga e mi aiuti ad arrivare presto. Sarebbe proprio delittuoso abbandonare il cammino proprio oggi. Quando trovo il coraggio di iniziare la tappa, è già molto tardi, ma, dopo solo un paio di km, decido di tornare subito indietro. Se non altro, almeno, ho la possibilità di salutare meglio Remo e Giovanni che hanno appena concluso il loro cammino e torneranno a casa. Intanto Lourdes, quando mi vede tornare indietro, quasi trasecola e mi dice che non posso mollare. No, non mollerò mai, ma ho bisogno di cambiare piedi! Sono già le 8 e tutti gli altri pellegrini mi hanno abbondantemente seminato, ma finalmente ho trovato la forza per ignorare il sangue che mi tormenta. Per questo motivo non mi godo tanto il paesaggio: il mio unico pensiero è non pensare. L’arrivo a Estella è di grande sofferenza, ma anche oggi sono riuscito ad arrivare. Fortuna vuole che trovi subito anche un albergue parrocchiale molto spartano ma in cui l’accoglienza è eccezionale e sia la cena che la colazione sono comprese. Saranno state pure frugali, ma almeno ho avuto un problema in meno a cui pensare e ho potuto riposare. Pare che Estella sia molto carina, ma io proprio non ce la faccio ad uscire. Non è da me, lo so, ma da qualche giorno sto scoprendo che l’essere umili è essenziale. Nell’albergue, tra l’altro, ci sono, oltre ad un francese e ad un gruppo di russe, anche un paio di veneti  che non fanno altro che parlare male di Napoli,  ma io non ho voglia né di fare conversazione né di replicare ai soliti veneti. Per di più non so che fine abbia fatto il gruppo di Roncisvalle e sono un po’ triste anche per questo motivo. Lourdes, però, mi sorprende e mi chiama al cellulare per avere notizie riguardo al mio stato. Pare che abbiano alloggiato in una palestra sita poco oltre Estella. Spero di riuscire a raggiungerli domani!  Intanto nell’albergue è arrivata  una giornalista del Diario di Navarra che vuole raccontare come vivono i pellegrini “el dia del apostol. Dopo averci scattato una foto, mi chiede se può intervistarmi visto che sono l’unico ospite a parlare spagnolo. Prima di iniziare l’intervista vera e propria – che dura una decina di minuti – ci tengo a sottolineare, pensando anche alle parole dei veneti esaltati presenti nell’albergue, che io mi sento napoletano e per nulla italiano. Purtroppo ben presto scoprirò che non ha pubblicato quasi nulla di ciò che le ho detto e, per di più, ha scritto che io sarei italiano. Vatti a fidare della stampa!

“Donde hay voluntad hay camino”.

26 luglio 5a tappa Estella – Viana 38 km

Miguel, l’hospitalero dell’albergue di Estella, che è di Leon ed è venuto a fare il volontario per un paio di settimane, insiste affinché metta dei compeed sotto le vesciche e mi dà a forza un malloppo di campioni gratuiti. Non avrei mai dovuto cedere! Nel breve  il compeed un qualche effetto ce l’ha, ma alla lunga, creando una seconda pelle, impedisce di fatto di eliminare definitivamente la vescica e, anzi, quasi la protegge. Di questa grande verità, purtroppo, avrò contezza proprio nel corso dell’odierna tappa, che, tutto sommato, mi godo fino a Los Arcos, dove mi fermo per mangiare e recuperare una copia del “diario di Navarra” . Poi la quotidiana agonia torna a palesarsi. Il mio unico rammarico è che, quando sono passato per la celeberrima fonte di Irachi – una fontana in cui al posto dell’acqua esce il vino e molti pellegrini fanno la scorta! – era troppo presto e, di conseguenza, era chiusa. A Torres del Rio c’è bella chiesa eretta dai Templari, ma io non ho la forza per notarla. Faccio diversi km con un gruppo tutto al femminile di Gerona che mi invita ad abbracciare un albero affinché il suo spirito possa darmi “la forza necessaria per continuare”, poi mi metto a cantare O’Sole mio con una famiglia di coreani. Arrivo nella piazza principale di Viana, l’ultimo paese della Navarra, attirando le attenzioni di un’altra pellegrina lì a descansar. Mi insegue e mi chiede: can I help you? E’ una salvezza, perché mi indica un albergue parrocchiale proprio al lato della cattedrale che altrimenti non avrei notato. Si dorme a terra su un materasso in una stanza con una finestra minuscola, ma l’hospitalera – che è di Alicante, città in cui ho fatto l’erasmus e che è sempre nei miei pensieri – è di una gentilezza eccezionale. A cena dichiara che avrebbe voluto cucinare degli spaghetti, ma ha preparato qualcosa di tipicamente spagnolo appositamente per me perché, scherzando, avevo detto che non mi piace fare l’italiano in Spagna. Nella stanza sono di nuovo con il francese che avevo conosciuto ieri a Estella, che poi scoprirò essere un prete, nonché con un suo connazionale, Thibaut, e con tale Gennaro, un pugliese che vive a Milano. Stavolta sono io a chiamare Lourdes: sorprendentemente, stavolta, io sono avanti a loro, ma – con rammarico – scopro che Ivan, quello che è andava più forte di tutti, si è fermato (ne avrà per diversi giorni). Vado alla messa del pellegrino nella bellissima cattedrale di Viana. Suggestiva, soprattutto quando alla fine il prete ha chiamato tutti noi pellegrini e ci ha benedetti uno per uno.

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27 luglio – 6a tappa – Viana – Navarrete 21 km..

Dicen que viajando se fortalece el corazón
pues andar nuevos caminos
te hace olvidar el anterior
Ojalá que esto pronto suceda,
así podrá descansar mi pena
hasta la próxima vez
Seguro que al rato estaré volando,
inventando otra esperanza para volver a vivir

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27 luglio – 6a tappa – Viana – Navarrete 21 km..

Ho una mezza idea di prendere l’autobus per qualche km, ma – all’uscita dall’albergue – mi ritrovo con quella “pellegrina” che la sera prima mi aveva aiutato con il suo pregevole inglese. Si tratta di Sara da Cosenza, che di professione fa architetto tra Roma e Londra. Lei non lo sa, ma mi ha dato “la spinta”. Camminiamo assieme fino a Logroño, poi ci separiamo. Voglio assolutamente ricongiungermi con Lourdes, Victor, Fernando e Cesar e, per questo, decido di aspettarli all’entrata della città per pranzare con loro nella famosa Calle Laurel. Sono, però, appena le 9 e ho almeno 15 km di vantaggio, così, per non perdere la giornata,  approfitto del tempo disponibile per visitare il bel capoluogo della Rioja. Il sole, che non avevo mai visto in Navarra, per la prima volta inizia timidamente ad affacciarsi. Già è qualcosa. Logroño è proprio bella con diverse chiese veramente notevoli, ma dei miei compañeros non c’è alcuna traccia. Li aspetto sul ponte che porta alla città fino alle 12.30, poi decido che è tempo di proseguire, ma senza rinunciare a pranzare in calle laurel. Vado lì ed entro in una delle numerosissime tapacerie. Non ho voglia di tapas, ma di un “piatto serio”. Ordino e, mentre aspetto al bancone, noto una testa che spia dalla finestra in cerca anche lei di una locanda: è LOURDES! Con lei ci sono anche gli altri della banda. Lourdes, appena mi nota, è incredula: che ci fai qui comodamente a mangiare? Finisco rapidamente il mio piatto e poi mi unisco nella ricerca di tapas alla seppia e ai gamberi. Aver aspettato il gruppo è stato essenziale anche per un altro motivo: Aurora e Blanca hanno appena interrotto  il loro cammino e ora se ne torneranno a Barcellona. E’ tempo, quindi, di saluti, ma senza rimpianti: subito dopo, infatti, si prosegue in direzione di Navarrete.  Tanto più che al gruppo si aggiunto Alberto, un valenciano che, nonostante le temperature africane, veste sempre con una giacca a vento e la felpa. Incredibile! Comunque, tanto per cambiare, io rimango indietro. Stavolta però assieme a Fernando, uruguayo che vive in Svezia e lavora in Finlandia (o viceversa, chi ci capisce nulla!). Anche lui è stato colpito dalle ampollas (vesciche, ndr) o, come le chiama lui con accento sudamericano, ampogias. E’ proprio per questa sua pronuncia molto particolare, nonché per i suoi modi raffinati che il gruppo l’ha unanimemente soprannominato princesa, cioè principessa. L’arrivo a Navarrete è caratterizzato dalla presenza di crocifissi di legno affissi dai pellegrini ai bordi della strada. Arriviamo ultimi, ma tanto gli altri ci hanno già preso il posto. L’albergue – comunale – stavolta fa veramente schifo. E’ sporco, privo di bagni e non ha manco docce degne di una persona umana. Rimpiango l’accoglienza e la pulizia dell’albergue parrocchiale di Viana, ma non mi lamento. Anche la cena non è granché: panino con tortilla e indimenticabile discussione sull’Eta e sull’identità del Paese Basco tra una gallega (Lourdes), un valenciano (Alberto), un basco originale  filo indipendentista (Cesar), un navarro orgoglioso di essere spagnolo e vive con sofferenza la questione basca ( Victor), un uruguayo (Fernando), e un napoletano (io). Mi rendo conto che è un privilegio per pochi poter discutere di questioni così delicate con persone provenienti da aree tanto diverse, privilegio che solo l’erasmus o il camino possono regalarti e di cui, in entrambi i casi, ho beneficiato proprio in Spagna. Ho capito, finalmente, che è la ricchezza che il cammino trasmette è nel cammino stesso, dove ad ogni passo cambia l’orizzonte e in cui, anche se non la vedi, sai che la cattedrale di Santiago c’è, è lì, in quella direzione, un passo oltre l’orizzonte. Cammino che sembra unico perché è unica la strada da percorrere, ma che in realtà è unico nel senso che è unico ciascuno dei nostri infiniti cammini. Ormai non mi interessa più arrivare: prima o poi, l’orizzonte di Santiago arriverà, ma – intanto – mi godo tutto ciò che viene prima di quell’orizzonte.

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Il poema del Cammino

Polvere, fango, sole e pioggia

è il cammino di Santiago.

Migliaia di pellegrini

e più di mille anni.

Pellegrino, chi ti chiama?

Che forza misteriosa ti attrae?

Né il campo delle stelle,

né le grandi cattedrali.

Non è la bravura navarra,

né il vino della Rioja,

né i frutti di mare galiziani,

né i campi castigliani.

Pellegrino, chi ti chiama?

Che forza misteriosa ti attrae?

Né le genti del cammino,

né le usanze rurali.

Non sono la storia e la cultura,

né il gallo della Calzada,

né il palazzo di Gaudì,

né il castello di Ponferrada.

Tutto ciò vedo passando,

ed è una gioia veder tutto,

ma la voce che mi chiama

la sento molto più nel profondo.

Pellegrino, chi ti chiama?

Che forza misteriosa ti attrae?

La forza che mi spinge,

la forza che mi attrae

non so spiegarla neanch’io.

Solo Lui lassù la sa.

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28 luglio – 7 tappa – Navarrete – Azofra 32 KM.

Si parte con calma con destinazione l’albergue di serie A, suggerito da Cesar, di Azofra. Tanto per cambiare, arrivo per ultimo, ma la tappa è molto piacevole. Tanto più che Azofra, dopo 5 km di salita, mi appare come un miraggio.  Quando arrivo al paese sono tutti comodamente seduti al bar e mi invitano a sedermi. Tanto hanno già detto all’hospitalero che ci sono anche io. Al bar ovviamente si beve cerveza, sostanza che – ormai – ha sostituito il sangue nelle mie vene. L’albergue è pulito, con cuccette a due e una piscina all’aperto nell’atrio .Ritrovo Sara e Thibaut che avevo già conosciuto a Viana. Ceniamo paella con i frutti di mare – cucinata da Cesar in persona – e, intanto, io mi curo mettendo i piedi nella piscina. Dipendesse da me, in quella piscinetta ci dormirei proprio! Lourdes è convinta – e, in fondo, ha ragione – che io non mi sappia curare: decide, quindi, che deve essere lei a curarmi d’ora in avanti. Al gruppo si aggrega Paolo dall’Umbria, che mastica un buon castellano e con cui avevo già camminato in varie occasione. Dopo cena, andiamo nuovamente al bar: ovviamente beviamo tutti altre birre, ma io non posso reggere questi ritmi. Del resto Lourdes un po’ ubriaca lo è per davvero, tanto è vero che finisce per buttarsi in piscina vestita. Ridiamo. Ormai nell’albergue siamo gli unici ancora svegli, ma – come dice sempre Cesar – ciò che veramente conta è disfrutar del camino. Alla fine non facciamo le ore piccole, ma le 23.30. Comunque tardissimo per dei pellegrini che si svegliano all’alba.

“Quando i frati vanno per il mondo, non portino nulla per il cammino, ne’ sacco ne’ borsa ne’ pane ne’ bastone. E in qualunque casa entreranno, dicano per prima cosa: pace a questa casa…”
San Francesco di Assisi.

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29 luglio – 8a tappa – Azofra – Redecilla del Camino 18 km.
Anche stamattina la ribattezzata compañia de las ampollas, ossia delle vesciche, si mobilita con calma. Infatti, pur essendoci svegliati piuttosto tardino, la prima azione della giornata è quella di fiondarci in un bar e fare una lauta colazione con i soldi della cassa comune che abbiamo costituito. Del resto, quando decidiamo di dare un senso alla nostra giornata di pellegrini, sono già le 8.30. Gli altri saranno partiti da almeno due ore e mezza, ma a noi interessa poco arrivare per primi. Santo Domingo della Calzada è un bel paesino e ha una cattedrale molto graziosa. Devo essere sincero: mi ero stufato dei paesuncoli irrilevanti di poche decine di abitanti di cui la Navarra è piena. Tra l’altro questo paese è dedicato ad un Santo che proprio all’assistenza dei pellegrini e al cammino dedicò buona parte della propria vita costruendo in prima persona diversi ponti. Infatti “calzada” significa proprio carreggiata, cammino, sentiero. Comunque, mentre sono fermo in una piazzetta, Victor mi raggiunge e mi molla quasi al volo un intero salame invitandomi a mangiarlo come se si trattasse degli spinaci di Braccio di Ferro, ma io – invece – cerco di convincere Lourdes che un gelato, soprattutto quando fa  caldo, è sempre meglio! Ma si tratta di un tentativo vano: si prosegue. Nel proseguire però cedo, con lo stesso spirito di quando Bartali passò la borraccia a Coppi, il salame ad Alberto. E’ incredibile, ma anche con 30°indossa sempre una giacca da neve ed è coperto dal cappuccio. Come farà? In effetti, se non fossimo compagni di viaggio, penserei che sia davvero un brutto ceffo.  Epperò nemmeno io devo fargli una buona impressione:  mi dice che gli dà  pena vedermi in questo stato e, subito dopo, mi abbraccia per ringraziarmi di avergli ceduto il salame come se gli stessi dando una pepita d’oro. Vuoi vedere che questo salame ha davvero lo stesso effetto degli spinaci di Braccio di Ferro? Proseguo fino a Grañon, dove taglio per i campi, con Sara e Thibaut. Si fermano qui perché pare che l’albergue parrocchiale sia veramente eccezionale. Anche io vorrei fermarmi lì, ma non posso proprio: ho appuntamento con gli altri a Redecilla e poi la tappa già è troppo breve. Prima di proseguire, però, un gelato me lo concedo: è essenziale per resistere a questo caldo! Dopo Grañon c’è subito una discesa, poi bisogna affrontare 4 km nei campi. Sono solo e fa caldo, ma il mio cappello mi protegge. Nella cucina dell’albergue un pazzo urla “satana va via” brandendo un coltello. Tutti i presenti sono scappati e l’hanno chiuso nella stanza temendo il peggio. E’ italiano e mi sento in dovere di tentare di calmarlo. Lo invito a posare il coltello, ma senza effetti. Meglio stare fuori da quella stanza. Ci vogliono venti minuti per togliergli il coltello da mano. Quando la polizia arriva per portarselo via, la situazione si è già normalizzata e tutti hanno già rimosso questo episodio. Nessuno conoscerà mai il suo destino.
“Ho scoperto che non c’è alcun modo più sicuro, per scoprire se la gente ci piace o la si odia, che a viaggiare con loro”.

(Mark Twain)

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30 luglio – 9a tappa – Redecilla – Villafranca de Montes de Oca 25

Parto, come al solito, male.  Anzi peggio. Cesar mi dà le sue garze e tutti si preoccupano per le mie condizioni. E’ umiliante, ma anche educativo. Alla fine, dopo qualche minuto, riesco a trovare una soluzione: togliere le solette dalle scarpe da trekking e metterle sopra i sandali – grazie ai quali sto compiendo il cammino – in modo da ammortizzare meglio il piede. Cesar, però, non è convinto: si offre persino di portarmi lo zaino pur di aiutarmi. Ovviamente io rifiuto: normalmente sono io che porto i pesi e aiuto gli altri. Ma Cesar è basco e, di conseguenza, ha la capa tosta: infatti,pochi km dopo, mentre io sto riempiendo la borraccia in prossimità di una fontanella, con una mossa repentina si ruba il mio zaino e scappa via. Io non ho la possibilità di raggiungerlo, ma sotto sotto nemmeno lo voglio. Se lo passeranno lui, Alberto e Victor per almeno un’oretta portando, ovviamente, anche il loro zaino, cioè quasi 20 kg in più oltre al loro peso. Intanto Lourdes, per non essere da meno, mi presta “a forza” il suo bastone. Resto comunque indietro e finisco per ritrovarmi con Laura di Barcelona, che giustamente mi chiede che fine abbia fatto il mio zaino. Le rispondo che me l’hanno rubato tre brutti ceffi e lei, esterrefatta, controreplica: che brutta  cosa sapere che anche nel cammino ci sono dei ladri. Ci ritroviamo tutti nell’albergue:  si cena in giardino su dei tavolacci, stasera a cucinare ci pensa Lourdes. . In fonda la vita di un pellegrino come me è proprio comoda: è vero che ogni giorno penso di morire e non riesco più a fare un passo oltre il dovuto – tanto da sembrare completamente invalido – ma almeno mi curano, mi aiutano, mi soccorrono e non mi fanno nemmeno mai fare nulla! Ferdinando è imbattibile a scacchi, ma a trivial mi rifaccio alla grande: non pensavo di riuscire a rispondere…e in più è davvero esilarante scoprire, con stupore, di conoscere la storia spagnola meglio di uno spagnolo.

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31 luglio – 10a tappa – Villafranca – Burgos 39 km.

“Ricordati che qualsiasi momento è buono per cominciare. Apprendi dagli audaci,dai forti, da chi non accetta compromessi, da chi vivrà malgrado tutto. Alzati e guarda il sole nelle mattine e respira la luce dell’alba. Tu sei la parte della forza della tua vita. Adesso svegliati, combatti, cammina, deciditi e trionferai nella vita; Non pensare mai al destino, perché il destino è il pretesto dei falliti”.
(Pablo Neruda).

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31 luglio – 10a tappa – Villafranca – Burgos 39 km.
Oggi, stranamente, sto bene. Finalmente sono tornato a camminare! Ciò significa che tengo il passo del gruppo e, quindi, sono tutti contenti. Alberto mi dà una pacca sulla spalla ogni due minuti dicendo che a chiunque lo telefoni che “este tio napolitano es un crack” – cioè che sono forte perché non mollo mai – Lourdes mi incoraggia e mi marca stretto cedendomi il suo bastone, mentre Cesar – più silenzioso – mi studia e cerca di capire se sto veramente bene. Devo far loro davvero compassione!  Prima di San Juan di Ortega ci fermiamo in un bar i cui proprietari sono amici di Alberto: ci offrono una birra impedendoci di pagare e poi ci salutano come se fossimo stati delle vecchie conoscenze. Il proprietario è un simpatico andaluso basso e tarchiato di Cadiz – una città famosa per il carnevale e per il modo in cui parlano i suoi abitanti –  che ci intrattiene con una serie di storielle probabilmente inventate. Io, in verità, capisco veramente poco di ciò che dice  e realizzo che, effettivamente, la diceria secondo la quale gli abitanti di Cadice si mangiano le parole quando parlano è verissima. Saliamo su una collina che segna l’ingresso in castilla y leon. Entrare in una nuova regione mi emoziona – ormai siamo quasi a metà cammino – anche se la discesa mi fa perdere parecchi metri rispetto agli altri. Non li vedo più e non ho affatto voglia di cercare un albergue a Villafria o di fare delle deviazioni senza sapere dove sono. Oggi sto bene e voglio godermi questa sensazione: voglio arrivare a Burgos! Mi spiace perdere il gruppo anche stavolta, soprattutto perché penseranno che sia un ingrato, ma sono sicuro che domani li ritroverò. Burgos sembra lontana, ma la raggiungo. La periferia sembra infinita e non è affatto agevole trovare l’albergue parrocchiale consigliato su internet. Qui conosco tre italiani che avevo salutato il giorno prima: si tratta di Cosimo, Livia e Silvia, tutti e tre vivono in Lombardia, precisamente a Lecco, ed è con loro che vado a fare un giretto nei dintorni dell’albergue. L’Hospitalera, che è una volontaria francese, mi scambia per il suo tuttofare e mi fa persino recuperare dei vestiti che erano da giorni sulle tegole del terrazzo del piano inferiore. La struttura è enorme, ma molto bella. Ho fatto bene a venire qui, benché anche l’albergue municipal di Burgos sia molto bello E’ domenica: messa, cena e poi preghiera collettiva. L’hospitalera, ovviamente, sceglie me per la lettura. Mi ha proprio puntato.

“Chi vuole davvero qualcosa trova sempre una strada, tutti gli altri una scusa” ( proverbio africano)

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1 agosto – 11 tappa – Burgos – Rabè de la Calzada 11 km

Vorrei dormire un po’ di più, tanto devo aspettare la compañia – se non altro per restituire a Lourdes il bastone che mi ha prestato e le ho praticamente sottratto – ma la sveglia è collettiva ed è alle 6.00, così non posso proprio dare seguito ai miei desideri. Tra l’altro l’hospitalera stamattina ha deciso di ignorarmi. Che ingrata!  Dopo colazione, sono già operativo e, per quanto mi sia mosso il più lentamente possibile, alle 7.00 sono già operativo. Nulla però è mai casuale: Silvia ha un problema al piede e io, che ho la mattinata libera,posso benissimo accompagnarla al centro per la salute visto che parlo spagnolo e posso fare l’interprete. Cosimo e Livia, invece, non hanno per nulla voglia di aspettare la loro amica e se ne vanno. Devo dire la verità: io sono stato molto più fortunato con i miei compagni di viaggio. Silvia, comunque, ha solo una volgarissima tendinite, ovvero il male che più affligge noi pellegrini. Deve solo riposarsi e cercare di non sforzare troppo il piede. Visto che il mio gruppo non è ancora arrivato, io ne approfitto per dedicare la giornata alla visita di Burgos, una delle città più belle del cammino: la Cattedrale, San Nicolas, San Gil, il centro storico. Silvia, intanto, mi dice che vuole fare qualche chilometro, massimo 5-6, almeno per sentirsi attiva. Fa bene e la capisco, ma non credo che nelle sue condizioni la rivedrò più. Non rivedrò più nemmeno Sara, visto che interrompe anche lei il cammino. E’ brutto salutare così le persone. Arriva finalmente il gruppo, persino Victor non sta bene: mi tocca visitare un altro centro per la salute. E’ proprio giornata di infortuni e di saluti! Salutiamo, infine, anche Fernando: proseguirà in bicicletta e, quindi, avrà di certo un altro passo rispetto a noi. Gli altri vorrebbero tutti pernottare a Burgos, ma così io avrei perso completamente un giorno. Tuttavia non posso di certo insistere più di tanto. Io, nelle mie condizioni di Lazzaro, non posso proprio esprimermi. Per fortuna decidiamo – rectius decidono – di proseguire, sebbene per pochissimo. Usciamo da Burgos in velocità: panino al volo, frutta. Dovremmo fermarci a Villalbilla, ma scopriamo che l’albergue è chiuso. Così continuiamo ancora un po’, ma non prima dell’immancabile sosta al bar del paese, fino a Tardajos, dove – anche qui – le notizie non sono buone: l’albergue è al completo. Rosa, l’hospitalera, ci offre del tè e vorrebbe persino accompagnarci in macchina, ma noi – con orgoglio – decliniamo l’invito. In quest’albergue, però, si era fermata Silvia, che mi saluta, e mi presenta  tale Gilda di Portici che, non appena vede il mio pantalone con il simbolo del Napoli, esulta. Purtroppo non c’è tempo per fermarsi: dobbiamo cercare un posto per dormire. Dubito davvero che le rivedrò di nuovo (…ma sbaglio!). Arriviamo a Rabè: bel paese, ma completamente privo di abitanti. L’albergue privato non è niente di che. Ceniamo in un bar l’ennesima tortilla, ma il proprietario ci intrattiene con racconti sul cammino e ci regala una medaglietta. Intanto è venuto a salutarci con dei dolci un amico di Cesar: è, effettivamente, un privilegio – oltre che molto conveniente sotto ogni profilo – stare in questo gruppo e Lourdes è intimidatoria nei toni: ti abbiamo aiutato, ora non puoi abbandonarci. Io non vorrei farlo mai.

«Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quelle che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.» Mark Twain

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2 agosto 12a tappa Rabè – Castrojeriz 29 km

Mi allontano dall’albergue per andare a riempire la borraccia alla vicina piazza. Al mio ritorno trovo ad attendermi Lourdes che mi invita a muovermi. Pensavo che gli altri fossero già partiti, in realtà erano ancora a fare colazione. Il cielo è coperto, ma Lourdes – che, da gallega qual è, di pioggia se ne intende – assicura: non pioverà. Dopo 2 minuti si scatena una tempesta. Scappiamo verso Hontanas. Il sentiero sembra non finire mai, poi – improvvisa – una discesa e il paese spunta dal nulla come un’apparizione. Hontanas è davvero carina, ma non c’è “il tempo” per apprezzarla come meriterebbe. Troviamo rifugio nel primo bar in cui ci imbattiamo. Al suo interno c’è già Victor piè veloce che ha evitato la tempesta. Aspettando gli altri, ci regaliamo un megapanino da pellegrini. Cesar e Alberto arrivano fradici e insistono per fermarsi lì sostenendo che non si può continuare in queste condizione, Victor vuole continuare. Lourdes mi chiede cosa voglia fare. Ci guardiamo negli occhi e rispondo: yo sigo. Non posso permettermi un’altra tappa breve. Ci salutiamo quasi sfuggendoci dopo 10 giorni di vita assieme. Prima o poi avrei dovuto farlo e lo sapevamo tutti, ma ogni giorno avevo sempre rinviato. Ora ci ha pensato la pioggia a sciogliere la compagnia. Prometto che sarei tornato indietro a salutarli prima di partire, ma chissà se sarà possibile. Proseguiamo io e Victor visibilmente commossi ripetendoci a vicenda “no lo pienses, no lo pienses”. La pioggia non infierisce, dura solo una decina di minuti. Poche parole fino a Castrojeriz. Ora siamo in due, io e Victor, la persona con cui forse ho legato di meno fino ad ora. Pessima cena. L’albergue è gestito da una specie di santone italiano che ha vissuto in India e da una tedesca. E’ molto spartano, ma non gli manca nulla. C’è, però, un po’ di malinconia. Manca l’allegria di Lourdes, la stranezza di Alberto e l’estro di Cesar: sì, mancano, ma io e Victor non ce lo diciamo. Sarebbe inutile. “No lo pienses, no lo pienses!”.

“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.”

(Luigi Pirandello)

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3 agosto, 13 tappa – Castrojeriz – Villarmentero 36 km
Ora voglio arrivare, ora il cammino è tornato ad essere la priorità e, per fissare un obiettivo, non c’è compagno migliore di Victor. Un velocista. Partiamo come delle frecce alle 6.30, ma, dopo qualche km, Victor scopre di aver dimenticato la borraccia al bar così torna indietro a prenderla. Perdiamo un’ora. Saliamo su una collina, poi scendiamo dall’altra parte. Il panorama si fa monotono fino a Fromista: gran bel paese con chiese romaniche che non si dimenticano facilmente. Pranziamo, poi si prosegue sulla carrettera fino a Poblaciòn de Campos. L’albergue non ci ispira, così decidiamo di continuare, ma sbagliamo strada e allunghiamo di un km. Avvistiamo un bar e decidiamo di fermarci a prendere un gelato. Non abbiamo più benzina e accanto al bar c’è anche un albergue. L’hospitalero non parla, è un personaggio inquietante e le pareti del bar sono piene di scritte lasciate dai clienti. L’albergue, invece, è sorprendentemente pulito e semivuoto, a tal punto che ci ritroviamo io, Victor e uno strano personaggio del Paese Basco che si porta dietro un libro di un paio di kg: la biografia di Giulio Cesare. “E’ per aver qualcosa da leggere la sera” dice. Ah, i Baschi! Per la verità, l’hospitalero ci aveva anche dato la possibilità di dormire in una tenda indiana, ma noi abbiamo gentilmente declinato l’invito. Panino nel bar – di più non è possibile cenare – e relazioni sociali con l’intera Villarmentero, el centro del mundo entero: 12 abitanti, 3 famiglie. Conosciamo – oltre al sindaco – anche un personaggio che suona la cornamusa asturiana. Due canzoni a caso: ‘O Sole mio per me, l’inno di San Fermin per Victor. Viva la fantasia!

La felicità non è uno stato al quale arrivare, ma un modo di viaggiare.
4 agosto – 14a tappa Villarmentero-Calzadilla de la Cueza 28 km
Colazione abbondantissima nell’albergue, laviamo i piatti e partiamo. E’ ancora notte, ma il sentiero si trova facilmente, anche oggi però Victor dimentica qualcosa: stavolta tocca al bastone. Anche stamattina gli tocca tornare indietro per riprenderlo. I primi 10 km volano, anche se il paesaggio dei campi – così come il rumore prodotto dalla torca di Victor – sono abbastanza monotoni. Carriòn de los Condes, però, è carina. Subito dopo, però, ci sono altri 18 km da percorrere lungo i campi e, stavolta, sotto il sole. Negli ultimi 4 vado in difficoltà, l’acqua finisce e non ce la faccio più. A Calzadilla ad aspettarmi c’è Victor: ci rifugiamo nel vicino albergue privato. L’hospitalera è una tedesca che specula persino vendendo le credenciales o i campioni gratuiti di compeed. Poveraccia, mi fa pena. Comunque, mentre mi chiedo che fine abbiano fatto tutti quei coreani che avevo visto nei primi tre giorni e che ora sono spariti,  ritrovo incredibilmente Silvia proprio al piano di sotto del letto al castello in cui mi trovo. A proposito, se durante la prima settimana, avevo sempre dormito sotto nel letto a castello, ora – invece – mi dicono di andare sopra. Pare che sotto tendano a mandarci chi ha difficoltà di movimento: si vede che qualche giorno fa sarò apparso proprio come un moribondo. Per me, comunque, cambia poco. Andiamo a cenare al ristorante: io, Victor, Silvia e un francese. Alle 21.30 stiamo già dormendo.

“Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato”. (Edgar Allan Poe).

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5 agosto – 15a tappa – Calzadilla de la Cuez – Sahagun 23 km
10 km e sono a Terradillos de Templarios. A parte il nome, nulla resta di questa antica roccaforte del sacro ordine. Proprio nulla. Ci saranno sì e no 10 case. Curioso l’incontro con un giapponese che camminava col vestito tradizionale: non potevo non farmi una foto con lui. Subito dopo, però, io e Victor ci perdiamo: dove stiamo andando? Arriviamo a Moratinos, paese di 79 abitanti in cui un italiano – un folle- si è trasferito e ha aperto l’albergue San Bruno. A rivelarcelo è un vecchierello che ferma tutti gli avventori che visitano la cappella del paese. Ci scatta anche una foto e dice che parlerà di noi nel blog che gestisce in cui narra tutti gli avvenimenti importanti che avvengono a Moratinos: trova divertente che un pamplonese e un napoletano si ritrovino assieme dall’inizio del cammino. A proposito, siamo ufficialmente a metà del cammino , evviva! Oggi ci fermeremo a Sahagun, località dove c’è stata un’importante battaglia tra Carlo Magno e i mori. La suggestione ci impone una sosta. Il paese è stato rovinato dalla modernità e i monumenti sono accerchiati da case bruttissime: peccato. In compenso a noi, abituati alle mesetas, Sahagun ci appare come una metropoli: non solo c’è un bar, ma addirittura due supermercati, dei pub e delle banche per ritirare soldi! Birra in un Irish pub e poi cena. Avevamo comprato del pollo, ma è scomparso dalla busta, così dobbiamo arrangiarci con una scatoletta di tonno a testa. L’albergue è il tetto di un teatro ancora operativo. E’ tutto in legno. Cuccette, cucina e bagno non sono separate da pareti, quindi si sente ogni piccolo rumore. In particolare l’acustica è perfetta per la sonora risata di Giada, una ragazza di Foligno. Conosco una signora di 62 anni che è partita da Carcasson, Francia, a maggio. Ora sta male ed è ferma. C’è anche il mitico Thibaut. Andiamo a dormire ponendoci una domanda esistenziale: che fine avrà fatto il pollo che avevamo comprato?

“Quando dovrai attraversare le acque, io sarò con te; quando attraverserai i fiumi, essi non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà”.
(Isaia 43:2)
6 agosto – 16a tappa – Sahagun – Reliegos 31 km 
Mesetas, tutto piano, minaccia di piovere, ma alla fine non piove. Perfetto: ho evitato il pericoloso sole delle mesetas e non mi sono bagnato. Questa sì che si chiama fortuna. Nel corso della giornata abbiamo incrociato un tipo strano con una barba lunghissima che percorreva il cammino in senso opposto. Si trattava del famoso “Bin Laden”. Nessuno sa il suo vero nome  né da dove viene perché non parla con nessuno. Di lui si sa solo che da tre anni percorre, senza mai fermarsi, il cammino avanti e indietro. Alla fine ne è rimasto prigioniero. Io spero di non fare la sua stessa fine: son ben altri i cammini che bisogna affrontare ed è troppo comodo rimanere su quelli già percorsi. Conosco un gruppo di Castellòn molto originale. Ci ritroviamo nello stesso albergo e anche per la cena al bar del paese. Cosa ceniamo? Purtroppo solo un uovo fritto, ma il gruppo di Castellòn, che ha iniziato il cammino da poco, sembra invece felice di questa opportunità. Ci mancano Lourdes, Cesar e Alberto, inutile negarlo. Infatti li chiamiamo anche al telefono e facciamo assieme a loro un paio di calcoli: si accelerate domani e dopodomani, forse, in un paio di giorni, potreste raggiungerci. Maledetta pioggia di Hontanas!

7 agosto, 17 tappa – Reliegos – Leon 25

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
(Marcel Proust).
7 agosto, 17 tappa – Reliegos – Leon 25 km
Altra tappa breve pianificata al solo scopo di fermarci a Leon. La iniziamo con Giada, poi lei scappa avanti mentre io e Victor ci fermiamo a fare colazione. Le nostre colazioni durano minimo mezzora per un semplice fatto: ci fermiamo a parlare con tutti i pellegrini che troviamo nei bar. E poi Victor deve prendersi una pastiglia. La lunga periferia di Leon – almeno a noi che non siamo più abituati alla città – ci fa venire la tentazione di prendere un passaggio, ma non lo facciamo. Arriviamo in centro e subito  inizia un’altra città: siamo nel medioevo. Leon è bellissima. Le strade sono ordinate e ogni angolo ci indica un pezzo di storia. Alloggiamo in un convento: ci accolgono dei volontari, camerate troppo grandi e non c’è nemmeno il cuscino. C’è però il wi fi. Conosciamo Carlos e con lui andiamo a visitare la splendida Leon: la cattedrale, il palazzo di Gaudì, Sant’Isidoro. E’ tempo di andare a cenare e abbiamo veramente fame visto che non abbiamo pranzato, ma Laura di Barcelona – chi si rivede: certo è che il cammino è proprio piccolo! – e Iolanda di Santiago ci precettano per una birra. Ci rivelano che sono a Leon da tre giorni e proprio ieri sono state derubate. Con noi c’è anche un gruppo della vicina Palencia che inizierà domani il cammino. Io, però, penso ad altro: siccome il Convento chiede alle 22,voglio trovare qualcosa da mangiare il prima possibile. Finalmente il gruppo decide di andare a prendere delle “tapas”, io brontolo, ma, alla fine, con tre tapas mi sistemo. In particolare provo la morcilla: arroz con la sangre del cerdo. A parole è disgustosa, di fatto è buonissima. Messa assieme alle suore. Accanto a me c’è Thibaut assieme al quale mi guardo attorno e, subito dopo, commentiamo: il cammino vero è appena finito oggi. Se fino ad oggi noi pellegrini eravamo pochi intimi che si conoscevano tutti, da domani saremo solo un numero tra tanti.

Notte da incubi: fa caldissimo, i ventilatori fanno rumore, molta gente russa e io non ho il cuscino. Alla fine me lo faccio da me, ma praticamente non dormo.

“No Me Regalen Mas Libros
Por Que No Los Leo
Lo Que He Aprendido
Es Por Que Lo Veo
Mientras Más Pasan Los Años
Me Contradigo Cuando Pienso
El Tiempo No Me Mueve
Yo Me Muevo Con El Tiempo
Soy Las Ganas De Vivir
Las Ganas De Cruzar
Las Ganas De Conocer
Lo Que Hay Después Del Mar”

( Calle 13 – La vuelta al mundo).

8 agosto, 18a tappa – Leon – Hospital de Orbigo 37 km
Ci vuole una vita per uscire da Leon. Un tipo molto strano, che cammina dalla Polonia, attacca a parlare e non la smette più. Si vede che ha bisogno di comunicare con qualcuno.  Victor va in fuga, dopo un’ora me lo ritrovo alle spalle che mi porta una napolitana per colazione. Da dove sarà sbucato? Ho poco tempo per chiedermelo, perchè riscompare subito. Intanto, io vado a comprarmi un’altra napolitana. Commetto, però, l’errore di dimenticare fuori dal negozio il bastone che avevo trovato il giorno prima. Me ne accorgo subito, però mi scoccio di fare “200 metri ” per riprenderlo. Il bastone viene riconosciuto dal gruppo di Castellon che, pensando che mi sia successo qualcosa, decide di contattare telefonicamente Victor il quale mi stava aspettando per pranzare nel paese successivo. Iniziano così le ricerche, Victor non mi vede passare e torna indietro, intanto io arrivo a Hospital e giro per gli albergues per vedere dove alloggiasse lui. E’ il caos. Finalmente arriva anche lui, deve essersi fatto almeno 10 km avanti e indietro per cercarmi, quindi in totale più del tizio incrociato stamattina che riusciva a farne 50 in un giorno solo. Alloggiamo al San Miguel, tra i due del paese è l’albergue di destra: bello, ma ci sono troppi gatti liberi di gironzolare nei letti. Un bel patio esterno mi permette di cimentarmi in un’operazione che apprezzo molto: riempire la vaschetta usata per i lavare i panni con acqua, sale, aceto e i miei piedi. Laura, Iolanda e Carlo – alloggiano all’albergue di fronte – vorrebbero invitarci fuori per una birra, ma stavolta dobbiamo declinare: stasera è per noi necessario mangiare seriamente e non possiamo aspettare troppo. Cucino io, Victor apprezza: “tutti gli italiani sanno cucinare almeno un po’”. Ritrovo molte persone conosciute  oggi sul cammino: Ramon e Julia di Gerona, che hanno iniziato proprio oggi e – per questo – fanno i galletti, due americane, Alessandro, un toscano di Siena al suo 4° cammino che assomiglia molto ad un comico di cui mi sfugge il nome e una ragazza di Roma che discetta delle scarpe e del vestiario che ha dietro. Nell’ascoltarla ci chiediamo tutti – allibiti – dove pensi di stare. Ovviamente, ed è proprio nel letto accanto a me, ritrovo anche Thibaut. Ormai ci ritroviamo sempre. “Thibaut, mangi con noi”? Lui non dice mai di no.

De nada sirve llegar a destino si no disfrutas del camino.
A nulla serve arrivare alla meta, se non godi del cammino-

9 agosto, 19a tappa Hospital de Orbigo – El Ganso 31 km
Giornata stupenda: c’è il sole, ma non si soffre il caldo più di tanto. All’uscita da Hospital ci si presentano due alternative, ma  noi non abbiamo dubbi nello scegliere il sentiero più panoramico. Sono 3 km in più, ma ne vale sicuramente la pena. A San Justo de La Vega, l’altopiano che precede Astorga, un ragazzo coi capelli lunghissimi, che dall’accento mi sembra essere catalano, ci aspetta davanti ad un bancariello e ci dice “benvenuti in Paradiso”. Sarà!  Prima ci offre da bere e frutta, poi ci racconta che da tre anni – al termine di un lungo pellegrinaggio in Spagna-  ha deciso di trasferirsi nella baracca che vediamo, una baracca che lui chiama la nave, per accogliere i pellegrini. Si chiama David, vive senza luce elettrica e senza acqua corrente. Ogni mattina si fa due chilometri per raggiungere una fontanella e fa rifornimento  caricandosi 40 litri d’acqua sulle spalle. Quando lo salutiamo, Victor è molto perplesso e non esita a confidarmi che sarà sicuramente un ragazzo con “mucha pasta”, ossia facoltoso, che, quando si sarà scocciato, potrà tornarsene tranquillamente a Barcellona. Io, invece, preferisco non giudicarlo. In fondo ogni scelta di vita, anche la più estrema, è sempre personale e insindacabile.

La tappa oggi la dividiamo in 2: è da una settimana che pianifichiamo di pranzare ad Astorga per provare il famoso cocido maragato. Arriviamo in città alle 11 e abbiamo appuntamento all’13.30 con il gruppo di Castellon. Prima provvediamo a prenotare un tavolo al ristorante, poi ci dedichiamo alla visita ad una delle città del cammino che sicuramente non saranno dimenticate. La cattedrale già di per sè è stupenda, ma è impreziosita ancor di più dalla vicina presenza del Palacio Episcopal, opera quasi fiabesca di Antonio Gaudì. Lo visitiamo assieme a Beth e Allison, le americane che abbiamo conosciuto ieri.  Incontriamo, dopo settimane, anche Federica: è ferma ad Astorga da 3 giorni per una tendinite. All’inizio andava come una scheggia e derideva anche chi, come me, stava male. Non nascondo una qualche soddisfazione nell’arrivare prima a Santiago. Il pranzo dura 3 ore: ad Astorga i tipici 3 piatti del cocido sono serviti al contrario rispetto al resto della Spagna. Il gruppo di Castellon ci obbliga a farci offrire il pranzo. Non potrò mai sdebitarmi. Sono le 16.15, aspettiamo che scatti l’ingranaggio dell’orologio dell’Ayuntamiento – nei cui pressi, fino a poco prima, c’era un mercatino – per ripartire. L’idea è di arrivare a Rabanal del Camino per tagliare in due la tappa di “montagna” di domani, ma è tardi. Andiamo a buon passo, ma il cocido inizia a pesare nello stomaco. Attraversiamo Murias e Santa Catalina de Somoza, due bei paesi, ma non ci fermiamo ancora. Alla fine la nostra destinazione è El Ganso. Sono già le 19.00. Qui troviamo uno dei personaggi più strambi del cammino: nella meson cow boy, il proprietario è un fanatico della legione straniera, un pazzo che maneggia anche un’ascia dal bancone. Ci sarebbe da aver paura se il personaggio non fosse maledettamente comico e dicesse solo assurdità. Mi sfida persino a braccio di ferro. Nel bar ritrovo il senese conosciuto ieri a Hospital e col quale avevo scommesso un panforte se fossi riuscito a proseguire dopo aver mangiato tutto il cocido maragato. Ho vinto, ma non credo che riscuoterò mai la vincita. Per ora mi sembra più preoccupato dalla presenza del ganso de el ganso e dall’ascia che fa ruotare. Albergue piccolo ed essenziale. Siamo gli ultimi e l’unico letto rimasto è rotto. Non posso muovermi senza fare un rumore fastidioso per chi dorme sotto nel letto a castello, così decido di andare a dormire su un sofà: è pure più comodo. Non ceniamo: dobbiamo ancora digerire il cocido. Vincere le scommesse costa!

“Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo. Il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo”
J. R. R. Tolkien

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10 agosto, 20a tappa, El Ganso – Riego de Ambros 27 km
Io e Victor abbiamo deciso di separarci per non vincolarci a vicenda: lui vuole arrivare prima e può fare 50 km al giorno (stasera vuole già essere a Ponferrada) , mentre io non ho tutta questa fretta. Per questo ci saluteremo sulla Cruz de Hierro, sul punto più alto dell’intero cammino. 7 km fino a Rabanal, poi inizia la salita vera, ma nulla di impegnativo. Si sale senza accorgersene. Provo a mettere gli scarponi, ma l’esito è negativo, durano poco: si torna ai sandali. A Foncebadòn due Irlandesi, non appena scoprono da dove sono partito, mi chiedono di poter fare una foto con loro. Devo sembrare un pellegrino molto folcloristico con la barba che mi ritrovo. Arrivo alla Cruz de Hierro e non me ne accorgo nemmeno. Chiedo: è questa? Lì io e Victor, dopo le foto di rito, ci salutiamo. Buona vita, amico! Proseguo da solo fino a Manjarin dove c’è il covo dell’ultimo templare, un finto pazzo che si veste da cavaliere medievale per vendere gadgets. In realtà nel ruolo si trova bene. Pare che ogni mattina si metta davanti ad un altare e con una spada benedica i pellegrini. L’albergue, però, è sporchissimo: non c’è acqua corrente, non c’è luce e per i bisogni bisogna accontentarsi di una fossa all’esterno. Io do un’occhiata, ma giusto una. Proseguo, inizia un’interminabile discesa che mi distrugge le gambe, arrivo a El Acebo distrutto, ma non mi posso fermare altrimenti non ripartirei più. Compro da bere in un bar, riempio la borraccia e poi scendo ancora di quota. Vorrei arrivare fino a Molinaseca, ma a Riego de Ambros, mentre sto mettendo la testa sotto una fontana, sento una voce chiamarmi: “Ernesto!”. E’ Victor, che si è riparato nell’albergue accanto e mi chiama da una finestra. Si era affacciato proprio nel momento in cui sono passato io.  Con lui ci sono anche Julia e Ramon, che già non sono più in vena di fare i galletti e si aggregano a me – mi raccomando l’aceto! -nella quotidiana pratica del condimento dei piedi Sono le 14.40. Una scena comica: chiediamo al proprietario dell’albergue privato in cui ci siamo fermati di indicarci un posto dove poter mangiare e lui ci spinge verso l’unico bar del paese. Ci trasciniamo a fatica fino al bar e subito ritroviamo la stessa persona che, con fare arrogante, ci dice: la cucina è chiusa. Tornate alle 19. Siamo troppo stanchi per capire subito che è la stessa persona: no, non è possibile, sarà un sosia. E siamo altresì troppo stanchi per protestare o, come sarebbe più giusto, per ucciderlo.  Dopo una giornata di fatica a digiuno, ci tocca aspettare per forza altre quattro ore per assaporare una magnifica zuppa di lenticchie. Il menu del pellegrino  la offre quasi sempre.

“Quando sei in VIAGGIO ricordati sempre che la strada può portarti molto più lontano di quanto la tua vita possa credere’
11 agosto, 21a tappa – Riego de Ambros – Villafranca del Bierzo. 40 km
Mi alzo prestissimo da solo e decido di andare. Alle 4.30 sono già operativo. Riesco, dopo più di quindici giorni, finalmente a indossare gli scarponi e sono felice perché le pendenze li richiedono. Nulla può essere casuale qui. Scendo per i 6 km che separano Riego da Molinaseca facendomi luce col il display del cellulare. Sto molto attento a non scivolare. Il sentiero sembra essere chiuso, i rami sembrano dei serpenti e i versi degli animali – sicuramente non uccelli – mettono una certa fretta. Inoltre ho continuamente il dubbio di aver sbagliato strada benché mi sia studiato il percorso la sera prima. In compenso osservo il cielo stellato più bello della mia vita. Sono finalmente a Valle, dietro di me deve aprirsi tutto il costone e c’è un fiume che scende, deve essere bellissimo. Arrivo a Molinaseca: attraverso il ponte medievale e le sue chiese. E’ l’alba, faccio colazione. Ponferrada pure merita con il suo decantato castello e la piazza con la chiesa di Santa Maria, però che fatica uscirvi. Attraverso per km immensi vigneti, non resisto e prendo grappoli e grappoli di uva. Le sciacquo e me le divoro. Se i contadini vi vedessero, non la prenderebbero bene. Sono già 31 km da stamattina. Arrivo a Cacabelos, un altro paese molto carino. Me la sto davvero godendo questa tappa. Mangio la torta rustica con jamon e queso più buona della mia vita e proseguo, ho ancora gamba. Salgo senza problemi fino a Pieros, poi il caldo mi colpisce. Sono costretto a rimettere i sandali, il ritmo cala vistosamente e mi perdo. Un bar ha deviato le frecce gialle del percorse per portare tutti i pellegrini al suo uscio. Forse avrei fatto meglio a tagliare seguendo la carrettera o un altro sentiero, ma questo – in fondo – è molto più piacevole.  Gli ultimi km li percorro con Rut, una madrileña che ha iniziato oggi da Ponferrada e se la prende comoda. Arriviamo a Villafranca al comunale, albergue che si trova proprio all’inizio di Villafranca, ma ci dicono che è pieno. Ci dirigiamo così decisi verso un privato appena fuori dal paese. Temiamo di non trovare un posto per dormire e quasi ignoriamo una delle Chiese più significative del cammino, San Giacomo con la sua “porta del perdono”. Infatti tale Chiesa fu eretta per quei pellegrini che,  a causa di malattie o infermità, non sarebbero stati in grado di arrivare Santiago De Compostela e permettere loro di ottenere comunque il perdono inginocchiandosi sui gradini della suddetta porta. Noi, però, siamo ottimisti. Manca veramente poco alla Galizia, anzi praticamente ci siamo.  L’albergue “La piedra”, 8 euro e di serie A, è proprio alla fine di Villafranca. La stanza è molto pulita – non ho messo nemmeno il copriletto –c’è internet e tutto ciò che può servire ad un pellegrino esausto, anche la bacinella per i piedi di cui ormai sono drogato. L’unico inconveniente è che la stanza da me occupata è condivisa con un gruppo di Milanesi insopportabili. Chiacchiero con Faustine, francese che parla un perfetto italiano quando, ad un certo punto, attratto dalla mia voce, spunta Victor: e tu che ci fai qui? Senza sapere nulla l’uno dell’altro, abbiamo fatto lo stesso tappone  convergendo anche nello stesso albergue: incredibile.  Ramon e Julia stavolta hanno definitivamente smesso di fare i galletti. Ognuno di loro è, infatti, “hecho polvo”, cioè caput, fuorigioco, eliminato. E’ la prima cosa che mi dice Victor. Mi dispiace.  Andiamo al supermarket visitando la bella Villafranca, cittadina fondata nel medioevo dai pellegrini  per accogliere i pellegrini. Devo ammettere che tra Leon e la Galizia ci sono solo bei paesi, peccato però che ci siano talmente tanti turi-grini che si perda un po’ lo spirito del cammino. Nella piazza centrale del paese ci sono anche Beth e Allison che stanno cenando ad un bar. Ci sediamo con loro e perdiamo un’oretta, ma si cena in albergue. Stasera tocca a Victor cucinare: mezzo kg di  riso al pomodoro in due e tre uova sode a testa. Che stomaco! Alle 10.30 vado a pagare il conto all’albergue. Il cane degli hospitaleros, non appena mi vede, impazzisce e inizia a farmi festa. “Mai con nessun pellegrino era stato così festoso, incredibile”. “Sa che soffri coi piedi e, a suo modo, cerca di aiutarti”. Incredibile.

“La conversione è cosa di un istante. La santificazione è lavoro di tutta la vita” (da “Cammino”di Josemaría Escrivá de Balaguer).

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12 agosto, 22a tappa – Villafranca – Fonfria 41 km.
I Milanesi, facendo rumore, mi svegliano alle 5. Poco male: si scende. Mi hanno fatto venire il raffreddore perché tenevano la finestra aperta e il freddo, a quelle quote, si sente. Sono accompagnati da una guida che li segue su un transit. Non è da autentici pellegrini. I primi 5 km li percorro con loro e mi fanno tornare indietro due volte perché sbagliano strada pensando che sia quella giusta. Uno di loro, mi chiama con tono cafone “Napulì”. La freccia gialla mi dice che devo girare a destra,non mi resta che seguirla. Loro però disobbediscono e, infatti, si perdono. Colazione al bar. A Trabadelo inizia a seguirmi un cane nero enorme, un mastino spagnolo. Peserà almeno 60 kg. Io mi fermo, lui si ferma; io scatto, lui scatta.. Zoppica, ma non molla. All’inizio mi fa un po’ paura, poi diventa di compagnia. Cammina al centro della carreggiata, poi, non appena sente il rumore di una macchina di passaggio, si sposta al lato. Subito dopo si rimette al centro. E’ un incontro straordinario. Mi spiegano che ogni giorno decide di seguire un pellegrino fino ad un certo punto, poi si siede e aspetta che il padrone lo vada a prendere. Lo chiamo “Santi”, diminutivo di Santiago. E’ lui a guidarmi sul Cebreiro  e a indicarmi la strada giusta aspettandomi per salire. E’ una tappa stupenda che mi godo appieno. 12 km di salita, due dei quali molto duri. Il caso vuole – anche se il caso non esiste – che, proprio oggi che non avrei potuto fare altrimenti, riesca a indossare gli scarponi senza nessun dolore. Arrivo a la Faba, Santi si pianta: è arrivato al punto in cui si ferma sempre e vuole aspettare il suo padrone. Più avanti non va. Mi mancherà dopo 4 ore assieme. Subito dopo, appena svoltato l’angolo, ritrovo Victor e pure Silvia (ma il caso non esiste!). Saliamo e ci fermiamo sulla pietra miliare dove è indicato che siamo in Galizia. Significa che manca poco. In parte siamo emozionati, in parte siamo impauriti. Arriviamo a monte, pranziamo: pulpo alla gallega ovviamente. Un gruppo di turisti di Salerno mi fa il quarto grado vedendomi mettere il timbro sulla credencial: chi siete, da dove venite, perché lo fate? Fa caldo e sono disidratato, ma ho gamba per Fonfria: bella tappa. Dopo essere sceso da ‘O Cebreiro, mi fermo a fare rifornimento. Nell’albergue ritrovo quella ragazza di Portici intravista dopo Burgos, con lei c’è Simone. Io, Victor e Silvia andiamo a cenare al bar del paese: c’è solo un panino con il salame, ma tutto sommato va bene così. I galiziani hanno un accento molto divertente, a metà tra il ciociaro e il sardo. Si vede che sono molto poveri e vivono ancora con l’agricoltura. Vedo vacche praticamente ovunque.

n.b. Il video che avevo realizzato con Santi è misteriosamente sparito così è sparito Santi. Mi dispiace molto, ma un dubbio mi tormenta: Santi è mai apparso veramente o è solo il frutto della mia immaginazione?

“Camminiamo attraverso noi stessi incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani […] ma sempre incontrando noi stessi” ( James Joyce)

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13 agosto, 23a tappa Fonfria-Calvor.
Come soldatini ci prepariamo nel buio e usciamo nella notte. Colazione con vero cappuccino (una rarità!) e torta di Santiago, poi Victor scatta in avanti. E’ più forte di lui. C’è una deviazione con 6 km in più per andare a visitare il monastero benedettino di Samos, Silvia non se la sente. Proseguiamo in 4: Giada, Gilda, Simone e io. Lì ritroviamo anche Victor per la visita guidata. Ne vale la pena. Inizia il gran caldo e si va in sofferenza. Non possiamo fermarci a Sarria perché è presa d’assalto dai “pellegrini turisti”, quelli degli ultimi 100 km, perciò, tatticamente, decidiamo di fermarci prima. A Calvor. Albergue distante dall’unico bar: che fatica per andare a cenare. La Galizia, però, offre degli scorsi stupendi. Sembra la Contea degli Hobbit con le sue colline verdissime illuminate anche durante la notte. Prima dell’alba è davvero spettacolare percorrere i sentieri illuminati solo dalla luce delle nostre torce e osservare il paesaggio circostante illuminato dai falò accesi dai contadini.

“M’immaginavo nell’atto di prendere semplicemente la decisione di continuare a camminare davanti a me. Questa idea mi piaceva… Esser solo, senza beni, senza prestigio, senza alcuno dei benefici d’una qualsiasi cultura, tra uomini nuovi, nel cuore di mondi vergini… Va da sé che era solo un sogno, il più breve di tutti. Quella libertà che inventavo non esisteva che nella mia fantasia: presto, mi sarei creato di nuovo tutto quello a cui avrei rinunciato.”

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14 agosto, 24a tappa. Calvor-Ventas de Naron – 42 km
4.30 sveglia, alle 5 si esce. I soldati scattano .Ormai l’aria di Santiago si sente. Colazione a Sarria con Giada, paesone rovinato dall’invasione di massa, poi avanti. Perdo Giada, ma ritrovo Silvia che trova la forza di correre pur di raggiungermi. Arriviamo a Portomarin, per arrivarci è d’obbligo affrontare una lunga discesa che spezza le gambe e attraversare un ponte che non finisce mai. Mancano ufficialmente 100 km a Santiago, ma sia io che Silvia siamo molto provati. Ormai sono ridotto ad una larva. Non sono quanti kg ho perso, ma so che sono un’altra persona. L’arrivo a Portomarin è molto scenografico. Dopo il ponte c’è una scala e si parta sotto un portale in pietra. Anche uscire da Portomarin è scenografico: bisogna attraversare un altro ponte. In fondo è un percorso carino, assurdo, ma carino. Tuttavia né io né Silvia dimostriamo di apprezzarlo: siamo troppo stanchi per questi giochetti. Almeno pranziamo e io ne approfitto per prelevare in banca. Si prosegue, ma c’è il rischio di non trovare un albergue. Sosta al bar con torta di Santiago, piove ma si prosegue. Incontro con un caotico ma simpatico gruppetto di Salerno. Potremmo arrivare a Ligonde, ma – per paura – ci fermiamo a Ventas. Estorsione da 10 euro in albergue privato,ma almeno è pulito. Tra l’altro in questo appartamento ci siamo solo noi, nemmeno un russatore molesto, e non è poco. Decidiamo di cenare nell’albergue concorrente. L’unico mio rammarico è che Victor, invece, è arrivato a Ligonde e per la prima volta ci siamo separati per davvero. Sono partito con un gruppo tutto spagnolo, ora sono solo con italiani. Che voglia significare qualcosa?

“Solo ultimamente siamo diventati curvi sui cellulari, sugli schermi, ma ciò che ci ha fatto quelli che siamo non è lo stare curvi, in posizione quasi di baciamano. Lo dico perché secondo me il computer ci rende anche più servi nei confronti del potere proprio per questa posizione prona che richiede. Dovremmo invece riprendere questo andare eretti di chi guarda lontano, di chi vede ciò che ha intorno, di chi ha imparato i codici segreti dell’avvicinamento agli altri uomini e quindi dell’incontro. Certo, stanno facendo di tutto per farci dimenticare come si cammina ma la forza e la memoria biologica che abbiamo di questo atto è in noi talmente resistente che bastano tre giorni perché, una volta sul sentiero, ci si dica “Mio Dio, come ho potuto ridurmi così prima? Guarda come sto bene adesso..”  (Paolo Rumiz)

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15 agosto, 25a tappa – Ventas – Ribadiso 41 km.

Io e Silvia scendiamo alle 5 mentre i salernitani dormono ancora. A Ligonde incrociamo Victor, che si era fermato lì presso un parrocchiale con posti ancora disponibili Mannaggia. Dopo aver fatto colazione, proseguiamo a buon ritmo fino a Melide. Qui Silvia opta per una sosta, io mi sento benissimo e voglio proseguire. Abituati ai paesuncoli delle mesetas ci fermiamo al primo bar del paese pensando che non ce ne siano altri: è sporchissimo, bruttissimo e pure antipaticissimo. Mi negano persino l’acqua per la borraccia, così decido di non consumare nulla lì. E’ la mia fortuna: devo ancora arrivare al centro del paese. Mangio in una “pulperia”, il fast food del polipo tipico della galizia: cucinano in continuazione dei polipi, che poi tagliano con una forbiciona , e te li mettono in un piatto di legno. Dopo aver ordinato, mi siedo su una tavolaccia. Chiacchiero con due simpatiche signore che hanno iniziato a Sarria, sono del Paese Basco. Aaaah, il Paese Basco. La bellezza del cammino è che credi di partire da solo, ma solo non lo sei mai, nemmeno quando sei sicuro di esserlo. E poi trovi sempre qualcuno del paese basco, gente pazzerella ma veramente a modo. Proseguo di gran carriera, oggi sto per la prima volta veramente bene e ho veramente voglia di arrivare. Supero tutti, ma veramente tutti, come un razzo. Si vede il passo diverso che c’è tra i novellini e chi è partito da quasi 800 km. Ora la stanchezza non conta nulla. Mi fermo a Ribadiso perché è l’ora di prendere l’albergue. Infatti, benché la struttura sia enorme, quest’ultima si riempie dopo pochi minuti. E’ comunque un errore strategico il mio, perché, poco dopo, mi capita di leggere un sms inviatomi da Victor in cui mi invitava a fermarmi nel paese successivo, Arzua, per pranzare e poi proseguire eventualmente fino a Sant’Irene. In totale sarebbero stati 60 km per me, forse non era il caso. Auspico che Victor non dia seguito ai suoi propositi, ma, conoscendolo, mi sa che non lo rivedrò più. Ormai è partito. Mi rinfranco immergendo i piedi nel fiume che taglia l’albergue. E’ molto meglio della bacinella. Mi arriva un altro sms: Silvia, Giada, Gilda e Simone sono nell’albergue privato accanto. Ceniamo assieme.

“Adesso considera un po’ questi qua davanti. Hanno preoccupazioni, contano i chilometri, pensano a dove devono dormire stanotte, quanti soldi per la benzina, il tempo, come ci arriveranno… e in tutti i casi ci arriveranno lo stesso, capisci. Però hanno bisogno di preoccuparsi e d’ingannare il tempo con necessità fasulle o d’altro genere, le loro anime puramente ansiose e piagnucolose non saranno in pace finché non riusciranno ad agganciarsi a qualche preoccupazione (…) e una volta che l’avranno trovata assumeranno un’espressione facciale che le si adatti e l’accompagni”.
(Da “Sulla strada” di Jack Kerouac )
16 agosto, 26a tappa Ribadiso-Monte di Gozo 37 km.
Ultima tappa vera. Mi preparo e vado subito ad aspettare gli altri fuori dall’albergue in cui avevano trovato posto. Dopo pochi minuti si parte. Si sale attraversando un bosco, il percorso è veramente piacevole fino a Sant’Irene. Santiago è vicina e io inizio a ridere da solo come un idiota, mi allontano dagli altri per pudore. Sono felice, dunque rido. Rido senza riuscire a fermarmi e non so manco perché, anzi lo so ma non è spiegabile. Gozar in spagnolo significa gioire, fruire, godere. Monte de Gozo significa monte della gioia e io ora ne ho davvero contezza. Non è suggestione. Saliamo sul Monte, sembra fatta, ma manca ancora un po’ di fatica. Fa caldo. L’albergue polacco è pieno, ma qui le strutture non mancano. Tutto è moderno. Hospitalero gentile, ma siamo solo numeri di passaggio. L’ambiente è diverso rispetto a quello che c’era in Navarra o per le Mesetas. Manca del tutto il contatto umano  e non trovo più  lo spirito del pellegrino che ho fatto mio, ma che  è del tutto assente in chi è partito da poco. Ora, se auguri un buen camino, ti guardano storto. Andiamo a cenare in un modernissimo self service, poi festeggiamo. Birra e Orujo, il liquore tipico della Galizia. Arriva fino a 40°. C’è aria di festa ma anche di malinconia. Dopo cena, quando tutti sono andati a dormire, io decido di anticipare “la colazione” e di consumare il panino che mi ero conservato per il giorno successivo. Sono seduto sulle scale dell’albergue e osservo il piazzale pieno di  turigrini che gozzovigliano.  Capisco che è veramente finita. Chissà se domani riusciremo a goderci veramente la tanto sognata Santiago.                              .

Il cammino mi ha insegnato ad essere amico di me stesso e dopo degli altri

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17 agosto, L’ARRIVO A SANTIAGO DI COMPOSTELA 5 KM.
E’ solo una passerella che mi sono lasciato per arrivare all’alba del 17 agosto, giorno dell’onomastico di mia nonna. Ci alziamo con calma alle 6, poi, silenziosi e compatti, scendiamo. Scendiamo dal monte di gozo lentamente e senza parlare. Siamo concentratissimi e emozionatissimi. Sbagliamo anche strada. Invece di dirigerci verso la parte antica, rischiamo persino di uscire da Santiago. Saliamo finalmente verso il casco antiguo, lo attraversiamo tutto. Passiamo sotto l’arco che ci fa accedere alla piazza della cattedrale, è ancora buio. Sono concentratissimo, ma ad un certo punto un volto familiare mi distrae: è Victor! Gioia nella gioia ritrovo l’amico del primo giorno, la prima persona incontrata nell’autobus che da Pamplona porta a San Jean pied de Port. Era lì per salutarmi, all’alba. Io, a questo punto, colto di sorpresa, quasi non penso più che sono davanti alla Cattedrale di Santiago de Compostela. E, infatti,Victor è costretto a ricordarmi dove sono e mi invita a godere del momento. Ci sediamo tutti a terra al centro della piazza. La cattedrale è lì maestosa davanti a noi, tutta per noi. Non parliamo: siamo troppo emozionati. Andiamo a fare colazione, Victor ha il treno alle 9. E’ arrivato ieri, ma vuole già andarsene a casa. La sua strada ora è casa. Lo capisco. Ordina “una napolitana” quasi per sfottermi. Ci salutiamo, mi commuovo. Stavolta è un addio serio, mica come quello sulla Cruz de Hierro.  Visito velocemente Santiago, poi alle 12 vado alla messa del pellegrino. Momento molto suggestivo. La cattedrale è gremita, ci siamo tutti. Ritrovo molti dei pellegrini conosciuti sul percorso, mi sembra di stare a casa. Ritrovo persino le due americane per l’ultima volta. Ovviamente c’è anche Thibaut. Ovviamente c’è sempre. Silvia, però, se ne deve andare. E’ la prima a lasciarci. Andiamo all’albergue suggerito da Victor: il convento di San Francesco d’Assisi. Mentre sono in attesa per accedervi, sento un accento a me famigliare: “siete veronesi?”, chiedo ironicamente. E’ un bel gruppetto di Napoli, anzi, del Vomero. Se per mese intero ho passato le mie giornate solo con spagnoli e poi con gente del nord, ora, proprio all’arrivo, ritrovo persone della mia terra: anche questo ha un senso, significa che sto davvero per tornare a casa e che anche la mia strada, come quella di Victor, è cambiata. Riesco a fare la fila per vedere la tomba di San Giacomo, ma non me la godo come vorrei. C’è troppa gente. Vado a pregare altrove. Ceniamo nel ristorante che mi è stato appositamente suggerito da Lourdes, Casa Manolo: con pochi euro mangiamo veramente bene. Poi, alle 22, preghiera molto suggestiva in convento. Il frate ci regala una pietra con disegnata una freccia gialla: la conservo gelosamente.

Il vero miracolo non e’ giungere al traguardo. Ma avere il coraggio di partire.
18 agosto. E’ tempo di saluti. C’è chi deve tornare, chi proseguirà per Fisterra. Io odio i saluti. Alla fine ci ritroviamo io e Giada per andare a vedere Fisterra. In autobus però. Prendere l’autobus dopo tanti km a piedi fa uno strano effetto, anche quando stavo male rifiutavo l’idea di prenderlo. Anche la Galizia più occidentale ci offre dei panorami niente male. Ad esempio il mare: era da un mese che non lo vedevo. A Finisterre andiamo a vedere il faro situato nel punto più occidentale della Galizia, poi alla spiaggia di Langosteria. Decido di fare il bagno anche se l’acqua è fredda, ma è un atto simbolico che va fatto. E’ iniziata una nuova vita, è necessario un battesimo. Molti ci hanno lasciato le penne e, inutile negarlo, un po’ di suggestione c’è. Riesco pure a fare il ceck in on line per l’aereo a poche ore del termine massimo, prendiamo un panino e ritorniamo.

Sembra tutto pronto per il ritorno, ma c’è ancora qualcosa che manca. Devo mantenere una promessa e tornare indietro per salutare Lourdes, Alberto e Cesar. Loro sono ancora a Ligonde, proprio nel paese in cui io e Victor non ci siamo trovati per la prima volta nel timore di non trovare ospitalità negli albergues del paese. Scopro che non esistono autobus che fermano a Ligonde, ma sono deciso ad arrivare lì a piedi da un centro vicino col rischio molto alto di non trovare un posto per dormire. Senonché, evento che non mi era mai capitato in Spagna, l’autobus che mi riporta a Santiago fa ritardo, così devo rinunciare ai miei progetti. Anche questo non può essere casuale. Eppoi io odio addii e saluti. Non li chiamo, ma mi limito ad un semplice sms. Non ho voglia di chiamarli.
Ora io e Giada dobbiamo trovare un posto per dormire. Santiago è una bolgia. Ogni albergue risulta pieno ed è in punti diversi della città. Alla fine anche oggi si cammina. Andiamo avanti e indietro per tre ore persino nella parte nuova della città che ricorda l’Eur e le cui strade hanno nomi che non conosce nessuno. Ci innervosiamo. Ritrovo persino, per l’ennesima volta, il gruppo di Milanesi che avevo conosciuto a Villafranca. Facendo 10 km al giorno a piedi, sono riusciti ad arrivare assieme a me che ne ho fatti 40 di media. Miracoli del Transit e di poter prendere la macchina. Se non altro, tornati a casa, potranno dire di aver fatto il cammino di Santiago. Alle 21.20 mi ricordo di avere un bigliettino datomi per strada da uno che affitta delle camere. E’ la nostra salvezza. Ci fa pagare una miseria, 15 euro, per un’ottima stanza situata nel centro di Santiago. La stanza è tutta nostra e non abbiamo orari per tornare. Ci diamo una ripulita e andiamo a cenare come si deve. Paella con mariscos. Altri adii e altri orujos. Praticamente ad ogni saluto mi tocca bere un orujo.  Alle 2 entriamo in una bettolaccia attratti dalla musica: sono degli “ex” universitari che, con un vestito della goliardia, allietano gli avventori con delle canzonacce. Io e Giada ci facciamo un litro di birra. Non ne esco lucidissimo. Ritroviamo la stanza che abbiamo preso solo perché mi ricordo che nell’appartamento di fianco c’è uno studio di avvocati. Fuori dal palazzo c’è uno completamente ubriaco. E’ finita la vita da pellegrino.

Non piangere perché è finita, ridi perché è accaduto.
19 agosto.
Saluto anche Giada, voglio stare un po’ da solo. Qualche acquisto, un’ultima visita a Santiago, poi all’aeroporto. Ci vado con molto anticipo, non ho più voglia di rimanere a Santiago. A Madrid la scena cambia: la metropolitana e il centro sono affollatissimi. C’è la Giornata Mondiale della Gioventù e da puerta del sol fino plaza Cibeles non passa uno spillo. Penso alla differenza con le mesetas. Qui mangio da 100 montadidos, nelle mesetas  per me era una festa se trovavo un bar. Siccome indosso la maglietta con scritto io sono sopravvissuto al cammino di Santiago,dei ragazzi mi fermano e mi interrogano: “hai fatto il cammino?” ? E’ il mio sogno farlo, ma ho paura”. Rispondo da taumaturgo: tutti lo possono fare, non è una gara di corsa.

Era da parecchio che volevo compiere il cammino di Santiago.
Ora che l’ho finito so che il mio cammino è solo all’inizio.

N.B. Lourdes, Alberto e Cesar, per ironia della sorte, riusciranno ad arrivare a Santiago solo il 20 agosto. Successivamente proseguiranno a piedi fino a Fisterra dove bruceranno tutti i loro vestiti. Pochi giorni dopo mi arriverà a casa una loro cartolina da lì.

“Sono un pellegrino e voglio andare a pregare da pellegrino tra gli altri pellegrini

Il cammino della Chiesa, come anche il nostro cammino cristiano personale, non  è sempre facile. Incontra difficoltà, tribolazione. Seguire il Signore, lasciare che il suo Spirito trasformi le nostre zone d’ombra, i nostri comportamenti che non sono secondo Dio e lavi i nostri peccati, è un cammino che incontra tanti ostacoli, fuori di noi, nel mondo e anche dentro di noi, nel cuore. Ma le difficoltà, le tribolazioni, fanno parte della strada per giungere alla gloria di Dio, come per Gesù, che è stato glorificato sulla Croce; le incontreremo sempre nella vita! Non scoraggiarsi! Abbiamo la forza dello Spirito Santo per vincere queste tribolazioni. Camminare, edificare-costruire, confessare. Ma la cosa non è così facile, perché nel camminare, nel costruire e nel confessare delle volte ci sono scosse, ci sono movimenti che non sono proprio movimenti del cammino: sono movimenti che ci tirano  indietro
Perché, quando non si cammina, ci si ferma.
Quando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce non siamo discepoli del Signore: siamo mondani: siamo vescovi, preti, cardinali, papi, ma non discepoli del Signore!”.

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(Papa Francesco)

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13 risposte a “Diario del cammino francese (2011).

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  2. Bellissimo.
    L’ho letto tutto d’un fiato e mi è piaciuto tantissimo.
    Ti invidio tantissimo, traspira che hai trovato degli amici veri.

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  3. Mi hai fatto immaginare cosa possa significare vivere una esperienza del genere. Io non credo che riuscito mai a farla a causa di qualche problemino fisico, eppure resta il mio sogno. Sei riuscito a tenerti in contatto con le persone coinvolte nel racconto?

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  4. Sarebbe una sceneggiatura perfetta per un film. C’è tutto: avventura, pathos, incontri, imprevisti e il percorso di maturazione del protagonista, Hai mai pensato di pubblicare un libro?

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  6. Ho letto con interesse il tuo racconto e mi sono immedesimato in esso.
    Il 24 partirò anch’io da Astorga da solo e non nascondo di avere paura.
    Il tuo racconto mi ha dato delle belle suggestioni.
    Grazie
    Roberto

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    • Ciao Roberto!
      Non avere alcuna paura, perché presto la tua unica paura sarà quella di non riuscire a fare a meno del cammino. Goditi ogni passo, ogni difficoltà, ogni pensiero, ogni momento di meditazione e ogni birra con gli amici che troverai.
      Buon cammino!

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    • Ciao Narrabondo, avevi ragione!
      ho passato dei giorni fantastici per il cammino da Astorga a Santiago.
      Una esperienza davvero profonda che ognuno vive a suo modo. Camminare per ore e arrivare a destinazione per poi ripartire il giorno dopo sempre a piedi, con la bruma della mattina, il sole che inizia a scaldare, i paesaggi che ti salutano con le pianure sterminate, le dolci colline, gli animali nelle fattorie, i contadini che lavorano nei campi.
      Le compagnie che si fanno lungo il cammino, le chiacchierate e le soste ai bar lungo le tappe, l’atmosfera che si carpisce è qualcosa che non si può spiegare a parole, va vissuto!
      da quando sono tornato non penso che al Cammino che mi ha trascinato dentro di me e mi ha dato grande gioia al costo di un piccolo sacrificio che a pensarci bene è così poco rispetto a ciò che mi è ritornato! Durante la messa delle 12 a Santiago ero pieno di emozione, nullo di tutto ciò ho provato prima, dopo la messa nella cappella del santissimo ho pianto pregando per i mie cari e per tutti i miei amici.
      Un viaggio come quello del Cammino ti purifica l’anima, ti rende più libero, ti fa vedere le cose sotto punti di vista differenti, ti rende più attento alle cose, più sensibile alle emozioni.
      Aspetto di farne un altro e di condividerlo con le persone che amo.
      Saluti e Buon Cammino a tutti!
      Roberto

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      • Roberto, che bello che è aprire il proprio blog e trovare un commento pieno di emozioni come il tuo. Il cammino ti conquista e ti avvolge per sempre col suo potere Santo ed è bello sapere che ora anche tu sei dei “nostri”, ovvero di quella categoria cui appartengono i cammino-dipendenti.
        Scommetto che presto ne pianificherai un altro, per questo motivo – già da ora – ti auguro buon cammino!!!

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