Diario del cammino portoghese. Il mio ossigeno (Prologo).

Non è semplice riavvolgere con lucidità il nastro dell’ennesima splendida avventura appena conclusasi. Al momento l’intensità delle giornate da me vissute lascia spazio all’intermittenza di un placido bagliore che mi rende felice quanto confuso. Cosa mi rimarrà? Potrei iniziare dalla bellezza dei paesi attraversati, dagli incontri incredibili avvenuti, dal mio cagnolino Santino, dalla fatica, dal sole e dalla pioggia, dal cammino che viene prima di tutto, dalla festa del 25 e dalle serate successive, dalle belle parole di fratello Angel, da Lourdes e da Cesar, dalla mia intervista alla televisione e dai tanti altri avvenimenti che ora faccio persino fatica a ricostruire

Invece preferisco partire da me, dai motivi che mi hanno spinto a percorrere per la terza volta il cammino di Santiago. Sicuramente non è stato più per vivere l’avventura della vita, né per cercare risposte che non ho ancora trovato. Stavolta, quando sono partito, ero già consapevole della circostanza che il cammino non ha poteri taumaturgici e che, una volta tornato a casa, ben poco sarebbe cambiato della mia vita. Infatti, se ho desiderato essere a  Santiago ancora una volta, è stato solo perché questa città mi dà l’ossigeno di cui ho bisogno per respirare.  Nel cammino non conta quale sia il tuo lavoro, il tuo reddito o la tua posizione sociale, né che tu sia una persona buona o cattiva. In fondo, anche se preferibile, non è indispensabile nemmeno avere una buona storia da raccontare. L’unico elemento che conta è, semmai, la ferma volontà di esistere e di lasciare – al pari degli altri – un’orma sul grande cammino della vita. 

Se due anni fa, al termine del mio precedente cammino, ero sicurissimo che non sarei tornato a Santiago; negli ultimi mesi ho sempre di più sentito l’esigenza di tornare nell’unico posto in cui posso contare solo ed esclusivamente sulle mie forze e – per evitare le persone che non mi piacciono – è sufficiente fare un passo in più. Persino la pioggia, il sole a picco e la sensazione di non farcela nei momenti di estrema stanchezza mi mancavano.

L’Apostolo tutto questo lo sa e, anche per i suddetti motivi, negli ultimi mesi ha iniziato a chiamarmi con estrema insistenza: a Cracovia (dicembre), mi sono trovato davanti alla finestra da cui si affacciava Papa Giovanni Paolo II e alle conchiglie stilizzate del cammino; a Napoli (gennaio), dopo aver visitato la “mostra impossibile” e aver notato alcune opere di Raffaello raffiguranti l’allegoria della conchiglia, mi sono imbattuto in un pellegrino che stava raggiungendo Gerusalemme a piedi; a Winchester (aprile) ho percorso gli scaloni del pellegrini notando 25 pilastri a forma di conchiglia, a Bath  (maggio) mi sono trovato nel mezzo di una manifestazione sul cammino, a Sandown (maggio), ho visto la finale di coppa italia del Napoli in un pub sul cui tetto erano raffigurate delle conchiglie.

Infine Santiago è venuto a bussare direttamente a casa mia e alcune persone mi hanno consegnato una sua immaginetta.

Tra l’altro il ginocchio che mi perseguitava da mesi e che mi impediva praticamente di camminare normalmente è misteriosamente scomparso prima della partenza ed è ricomparso ora.

Psicologicamente tornare in Spagna dopo 739 giorni è stata per me una operazione molto delicata. Prova ne sia il fatto che ho deciso arrivarvi progressivamente partendo dal Portogallo e che ho “danzato” sul confine attraversando ripetutamente il ponte che separa il Portogallo medesimo dalla Spagna.

Stavolta, tuttavia, è stato un cammino del tutto diverso rispetto ai precedenti soprattutto per un aspetto, visto che non ho dovuto contare solo sulle mie forze, ma anche su quelle del mio compagno di viaggio, mio cugino Antonio, che di anni ne ha solo 15.

Con lui, probabilmente per la prima volta in vita mia, mi sono sentito responsabile di un altro essere umano di cui ho dovuto intuire le esigenze e i limiti.

Non è stato facile interpretare questo ruolo, anzi di sicuro per me è stata una grande prova da affrontare. DSC02295

Tanto più che, almeno all’inizio, ho del tutto sottovalutato il cammino portoghese considerando il percorso da 250 km un’inezia da compiere nei ritagli di tempo. Per questo motivo ho elaborato un piano di viaggio che prevedeva – prima, dopo e durante il cammino – diverse gite turistiche.

Invece il cammino portoghese, essendo peraltro abbastanza solitario e selvaggio, nasconde numerose insidie che non vanno sottovalute:

la necessità di compiere tappe di lunghezza obbligate stante l’assenza di albergues e di paesi ravvicinati, l’attraversamento di campagne e di colline che non contemplano alcuna possibilità di ristoro o di soccorso, l’indispensabilità di sapersela cavare da soli in ogni situazione.

Ciò premesso,

a differenza delle occasioni precedenti, sono abbastanza sicuro che – se il Signore e l’Apostolo vorranno – continuerò a  vivere l’esperienza del cammino.

Del resto la circostanza che il mio viaggio si sia concluso davanti alla cattedrale di Siviglia, cioè nel punto esatto in cui inizia il cammino della plata, non può essere casuale.

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