Aiutati che Santiago ti aiuta ( Briallos – Teo, 36 km. Ottava tappa. Diario del cammino portoghese).

23 luglio – Addormentarsi ieri sera è stato oltremodo complicato: qui il sole non tramonta mai e alle 23, in assenza di tendine, era ancora in alto a dare fastidio. Ciò premesso, siccome vorrei far provare ad Antonio l’esperienza di un vero albergue comunitario, esperienza che purtroppo sul cammino portoghese – dove latitano gli albergues parrocchiali e i preti volenterosi – finora è mancata del tutto, ho già deciso da alcuni giorni che mi sarei fermato nel monastero di Herbòn dove ci dovrebbe essere una vera accoglienza per i pellegrini. Stamattina, pertanto, dovremmo fare poco meno di 20 km e non di più senza patire gli affanni dei due giorni precedenti.  Ciò nonostante la sveglia “suona” comunque presto e alle sei di mattina siamo già in marcia  tra frizzi e lazzi vari assieme a Marco. Caldas de Reis è il primo centro in cui ci imbattiamo. In fondo è solo un paesone che ha poco da offrire e in cui il cammino è segnalato molto male.

DSC02288Successivamente proseguiamo imbattendoci in una fila sterminata di turigrini provenienti da Siviglia. Uno di questi, che indossa una maglietta gialla, arriva addirittura ad urtarmi senza nemmeno chiedermi scusa. Temevo, a dire il vero, l’arrivo in massa dei turigrini per il 25 luglio, ma in cuor mio speravo che l’affluenza fosse minore rispetto al cammino francese. Invece, ahimè, mi sono sbagliato! Quando arriviamo alla deviazione per Herbòn, io e Antonio ci fermiamo a salutare Marco che – invece – preferisce spingersi fino a Teo per arrivare a Santiago domani mattina presto. Dopo aver salutato Marco, mentre ci incamminiamo lungo la salita che dovrebbe portarci al monastero, un vecchio ci ferma e inizia – molto lentamente – a darci spontaneamente delle informazioni tutto sommato per noi superflue, ovvero che ci sono due sentieri, uno più lungo e un più corto, che c’è una fonte di acqua fredda, che ci sono dell’altre cose  irrilevanti che ascoltiamo solo per educazione. Solo quando riusciamo a salutarlo e a ringraziarlo, ci accorgiamo che sono passati quasi 10 minuti. Sennonché è proprio grazie a quei 10 minuti di inutile attesa che realizzo che sono appena le 11 e, siccome il monastero di Herbòn aprirà alle 16, forse è meglio se continuiamo a camminare. Invertiamo, dunque, immediatamente il senso di marcia e proviamo a raggiungere Marco a Teo che, secondo quanto prospettatoci dallo stesso Marco, è a 15 km da Santiago.

Appena scesi dalla collina, arriviamo subito a Padròn, paese famoso per i peperoncini verdi, per le conchiglie e per essere stato il porto in cui ha attraccato la nave con il corpo di Santtiago.

Qui notiamo che quasi tutti i turigrini si sono fermati e fuori dall’albergue comunale c’è già una fila sterminata di zaini in attesa di entrare. Davanti a tale scena, devo ammetterlo, sono abbastanza preoccupato: se di mattina già ci sono queste file, cosa succederà tra un paio d’ore? Io, nella mia vita da pellegrino, non mi sono mai messo in fila fuori da un albergue, ma con Antonio devo per forza essere sicuro di avere un posto per dormire. Fermo restando ciò, spero che Marco abbia ragione nel sostenere che a Teo non ci sarà la folla visto che, a rigor di logica, chi passa da lì non vi si fermerà e arriverà direttamente a Santiago. Il caldo, comunque, inizia a salire sulle nostre teste e conseguentemente Antonio inizia ad andare in sofferenza. E, invero,  la circostanza che il cammino continui, di fatto, sulla superstrada e sull’asfalto di certo non aiuta. D’altro canto le notizie sui km da compiere fino a Teo sono del tutto discordanti: ci sono persone che mi sparano 18 km e c’è chi mi dice che i km sono appena 5. Allo stato una sola circostanza è sicura: a Santiago mancano meno di 20 km e, di conseguenza, i km da percorrere non possono essere di più.

Sennonché anche io, al pari di Antonio, inizio ad avvertire lo sconforto e rallento pericolosamente l’andatura. Quando usciamo dalla campagna e attraversiamo la superstrada, Antonio mi invita sempre a chiedere un passaggio. Ormai ci ha preso gusto ed è per me davvero un motivo di vergogna fare l’autostop a pochi km da Santiago. Fortunatamente, però, stavolta nessuna automobile si ferma e così, finalmente, ci convinciamo definitivamente a fare affidamento solo sulle nostre forze. D’altra parte prima di Teo non c’è nessun albergue nascosto, in cui francamente speravo, e bisogna per questo solo camminare. Quando, tuttavia, Antonio sta per mollare, quattro esponenti del gruppo dei sivigliani incrociato stamattina ci raggiunge. Hanno lasciato i loro zainetti – comunque leggeri essendo dei turigrini – ad una macchina d’appoggio e ora camminano con l’atteggiamento guascone di chi deve fare una gara di corsa. Nel momento in cui li lascio andare avanti per aspettare Antonio, subito si perdono e si affidano a me per ritrovare la strada. Sennonché, subito dopo  le mie indicazioni per loro salvifiche, si infilano  tra me e Antonio e ci superano in una strettoia. E’ la classica goccia che fa traboccare il vaso: è, infatti, a questo punto che decido di dargli una sonora lezione e inizio ad accelerare andando ad un’andatura di 6 km/h. Non so per quanti km potrò ancora reggere, ma il timore di perdere un posto per dormire per via di gente che non ha capito cos’è il cammino di Santiago mi dà la giusta forza per distruggere 4 persone che camminano senza zaino alcuno. E’, infatti, a meno 3 km da Teo che i sivigliani – ormai esausti – sono costretti a fermarsi in un bar. A rivelarmelo è Antonio che, nel frattempo, ha trovato anche lui le giuste motivazioni per accelerare e staccare i sivigliani. Finalmente, sono ormai le 16, siamo arrivati a Teo e – nel vedere un paio di pellegrini entrare in un albergue privato – ho l’intuizione di fermarli subito per chiedere loro se sanno se c’è posto nell’albergue municipale: “è al completo”, è purtroppo la risposta. Così mi fiondo subito nel bar/albergue privato e blocco gli ultimi due letti rimasti a disposizione.

E’ solo dopo una ventina di minuti che arrivano anche i quattro sivigliani e chiedono – con sconfinata faccia tosta – al gestore dell’albergue di trovar loro un posto perché sarebbero stati miei amici. Bassezze a parte, nell’albergue ritroviamo subito Marco e i polacchi – che mi chiedono sempre notizie sui giocatori del Napoli e  bevono come spugne – conosciuti il primo giorno. Marco, sul punto, ci rivela che i polacchi sono in realtà tre insospettabili preti, poi aggiunge che io e Antonio siamo diventati famosi. Infatti la persona alla quale abbiamo ritrovato la fotocamera a Ponte de Lima non fa che parlare a tutti i pellegrini che incrocia di due ragazzi che gli hanno salvato il viaggio. A volte l’apparenza inganna, a noi era sembrato persino ingrato, invece siamo diventati parte integrante della sua storia. Nella camerata con noi ci sono altresì dei boy scouts di Coimbra. Il loro capo è un perfetto cretino che indossa magliette con la scritta “io sono il leader”. Se all’inizio del viaggio avevo il rammarico di non essere andato a visitare Coimbra, ora – senza dimenticare l’episodio spiacevole di Redondela – ho il vago sospetto che i suoi abitanti siamo abbastanza stravaganti.

A cena, comunque, andiamo in un bar con Marco, nonché con un gruppo di spagnoli di Denia, Barcellona, Ciudad Real e Valladolid che avevo già conosciuto nei giorni scorsi. Uno di questi, che di nome fa proprio Santiago, venendo a sapere né io, né Antonio, né Marco abbiamo prenotato un alloggio per domani, si prodiga in tutti i modi per trovarcelo e inizia a contattare telefonicamente  tutte le strutture recettive di Santiago de Compostela per cercarci un buco per dormire.

Sennonché, siccome il responso è praticamente sempre negativo, alla fine l’unica soluzione valida sembra essere quella di dormire in tenda.

Per domani, quindi, solo due sembrano essere le notizie certe: la prima è che arriveremo a Santiago de Compostela, la seconda è che Santiago – per festeggiare il suo onomastico – ci ha invitato tutti a bere con lui.

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