Cosa rimane del mio erasmus ad Alicante.

9.9.2014.

Insomma sono passati 5 anni. ed è tempo di scrivere qualcosa prima che tutte le tessere del mio mosaico siano perse per sempre.

Prima di farlo ho, tuttavia, ritenuto opportuno spiare su facebook le vite delle persone con cui ho creato la mia composizione.

Con loro, ormai, non c’è più alcun rapporto, se non in occasione di un sempre più raro  messaggio pieno di frasi fatte e di retorica.

Forse è anche per questo che, quando mi sono trovato in viaggio nella città in cui vive uno dei miei amici erasmus, ho preferito non contattarlo. Né – allo stesso modo – ho voluto farmi vedere quando Gabriella, una delle mie coinquiline lituane, è venuta in Campania per alcuni giorni.

So infatti che – se ci rivedessimo oggi – ci troveremmo del tutto diversi e a me gli addii permanenti proprio non piacciono: in fondo ciò che è successo ad Alicante non si può riproporre altrove e in tempi diversi.

D’altra parte è anche vero che molti erasmus di mia conoscenza non sono mai più tornati a vivere nel loro paese se non per brevissimi periodi. Il caso paradigmatico è quello della stessa Gabriella che, dopo essere andata a lavorare per quattro anni a Londra, ora è tornata ad Alicante con l’intenzione di aprire un negozio. Allo stesso modo Jovita, l’altra mia coinquilina lituana, se n’è andata in Turchia.

Io invece, non senza molti rammarichi, ho scelto di tornare.

Ciò premesso, prima di provare a spiegare cosa è stato il mio erasmus, dovrò provare a rispondere alla seguente domanda: ne è valsa la pena?

L’erasmus, in fondo, è come Matrix: se scegli la pillola rossa e rimani a casa sarai per sempre felice, ma inconsapevole di vivere in una realtà apparente; mentre, se scegli la pillola blu, ti si aprirà una nuova prospettiva che ti farà leggere il futuro con occhi diversi.

Per quanto suesposto chi  crede che l’erasmus sia solo una perdita di tempo è un cretino che parla a vanvera incapace di considerare che il mondo è più complesso degli schemi tramite cui ragioniamo.

L’erasmus infatti – almeno per quanto mi riguarda – non mi ha  semplicemente permesso di imparare una lingua in più,  ma mi ha ricordato che non si può trascorrere  la propria esistenza a  casa  a sottolineare  un libro rinunciando ad esplorare e a conoscere tutto ciò che è oltre il nostro naso. Sembrerà una sciocchezza, ma – prima di andare ad Alicante – avevo dimenticato che viaggiare è la mia più grande passione e le mie giornate erano diventate tutte uguali.

Cosa mi rimarrà, dunque, del mio erasmus ad Alicante?

Alicante medesima, un po’ fracasso nella testa, una mentalità de-italianizzata e un rapporto più umano con l’università e con i professori. Quest’ultimi, infatti, mi hanno sicuramente dato molto di più  in 6 mesi rispetto agli intoccabili professori della Federico II che,  a parte impormi la sottolineatura di innumerevoli libri, non hanno mai apportato alcun contributo alla mia crescita personale.

Del resto – visto che non l’ho nemmeno mai incontrato – non può essere un caso se non ricordo il nome del professore di diritto commerciale che ha promosso la mia borsa erasmus e che dello stimatissimo  professore Andrea Amatucci di diritto finanziario ho a mente solo lo sgarbo con cui mi liquidò dopo  due ore di attesa  nei corridoi del suo dipartimento per sapere quale  programma dovessi studiare per vedermi convalidare l’esame sostenuto ad Alicante.

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1) L’AMBIENTAMENTO – Fermo ciò restando,  quando sono salito per la prima volta sull’aereo diretto a Valencia, ero ben consapevole della circostanza che di spagnolo sapevo ben poco. Avevo provato, a tempo perso, a studiarlo un pochino leggendo un libro di Jorge Borges, ma lo scarso impegno profuso mi aveva consentito di imparare solo qualche parola con lo stesso taglio pratico di chi si approccia allo studio di una lingua morta. Ricordo ancora che, dopo aver trascinato il mio borsone per la metropolitana e per la stazione del Nord di Valencia, non ci riuscì proprio ad intavolare un discorso con la persona seduta accanto  a me sul treno diretto ad Alicante. Ciò nonostante, una volta giunto a destinazione, il mio senso di smarrimento venne subito sostituito dalla voglia di confondermi con la nuova realtà: due signori anziani mi spiegarono dove fosse il Goya, l’hotel che avevo prenotato prima di andare alla ricerca di una casa, e mi illustrarono i loro ricordi del  loro viaggio a Capri e in Sicilia.

Successivamente, dopo essermi sistemato, contattai un certo Pasquale, un tizio della provincia di Benevento del quale  la mia amica Giusy mi aveva dato il numero di telefono promettendomi che mi avrebbe aiutato a trovare un appartamento.

Costui, tuttavia, si rivelò ben presto tutt’altro che un filantropo e –  dopo aver scroccato un paio di birre a mie spese al Little Duke – si guardò bene dall’aiutarmi a trovare un alloggio. Anzi per colpa sua passai una delle peggiori e più assurde notti della mia vita, visto che mi portò in un ostello gestito da arabi nei cui corridoi bivaccavano altri arabi in canottiera che cucinavano, bighellonavano e …pregavano in ginocchio in direzione de La Mecca. Io, d’altra parte, stavo in una stanza talmente sporca che dormì con il cappotto anche se c’erano oltre trenta gradi.

L’esperienza, tuttavia, mi fu comunque utilissima e indispensabile per capire che avrei dovuto fare tutto da me senza contare su nessuno.  L’indomani, infatti, mi presentai all’ufficio erasmus dell’Universidad de Alicante  per far registrare la mia presenza e conobbi Martin – il tedesco più strambo dell’universo – dopodiché me ne andai subito alla ricerca di una casa contattando telefonicamente persone con le quali non riuscivo proprio a comunicare.

Fu anche per questo che scelsi di fermarmi quasi subito all’ultimo piano di plaza Ruberto Chapi n. 4 in una delle prime case da me visitate. L’appartamento in sé era ed è piccolissimo: aveva una entrata con un divano che funge da sala da pranzo, una cucina, due bagni e delle camerette che ricordano tanto le cuccette delle navi in cui è situato un lettino più corto di me. Epperò era in posizione centralissima, proprio di fronte al teatro monumentale di Alicante e in mezzo tra l’avenida Alfonso El Sabio, Castanos e la Rambla de Mendez Nunes. Con me c’era anche Gabriella, lituana molto loquace e scaltra; un’altra Lituana che si chiama Jovita,  nonché una tedesca  completamente priva di senso dell’umorismo a metà strada tra Angela Merkel e Hitler.

Quando ci presentammo tra noi la scena fu la seguente:

La prima lituana disse:  “encantada, yo soy Gabriela!”,  e io le strinsi la mano dicendo il mio nome.

La seconda lituana disse: “encantada, Jovita!”, e io compresi che mi avesse detto io Vita, cioè yo Vita.

La terza coinquilina, la tedesca, consapevole dell’equivoco appena verificatosi, invece replicò: “me llamo Maika”(mi chiamo Maika), e io compresi che il suo nome per intero fosse me-llamo-Maika.

La convivenza, tuttavia, non fu facile. Yovita non parlava, Gabriella si faceva i fatti suoi e la tedesca era una specie di drone che comunicava con due cartelli affissi sulla porta della sua stanza: da una parte c’era scritto “dormendo”, dall’altra “lavorando”. Solo nei primi giorni “ci frequentammo” andando alla spiaggia e stando assieme. Una volta, per socializzare, cucinai per loro la famosa carbonara, ma l’iniziativa non riscosse molto successo: le lituane ci aggiunsero il ketchup (sic!) e la tedesca mi rivelò di essere vegetariana (arisic!)

2) LO STUDIO –  Io, d’altra parte, dovevo studiare per l’esame di procedura civile che avrei dovuto dare a Napoli e – per questo motivo –  passavo intere giornate alla “biblioteca generale” dell’università di Alicante. Ecco, se devo pensare ad un’immagine di Alicante, tra le prime 5 che mi vengono in mente c’è proprio la biblioteca. Un’aula studio fantastica aperta anche di notte e anche la domenica, praticamente sempre, in cui mi mettevano a disposizione computer, libri, dvd e…tante macchinette per il caffè. Una volta decisi di passare addirittura la nottata in biblioteca e – quasi non ci credevo – anche di notte, ogni ora, passavano alcune addette alle pulizie che lavavano i bagni e i tavoli da studio non occupati. Straordinario! Eppure quella notte fu indimenticabile per un altro motivo, cioè per le condizioni climatiche anomale misconosciute ad Alicante. Le palme del campus ondeggiavano pericolosamente fin quasi a spezzarsi per le raffiche di vento intensissime e io non aspettavo altro se non  il primo autobus della mattinata che mi riportasse a casa. Comunque l’esame di procedura civile, purtroppo, alla fine lo diedi solo a novembre. Nel ritornare alla Federico II – ricordo anche questo – provai quasi un senso di disagio e di fastidio. In fondo ero via da meno di tre mesi, ma ormai sentivo che la mia casa era ad Alicante. Casa che, comunque, volli cambiare per una meno centrale ma con una stanza dalle dimensioni umane. A dividere l’appartamento con me stavolta c’era solo David, un ragazzo spagnolo grazie al quale potetti accelerare la mia preparazione in spagnolo e abbandonare quell’orribile pronuncia crucco-lituana che stavo assorbendo nella casa precedente, nonché  il padrone di casa, un fotografo stramboide di Murcia che veniva solo il sabato e la domenica. Mi pare che si chiamasse Pepe Torrano ed effettivamente era davvero un tipo un poco losco. David, al contrario, pur essendo giovanissimo, lavorava per una società che prepara  bilanci societari fino al venerdì per poi tornare a casa sua nei fine settimana. Per questo, di fatto, la mia nuova casa era  molto poco erasmus e io ne ero il principale fruitore. Ciò nonostante ci stavo benissimo e mi consentiva di studiare senza dover andare ogni volta alla biblioteca dell’università (20 km tra andata e ritorno, più di un’ora di autobus).

Tanto più che,  a dirla tutta, all’università non seguì molte lezioni: le trovavo elementari e a livello del liceo. Eppure con i professori riuscì subito a instaurare un rapporto umano che a Napoli non è nemmeno immaginabile.  Più in particolare il professore di economia politica, Joaquin Andres Berenguer Ramirez, era un simpaticone con il quale spesso mi fermavo a parlare fuori dal campus, mentre il prof. Jose Antonio Manteca Perez di sector publico era apparentemente più severo, ma mi salutava sempre per nome e io non mi  ha mai fatto sentire un numero di passaggio come accade nelle università italiane. I miei due esami, comunque, non furono difficili da superare. Il primo esame lo strappai studiandolo nella sala per la colazione del piccolo Hostal de Sal assieme a Miguel, collega d’università che all’epoca lavorava lì. All’esame – scritto e quasi tutto di matematica – io e Miguel collaborammo anche sulle risposte ed entrambi strappammo “quasi” 6, cioè una sufficienza striminzita che venne poi arrotondata a 6. Sennonché io al coordinatore Fermin Aliaga dichiarai di aver ottenuto 7 e questi, senza andare a controllare, trascrisse 7 nella nota che inviò a Napoli, 7 che – per la conversione dei voti approvata dal ministero per gli erasmus – venne tradotto in un dignitosissimo 27. Per il secondo esame, quello che avrei dovuto fare presso la facoltà di economia, mi industriai diversamente:  il mio coinquilino David mi passò una dispensa dalla quale studiare e io copiai tutto su un dizionario di italiano-spagnolo prestatomi dalla stessa università. Per l’orale, invece, feci un lavoro sul sistema fiscale italiano  che illustrai in power point alla mia classe nel mio spagnolo ancora molto approssimativo. Inutile dire che non destai molto interesse nei miei colleghi e che il professore mi rimproverò bonariamente dicendomi che avevo troppo il taglio del giurista e non quello dell’economista (ma va?). Ad ogni modo il prof. Manteca mi volle premiare addirittura con un 10.

3)  LO SPORT – La bellezza dell’università di Alicante, però, non è di certo nella didattica, ma nelle infinite possibilità che consentono a ciascuno studente di viverla  di giorno e di notte. Io, ad esempio, dopo pranzo mi stendevo sul prato del campus e mi concedevo mezzora di siesta salvifica. Se poi mi andava di vedere un film, mi facevo prestare un dvd dalla libreria. Al riguardo ricordo che, senza pudore alcuno, mi feci dare anche un cartone animato di Asterix e Obelix. Ciò premesso, sono le attrezzature sportive della UA che rimarranno per sempre impresse nella mia mente. All’atto di iscrizione avevo l’imbarazzo della scelta e avrei voluto sperimentare anche sport ai quali non avevo mai dato attenzione. Alla fine scelsi il judo (in lizza c’erano anche il triathlon o la scherma) . La maestra si chiamava Sara, mentre tra i compagni c’erano Jordi, Paco, Cristina, Giovanna e non ricordo chi più. A dicembre Jordi organizzò una festa a casa sua, a San Vicente del Raspeig, ma della palestra mi presentai solo io. In totale ci trovammo in 6 e finimmo per giocare a twist, gioco nel quale mi scoprì campione assoluto.

4) LE CONOSCENZE INTERNAZIONALI – Siccome per me stare con altri italiani non aveva senso, decisi – fin da subito – che avrei cercato di relazionarmi con persone di altre parti del globo, in particolare con la colonia tedesca. Tanto più che, in occasione di una cena organizzata a casa mia dopo la prima settimana di soggiorno, scoprì che parlavo spagnolo meglio di una svedese che – un po’ amareggiata – lo studiava da almeno 8 anni. Ciò nonostante rapportarsi con persone di cultura tanto diversa non è sempre facile. L’ho imparato a mie spese con i tedeschi, un popolo che per me rimarrà sempre oscuro. I tedeschi, in fondo, si dividono in due categorie: i tedeschi-tedeschi, tutti precisi e ordinati come è nell’immaginario collettivo,  e i tedeschi-schizofrenici che danno di matto a stare a contatto con i tedeschi-tedeschi e diventano alternativi, fricchettoni e rastafariani.

Di tedeschi-tedeschi, oltre alla mia coinquilina, ricordo Melanie, che non usciva mai la sera e con la quale andammo a fare una gita a Valencia all’acquario. Tra i tedeschi-schizofrenici, invece, devo rievocare il già citato Martin  con il quale partì per Madrid grazie ad un volo di…un miserrimo euro. Rimanemmo nella capitale per un week-end, ma l’ultimo giorno ci perdemmo di vista e – siccome lui non usa cellulari – finimmo per rivederci solo sull’aereo di ritorno. Non so che fine abbia fatto. Il mio campionario di conoscenze crucche, tuttavia, non termine qui.  Con Chris – che ora dovrebbe essere in Senegal – andavamo sempre alle feste a casa di altri tedeschi. Non usava l’autobus, non mangiava, non beveva. Il suo scopo era risparmiare ovunque e comunque. Tanto è vero che, quando ci presentavamo a casa di qualcuno,  portava sempre una di quelle birre enormi con il contenitore di plastica che costano cinquanta centesimi. In effetti lui sintetizzava appieno il carattere tedesco. In Germania puoi essere sia un tedesco-tedesco che un tedesco-schizofrenico, ma in ogni caso sarai  tirchio a livello patologico.  Non ricordo i nomi di tutti tedeschi che ho conosciuto, ma ricorderò sempre l’espressione di quella ragazza che stava sempre ubriaca a qualsiasi ora del giorno e che viveva assieme ad un’altra stramboide che aveva decine di gatti che le gironzolavano per casa. Nel periodo di Natale Chris mi impose di andare ad una festa a casa loro: ogni ospite doveva portare un piatto tipico del proprio paese. L’idea in fondo era carina. Sennonché  i gatti salirono sui tavoli e curiosarono nei piatti inducendo tutti a non mangiare. Io pure, più volte, dovetti declinare l’invito della padrona di casa ad assaggiare le varie leccornie esposte.

 Mo, diminutivo di Mohamed, invece mi era molto simpatico benché fosse un afro-olandese di Rotterdam. Viveva nei pressi della stazione con altri due tedeschi, Lukas e un altro ragazzo con la faccia altrettanto simpatica. Prima di andarsene, se ne andarono tutti e tre  in Andalusia dormendo in autobus. Faceva un freddo assurdo quella notte.

Anche Katharina, che è la classica tedesca di Monaco di Baviera, se n’è andò nel periodo natalizio, ma senza salutare nessuno. L’ultima volta che la vidi fu alle 6 di mattina in un locale del porto. Ero talmente stanco che ad un certo punto mi licenziai e lei mi salutò senza dirmi che sarebbe partita il giorno successivo. Invero non lo disse a nessuno. Un po’ come fece Linda di Lipsia. Al contrario Mo, prima di andarsene, venne in piena notte a tirarmi i sassi  sotto alla finestra e mi obbligò scendere mettendomi il cappotto sopra al  pigiama.  Subito dopo andammo a fare la stessa cosa sotto alla finestra di Cristopher, ma lui – che aveva scarso senso dell’umorismo – si arrabbiò e ci lanciò una secchiata d’acqua rifiutandosi di uscire. Nel Mulligans quella sera c’erano tutti e il terzo piano del locale era qualcosa di spettacolare. Io però, siccome sotto al cappotto indossavo il pigiama, fui costretto a schiattare di caldo e a rimanere con il cappotto. Al Carpe Diem, invece c’erano sempre Nabil e Mehdi, marocchini furbacchioni con le mani in pasta ovunque. Se ci penso, uno dei ricordi più belli che ho è quello relativo alla partita di pallone che organizzammo su quel campetto di periferia. C’eravamo tutti e di tutte le nazionalità, anche due americani tosti, tra cui il mio amico Dylan dell’Alaska. L’altra americana, invece, in quanto unica donna, era stata da tutti sottovalutata all’inizio finché il pallone andò a finire su un terrazzo e lei, per recuperarlo, si arrampicò su un palazzo lasciandoci tutti a bocca aperta. Al riguardo va detto che gli americani sono sì simpatici, però – con l’eccezione di Dylan – tendono a stare sempre tra di loro. Drew del “chi si è visto si è visto” ne è stato il principale esempio assieme ad Alicia Maria Vallejos del Colorado. Allo stesso modo, se proprio devo essere sincero, anche gli inglesi sono un po’ una razza a parte: Aby, se proprio vogliamo dirlo, era una ragazza simpatica, ma  se ne fregata di tutti altamente.  E gli italiani? Gli italiani c’erano ed erano tanti, ma non ho particolare ricordi da condividere con loro. Ero talmente abituato a farmela con gli stranieri che una volta, a casa di Mo, giocai un brutto scherzo ad uno delle mie parti fingendo di essere di chissà dove. Quando chiesi a questo ragazzo  – Francesco – di dove fosse, quasi sbiancò nell’apprendere che uno “straniero” come me sapesse dove fosse la ridente località di San Gregorio Magno, un paesunculo della profonda provincia di Salerno.  La sua amica Jennifer, invece, era una cafona ignorante e – anche se mi ci fermavamo spesso a parlare – ho sempre tentato di evitarla. Allo stesso modo evitavo sempre il duo di Macerata, Marcella e Laura, due ragazze abituate a fare esami a crocette in un’università farlocca e che si misero dietro di me all’esame di economica per copiare da me e Miguel.   Eros da Pordenone, invece, faceva il pr del Byblios e fu capace di organizzare a casa sua – in calle calderon de la barca – una festa con oltre 300 persone.  Domenico da Muro Lucano pure mi stava simpatico, ma non l’ho mai capito fino in fondo. Allo stesso modo non ho mai capito se Umberto da Torino fosse davvero affabile come si presentava o fosse piuttosto solo un furbastro con un futuro da politico. Non lo saprò mai. Di contro so che  Jacopo da Milano era un ragazzo senza alcun principio morale e Carlotta da Udine, ora a città del Messico, una ragazza molto in gamba.  E Riccardo, quell’imbecille montato della Luiss di Portici capace di sostituire il cervello con una camicia bianca adatta per ogni occasione? Ora è a Bruxelles con gente del suo rango ovviamente. Con lui e con quell’altro simpaticone di Florio mi ritrovai sul volo di ritorno per Napoli nel periodo natalizio assieme al mitico Jimmy New del Mulligans. Loro, che erano accompagnati, mica si offersero di darmi un passaggio.

5) I WEEK END  Come è ovvio, c’erano quindi antipatie e  simpatie. Epperò il venerdì  e il sabato sera eravamo tutti lì al barrio fino alle 6, 7 del mattino. Come era bello tornarsene a casa alle 7 del mattino gustandosi l’alba sulla rambla di Alicante. Certo, c’era il Mulligans, l’Havana, il Carpe Diem, ma il mio posto preferito era e rimarrà il Directo. Poco distante c’è anche il famoso localino in cui si entra da una finestra e in cui puoi lasciare una scritta sul muro. Mojito non ne berrò più se un giorno non tornerò lì. Quando me ne andai,  anche io – lo confesso – in segreto,  tra le persone che salutai ci fu proprio il buttafuori del Mulligans che passeggiava sul lungomare. Era il 31 gennaio e piovigginava.

6) IL LUNGOMARE. Il lungomare è qualcosa di eccezionale da vivere tutto l’anno. D’inverno è ideale per correrci, d’estate – invece – diventa il cuore della movida. La prima volta che andai alla spiaggia di postiguet  ero con le mie coinquiline. Prima di tornare a casa, ci trovammo nel mezzo di un corteo tambureggiante di sudamericani. Invece l’ultima volta che andai alla spiaggia c’era il problema dei vulcani islandesi e i voli erano quasi tutti bloccati. Se ben ricordo, giocai a pallone con dei ragazzi svedesi felicissimi   di essere rimasti bloccati ad Alicante per un’altra settimana. Io comunque a pallone o a pallavolo ci giocavo ogni volta che andavo alla spiaggia di postiguet perché lì non ci vuole nulla a fare amicizia . In quella di San Juan, che è più grande e più affascinante, invece ci sono andato solo un paio di volte per sapere cosa c’era attorno a me. Lì, tra l’altro, trovai Martin scoprendo che viveva lontano da tutti e da tutto in una roulotte nel paese di Campello.

7) LE RICORRENZE –  Eppure Alicante dà il meglio di sé nel periodo di festa, ovvero praticamente sempre. Se la Spagna è capace di coinvolgerti del tutto fino ad impossessarti di te è proprio perché c’è sempre una festa da vivere e io, che in italia non conosco una sola festa, in Spagna potrei stilare il calendario di ogni feria. La prima che ho vissuto me l’ha organizzata l’università per darmi in benvenuto: paella gigante alla valenciana e tutti noi erasmus nel porto per conoscerci. Poi, il 6 dicembre, c’è stata la sfilata di almeno 500 figuranti per celebrare l’anniversario della costituzione spagnola. . Il Natale e il capodanno, invece, non li ho mai vissuti se non nei giorni immediatamente antecedenti. D’altro canto è anche vero che Alicante sboccia in  primavera con Santa Faz e le celeberrime Hogueras, festa in onore di San Juan che dura una settimana.  Io, ahimé,  le ho potute vivere solo una volta e solo nei primi giorni ritornando ad Alicante qualche mese dopo il mio ritorno a Napoli. A gennaio infatti, spinto dalla malinconia e dalla voglia di finire l’università, avevo deciso di anticipare la fine del mio erasmus. Fortunatamente dovetti però tornare ad Alicante per qualche problema burocratico proprio in quel giorni e potetti così vivermi la festa anche io. Nel tornare dopo pochi mesi, ritrovai  Alicante completamente mutata con il nuovo sottopassaggio di plaza de Los Luceros e i quartieri del centro tutti pedonalizzati con statue di cera, banchetti e feste danzanti all’aperto. Purtroppo ci rimasi solo 36 ore no stop: sbarcai, passai  la serata in giro con Linda e la svizzera Emma, poi – senza andare a dormire – andai all’università, sbrigai alcune faccende e, dopo essere stato a mare, me ne andai a prendere l’aereo per Madrid praticamente in costume.

8) FLORENTIN – All’università, in quell’occasione, quasi litigai con il prof. Fermin Aliaga, che finse di non essere nella sua stanza e non mi rispose. Sennonché è anche vero che, in fondo, nel mondo c’è sempre una persona disposta ad aiutarti e io – quella volta – trovai la sig.ra Florentin, la responsabile amministrativa della facoltà di giurisprudenza. Praticamente il mio problema era questo: ad Alicante avevo affrontato “mezzo” esame di economia politica e – siccome la seconda metà andava sostenuta nel seguente semestre, semestre in cui io non c’ero – ricorreva il forte rischio che l’università di Alicante non trasmettesse alla Federico II alcuna nota sull’esame da me sostenuto. Nessuno all’ufficio di mobilità erasmus seppe aiutarmi, ma Florentin – che si occupava di tutt’altro – si prese a cuore il mio problema e volle mandarmi a casa mia  a sue spese un plico con tutta la documentazione di cui avevo bisogno. Ecco io quel giorno, prima di lasciare Alicante, andai all’università soprattutto per salutare la sig.ra Florentin, una persona di una umanità straordinaria che, quando mi rivide, si mise a piangere e mi raccontò che la sua migliore amica era toscana ed è morta per un tumore.  Dell’università di Alicante ricorderò anche l’entusiastico iiiHolaaaaa!!! della signora che lavorava alla cassa della mensa: di ragazzi di passaggio ne vedeva arrivare a centinaia, eppure a nessuno faceva manca il suo hola personalizzato, nemmeno agli erasmus alle prime armi.

9) LA DIGNITA’ E L’IRRICONOSCENZA – Il mio erasmus comunque, se devo essere sincero, evoca in me anche ricordi poco erasmus: una volta, mentre stavo tornando a casa mia, mia vidi in pieno giorno una barbona rovistare nel cassonetto della spazzatura. Nel vedere tale scena, corsi subito nel frigorifero di casa mia, presi una confezione di prosciutto e ritornai in strada subito per offrirla alla barbona. Sennonché quest’ultima, anche davanti alle mie insistenze, rifiutò l’offerta con fermezza e quasi mi ignorò. Non so perché lo fece, ma io mi sentì comunque in colpa per qualche motivo. Meno senso di colpa, invece, provò Diana, una paranoica anoressica di Avellino che arrivò nel secondo semestre, precisamente a fine gennaio, e che mi contattò su facebook per aiutarla a trovare una sistemazione. Siccome studiava nella mia stessa università e io ho il vizio di mettermi sempre a disposizione se si tratta di dare una mano a qualcuno, quando arrivò, la andai subito a prendere alla stazione dei treni, la ospitai a casa, la feci da mangiare, uscire e conoscere alcuni erasmus, nonché la portai per tre defatiganti giorni in giro alla ricerca di una casa degna del suo lignaggio. Ciò che in pratica non avevo fatto per me, feci per un’altra persona e visionai decine di case svolgendo anche la mansione dell’interprete. Dopodiché, avendo portato a buon fine l’operazione,  il primo febbraio presi l’aereo e me ne tornai a Napoli lasciando – con l’intenzione di andarlo a riprendere al più presto – il mio borsone proprio nella nuova casa di questa tizia. Quando a aprile mi ripresentai, non mi rispose né su facebook né tantomeno al telefono. Andai a recuperare la mia borsa a casa sua – che, nel frattempo, era cambiata – e quasi non ci salutammo. Una simile ingratitudine francamente la ricorderò a vita.


10) POLIDORO –  
La canzone del mercadona ha una melodia che ti entra dentro e non ti abbandona più. Quella catena di supermercati, in fondo, è molto di più di un luogo per fare la spesa: le bottiglie di Don Simon e le gallette napolitanas non erano semplicemente alimenti per sopravvivere, ma momenti di pura vita sconosciuti a chi si rifornisce al Cortes Inglès.  Tanto più che l’argomento cibo per un erasmus è particolarmente delicato: io  al ristorante ad Alicante ci sono andato solo due volte. La prima volta  per provare il cocido in un bel ristorante sotto all’arco del Comune di calle Mayor, la seconda in uno di quei locali per turisti sull’Explanada per mangiare una di quelle pizze di plastica che può piacere solo alle mie coinquiline crucco-lituane.  In quest’ultima occasione feci però un incontro straordinario con un marinaio indovino di Santo Domingo che iniziò a raccontarmi tutte le sue peripezie in giro per il mondo,

Ciò detto, ristoranti a parte, ad Alicante  comunque non rinunciavo mai al kebab di Polidoro sulla rambla. Ancora oggi, se mangio un kebab, lo paragono sempre a quello di Polidoro.


COSA MI RIMARRA’ QUINDI DI ALICANTE?

Mi rimarrà un dubbio: ho fatto bene a sceglierla al posto di Malaga, l’altra sede che pure avevo vinto?

Alicante è stata una città che mi ha donato la vita. Non mi ha semplicemente ospitato, ma mi ha accolto come un suo cittadino senza mai farmi sentire uno straniero spaesato. L’università di Alicante mi ha dato tutto fornendomi una tessera per accedere ai servizi dell’università, una tessera che mi faceva ottenere sconti su tutto – dal biglietto dell’autobus alla matita comprata in una cartoleria – e una tessera  per lo sport con cui pagavo un abbonamento mensile irrisorio. Ancora oggi le conservo con orgoglio tutte e tre nel mio portafogli sperando che funzionino ancora.

Quando, tuttavia,  sono ritornato ad Alicante dopo un anno e poi dopo due, mi sono improvvisamente sentito perduto e ho riscontrato che nulla era più come prima. Improvvisamente ero diventato un semplice turista che sale sul castello di Santa Barbara e fa foto all’Explanada.

Ciò nonostante – anche se l’erasmus finisce (sì, non è vero che dura per tutta la vita, purtroppo finisce) –  ad Alicante sarò sempre grato, perché mi ha reso più scafato, più furbo, più pragmatico e più capace di adattarmi alle scomodità. Mi ha insegnato che, nel chiedere una informazione ad un vecchietto seduto in un bar, può capitare che questi ti inviti a sedere per raccontarti una barzelletta. Mi ha insegnato che uno sconosciuto in strada possa chiederti aiuto e tu  – fidandoti – vada a casa sua per cambiargli una lampadina. Mi ha insegnato che bisogna avere fiducia nel prossimo e che in Spagna  bugs bunny o wi fi si pronunciano proprio come si scrivono.

Se ora – e lo rammento a me stesso con estremo orgoglio – mi sento a mio agio in qualsiasi città del mondo e sono capace di muovermi con sicurezza anche se non so dove mi trovo, è proprio grazie all’erasmus.

In conclusione Alicante – anche se oggi è una cittadina che mi appare tremendamente lontana nel tempo e nello spazio – mi ha aperto le porte ad una terra, la Spagna, che poi ho voluto conoscere sempre di più e alla quale rimarrò inscindibilmente legato  a vita.
* Che  Maurizio Oliviero, il primo italiano a fare l’erasmus oltre 25 anni fa,  sia andato proprio ad Alicante io l’ho scoperto solo ora. Ecco cosa ha dichiarato lo stesso Oliviero, oggi professore universitario di diritto costituzionale, in una sua intervista:

“L’Erasmus mi ha cambiato la vita. Mi ha aperto le porte del mondo, ho scoperto l’Europa. Mi ha proiettato in una dimensione internazionale. Era in assoluto il mio primo viaggio all’estero, ma da allora non mi sono più fermato.  Dopo quell’esperienza ho iniziato a viaggiare. Ma un periodo come quello, fuori casa, è stato utile anche perché mi ha dato la possibilità di aprirmi facilmente con le persone. Un’occasione culturale, un’esperienza dirompente che mi ha permesso di conoscere un’altra cultura e scoprire anche un metodo di studio diverso. Nella vita mi ha dato una marcia in più. Sul piano personale mi ha dato l’occasione per mettermi alla prova e superare i miei limiti”

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3 risposte a “Cosa rimane del mio erasmus ad Alicante.

  1. Bellissimo post su un’esperienza unica:)
    Io l’Erasmus non l’ho fatto, visto che ho cercato in tutti i modi di finire l’università iBellissimo post su un’esperienza unica:)
    Io l’Erasmus non l’ho fatto, visto che ho cercato in tutti i modi di finire l’università in anticipo per ripartire per i fatti miei, ma ho fatto uno scambio scolastico in Australia al liceo e le mie riflessioni sono le stesse.
    è vero che i rapporti con le persone che hai conosciuto si indebolisconon anticipo per ripartire per i fatti miei, ma ho fatto uno scambio scolastico in Australia al liceo e le mie riflessioni sono le stesse.
    è vero che i rapporti con le persone che hai conosciuto si indeboliscono, è vero che rimane la voglia di continuare ad esplorare questo mondo ed è vero che è un’esperienza che ci apre le porte non solo ad un nuovo paese, ma ad un grande insieme di nuove opportunità e conoscenze.

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    • Ti sei letta davvero tutto il post?
      Ne sono onorato.
      Penso che sia stata l’unica in assoluta farlo, visto che praticamente ho scritto un pro memoria per me 😛
      Guarda, a me dell’università – che ho visito diversi anni fa – me ne frego relativamente, anche perché il tempo lo sto perdendo più ora in uno stato quale è l’Italia buono a succhiarti solo la tua intelligenza.
      Ciò detto, non smetterò mai di rendere grazie per aver potuto fare l’erasmus, un’esperienza che mi ha consentito di abbandonare la polvere che si stava depositando suoi miei occhi 🙂

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