A funny day – Villafranca del Bierzo – Tricastela, 51 km – capitolo 18

“La conversione è cosa di un istante, la santificazione è lavoro di tutta una vita” – San Josemarià Escrivà de Balaguer
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24 giugno – Dimenticate tutto ciò che ho scritto in precedenza, dimenticatevene e facciamo finta che non l’abbiate mai letto.
Dimenticate i miei propositi per proseguire lentamente e alzarmi tardi senza alcun patema d’animo. La verità è che ci sono luoghi che ti chiamano e ti obbligano ad essere epico.  D’altra parte la Galizia è lì, a “due passi”, e non vuole attendermi ulteriormente: dobbiamo essere noi a determinare il ritmo del cammino, non viceversa, altrimenti finiremmo per esserne una vittima uscendone più volubili e più vulnerabili.
Quando sguscio dal letto e abbandono l’albergue, sono appena le quattro e mezza di mattina. In strada è ancora tutto buio e fa freddo. Inoltre la mia pila ha deciso di fare i capricci e mi costringe, per un bel po’, a camminare alla cieca, ma fortunatamente so perfettamente dove andare e dove svoltare, quindi non ho alcun problema. Ad un certo punto una volante della guardia civil di ronda mi nota e si ferma per capire chi io sia e dove stia andando ad un’ora tanto insolita, ma tutto si risolve senza problemi. Quando arrivo a Pereje,c’è ancora un fuocherello accesso a testimoniare che lì si è festeggiata la noche de San Juan, così, incuriosito, mi avvicino per cercare di capire “cosa mi sono perso”. La vita è fatta di scelte e stavolta sento di aver sbagliato a preferire la sicurezza di Villafranca rispetto alle sorprese di Pereje. Intanto, mentre sto ancora rammaricandomi per mia “accidia”, dall’albergue di Pereje escono due pellegrini che, non appena mi notano, si avvicinano e mi chiedono dove poter proseguire. Il loro passo non è dei migliori, ma mi fa comunque piacere poterli guidare e confrontarmi con loro. Si tratta di un’indiana che, da giovane, è scappata negli Usa e di uno yankee purosangue che – come dicono qui in Spagna – ha evidentemente “molta pasta”. Entrambi sono in pensione e spendono la loro vita a viaggiare comodamente in prima classe. Quando si fermano nel bar di un autogrill  in stile americano  per fare colazione, capisco che abbiamo gusti troppo differenti per condividere qualcosa, così mi congedo augurando loro un buon cammino. D’altra parte ho voglia di mangiarmi la strada e di limitare al minimo i tempi morti per godermi una delle tappe più belle. Infatti, ben presto, il sentiero si fa interessante e inizia a rivelare tutto il suo fascino. Purtroppo di Santi, l’enorme mastino spagnolo che ogni tanto fugge dal padrone per seguire un pellegrino e guidarlo fino alla vetta, non c’è nessuna traccia, ma io mi sento comunque un privilegiato per essere stato  scelto da lui almeno una volta nella vita.
Inoltre  c’è da dire che Santi sceglie chi è in difficoltà e può aiutare e io, stavolta, sono una lepre. La conferma, del resto, mi arriva non appena la strada inizia a salire per davvero, visto che mi lascio alle spalle la Faba – il tratto più impegnativo – superando ogni pellegrino presente sul sentiero. Solo un ragazzo tedesco, Daniel, riesce a tenere il mio passo, così lo eleggo mio compagno per O’ Cebreiro. La pietra che annuncia l’ingresso in Galizia è a poche centinaia della vetta e siamo tutti particolarmente emozionati. In particolare il californiano Braden e l’andalusa Adela, due ragazzi molto simpatici, non riescono a trattenere la propria gioia e scoppiano a ridere. Siamo ufficialmente in Galizia, terra di miti, streghe e pellegrini. Qui la tradizione pagana e la cultura cattolica si fondono nel modo più indolore possibile. In vetta, accanto ai negozietti di souvenirs che diffondono musica celtica, si sta celebrando un battesimo ed è davvero suggestivo il contrasto sussistente tra gli invitati, che indossano abiti consoni all’occasione, e noi pellegrini stanchi e trasandati: entrambi convergiamo verso la Chiesa, ma nessun rappresentante delle predette categorie considera l’altro un intruso. Sono appena le 11 e sono riuscito ad evitare le ore calde della giornata, così ora il vero ostacolo che mi si palesa è rappresentato dalle insegne delle taverne che reclamizzano il famoso “polpo alla gallega”, vera prelibatezza che, per ora, non posso battezzare: se mi fermassi ora, sarebbe poi davvero dura riprendere a camminare, così, senza esitare, recupero il mio bastone e inizio a scendere dal Cebreiro assieme ad una ragazza americana e ad una rumena, Daniela. Le gambe iniziano a far male, ma non c’è motivo di andare nel panico: sono praticamente quasi arrivato a Hospital de Condesa, ossia dove avevo programmato di fermarmi. Quando vi arrivo, tuttavia, sono tutt’altro che entusiasta. Il paesino è praticamente deserto e solo gli escrementi delle mucche lasciano presagire la presenza di forme di vita. Ad ogni modo ho già percorso abbastanza km, così mi congedo dai miei compagni e vado a cercare l’albergue. Purtroppo però, anche qui, a parte una ragazza olandese ugualmente perplessa, non c’è nessuno, nemmeno l’hospitalera. Ne sono assolutamente convinto: non posso restare qui, devo proseguire! Ancora una volta devo smentire me stesso e rimangiarmi le parole: non siamo noi a decidere la strada, ma è quest’ultima che ci obbliga ad adattarci alle sue curve e alle sue salite. Se voglio davvero migliorare la mia situazione, devo essere disposto a darmi da fare. Non ho ancora mangiato, se non una tavoletta di cioccolato, ma so che – ove mi fermassi a farlo – sarei finito, così mi concedo solo una coca cola “da portar via” al bar e un paio di bustine di zucchero essenziali per sopravvivere. Ho già percorso 35 km e sono stanco, ma devo convincermi psicologicamente a farne almeno altri 15 km  per arrivare a Tricastela, visto che non ho intenzione di fermarmi nemmeno nella vicina Fonfria – vicina si fa per dire, visto che è a 6.5 km – in cui la situazione non è migliore rispetto a Hospital de Condesa e, per di più, l’unico albergue presente è gestito un’insopportabile cubana. Lo zucchero, fortunatamente, mi dà un po’ di autonomia, per il resto ci pensa la mente a farmi forza e darmi la spinta dove le gambe non possono più. Adela e Braden, intanto – che hanno sulle spalle la metà dei miei km – si sono fermati in un bar per ristorarsi e, sorpresi di vedermi di nuovo, mi chiedono come mai stessi proseguendo. Rispondo che è la strada a guidarmi e non sono io a voler camminare. A Fonfria anche una ragazza coreana si mostra  perplessa riguardo alle mie intenzioni di arrivare a Tricastela : “sei pazzo, sei pazzo!”. Condizione che effettivamente spiegherebbe le mie azioni, visto che di benzina non ne ho davvero più e ciò nonostante non c’è un posto per fermarsi. Ormai cammino per inerzia  e esausto penso al perché in me prevalga l’irrazionalità, finché, tra i verdi sentieri della Galizia, spunta un bar che mi consente di salvarmi. Rosa, la barista, non mi fa nemmeno entrare che mi offre subito una bella fetta di tortilla con patate e mi esorta a prendermela comoda: “non so se è da eroi o da pazzi fare tanti km in una tappa così dura, so solo che è la prima volta che so di un pellegrino fare tanti km qui”, mi dice. Fuori dal bar, intanto, due tedeschi sono stesi sul prato e mi dicono che intendono passare lì la notte: buon per loro! La tortilla, comunque, è stata efficace e mi consente di avere l’energia sufficiente per ripartire con ben altro ritmo, tanto è vero che riesco a raggiungere Daniela e la sua amica americana – che avevano quasi 2 ore di vantaggio – e arrivare con loro all’agognata meta: Tricastela! Purtroppo però sono quasi le 19 e tutti gli albergues, sia quello municipale che i numerosi privati, sono strapieni e non accettano nemmeno di farmi dormire per terra. Che fare? Disperato, inizio a girare come una trottola tra albergues e bar in cerca di un pavimento per dormire, ma nessuno è disposto ad aiutarmi: d’altra parte ci sono almeno una decina di pellegrini nelle mie stesse condizioni e io, non sapendo dove sbattere la testa,  ipotizzo persino di proseguire verso Sarria e, magari, di camminare tutta la notte. Sennonché una signora alla quale avevo chiesto informazioni e che, probabilmente avevo mosso a compassione, mi dice di aver un’amica disposta a lasciarmi a mia disposizione un’intera casa rurale.  E’ la mia salvezza e non esito ad estendere l’invito anche agli altri pellegrini nelle mie condizioni. Sono tutte persone che ho incontrato durante la giornata ma che, per inesperienza e per problemi di lingua, erano rimaste impacciate senza sapere come muoversi. Si tratta di Adela di Cordova, Braden il californiano, un francese, una coreana e i due tedeschi incontrati poco prima davanti al bar. La proprietaria della casa rurale, invece, è una signora molto gentile che gestisce un bar e ci propone di accompagnarci in macchina. Uno dei tedeschi, Sasha, ripete ad alta voce “this is not the camino” per giustificare la violazione, ma – al di là delle chiacchiere – siamo tutti contenti di poter godere della disponibilità di una macchina. La casa rurale, d’altra parte, pur essendo abbastanza fuori mano, è davvero molto carina e siamo stati davvero molto fortunati a trovarla per pochi euro a persona. Inoltre la serata è davvero splendida ed è davvero un’ottima occasione per festeggiare nell’atrio la tappa appena conclusa. Al gruppo si aggregano anche Denis, un tenore canadese che beve come una spugna, e due ciclisti spagnoli. Ne esce una serata simpatica che perdura fino a notte inoltrata, finché io, esausto, mi congedo augurando a tutti la buona notte e me ne vado a letto dopo una giornata interminabile. Sasha non la prende bene e tenta continuamente a disturbarmi cantandomi nell’orecchio “good morning, good morning”, ma io sono davvero troppo stanco per accennare una reazione. Ho appena imparato, come direbbe Forrest Gump, cosa significa essere un po’ stanchini.
Nota tecnica: tappa veramente eccezionale, di difficoltà medioalta. Lungo il cammino francese è la seconda più impegnativa.
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