The importance of being Choosy

Vademecum per sopravvivere all’Italia – Capitolo 2

Normalmente, quando sono in fila per accreditarmi ad un concorso pubblico, tento sempre di trovare una giustificazione a quella  – purtroppo prescritta e non più perseguibile – immorale imposizione di mia madre che mi obbligava a fare i compiti prima di andare a giocare a pallone, ma poi, non trovandola, finisco sempre per pensare al finale del film “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” in cui  i protagonisti delle scene precedenti, maestri obtorto collo della nobile arte di arrangiarsi nonché truffatori truffati dallo stato italiano, si ritrovano tutti in fila ad un concorso nella speranza di una vita normale. Confesso che  è il mio segreto per non farmi trasmettere la sensazione di panico che il solito e immancabile gruppetto di irriducibili – ormai tutti non più giovanissimi e oltre gli “anta” – che da anni coltiva l’hobby di partecipare a qualsiasi concorso, è capace ogni volta di infondere nell’errata convinzione che l’importantissimo comma quater dell’articolo 21octies della legge Zeta – come modificato dalla Lanzillotta due anni fa, abrogato da Brunetta un anno fa e reintrodotto  da Grilli ieri – sia stato nuovamente riformato dal panettiere di Monti proprio stanotte. In fondo, pur essendo consapevole che i posti che contano siano riservati ai figli dei professori col doppio cognome e che la mia trafila sia nel destino di ogni laureato meridionale, sono altresì sicuro che nella Divina Commedia non esista “il girone  dei concorsisti” e, di conseguenza –  nel coltivare il sogno di un “lavoro modesto, ma onesto”* – so che, prima o poi, un posto in paradiso ci sarà anche per me.

Sennonché persino ieri sono riuscito a studiare solo durante la pausa pranzo, visto che ancora non mi sono attrezzato per non dormire come proponeva lo scrittore latino Quintiliano. Infatti, non mi spiego come sia possibile che, pur  essendo  occupato tutto il giorno, vada sempre a dormire con la sensazione di non aver combinato nulla. Né capisco per quale ragione, pur stando a casa, stia spendendo più di quando ero in viaggio per il mondo.

Eppure, ragionando, i conti tornano:

1) € 200  per il libro da tremila pagine contenente tutto lo scibile sulla materia e necessario per prepararmi;

2) € 300 tra codici, giurisprudenza e pareri;

3) € 50 per ogni concorso/esame tra iscrizione, spostamenti in treno/metro/macchina;

4)  €5 per il panino energetico all’antrace di Ermanno detto er caciotta.

Se facessi una sana spending review e mi spaparanzassi al sole, ne guadagnerei sicuramente in salute e porterei le uscite in pari con le entrate (e già sarebbe un risultato, ndr!), ma siccome mi sento troppo choosy e “non si può mai sapere”, persisto nella defatigante attività di personaggio in cerca di autore e, ogni volta, mi armo di libri e bagagli al pari di un cercatore d’oro del Klondike . Talvolta, confesso anche questo, mi spavento da solo per quanto io – che  una volta, quando ero vivo, avevo ben altre propensioni – stia diventando avaro. Mi dovete credere se vi dico che ormai, se devo spendere 20 cents  in più, mi viene una mossa e, dopo aver eliminato ogni uscita serale e qualsiasi spesa superflua (leggasi divertimenti, pizza, cinema, giornali, tv e qualsiasi “lusso” riservato ai figli dei professori col doppio cognome), sto seriamente lavorando per non mangiare mai più.

Tra l’altro, ultimamente, un mio grande rammarico è dovuto al fatto che troppa gente dona il sangue gratuitamente e, quindi mi impedisce di  commerciare il mio per ricavarne un equo compenso.

Compenso che, ovviamente, devolverei poi al governo di Montingham al fine di completare la mia mutazione genetica.

Epperò, fatte queste doverose premesse e pur sopravvivendo con profondo senso di frustrazione, il decoro professionale mi impone di sembrare ciò che non sono e di celare il mio status di pezzente titolato per vestire i panni dell’aspirante professionista che esercita la nobile attività del leguleio.  E’ la vita del giovane libero professionista, ragazzi, qualifica che non ti permette di chiedere  l’elemosina neanche se ti manca solo il cartello con la scritta  “ridotto così dallo stato italiano”.

A volte mi capita persino di provare un pizzico di invidia per quel mio conoscente che ha fatto quattro volte la terza media e spesso mi sorpassa con la sua nuova bmw, mentre io – che una macchina non l’ho mai avuta – prendo caterve d’acqua sul mio motorino mezzo scassato, ovvero l’unico mezzo di trasporto che posso permettermi.

In altri casi, invece, vorrei solo tornare indietro per non imboccare mai più il tunnel perverso nel quale mi trovo ora e realizzare finalmente il sogno del venditore di volanti del film “Pacco, doppio pacco e contropaccotto”: riuscire a seguire i palloncini per  volare via lontano e felice.

N.B. Mentre ero in fila ho ricevuto una chiamata del seguente tenore:

– Pronto!

– Buongiorno dottore, chiamiamo per il servizio Almalaurea e vorremmo sottoporle alcune domande.

– Prego, mi dica

– Sì, dottore, vorremmo sapere, dottore, se ha già trovato lavoro stabile.

– Veramente no

– Ed è retribuito, dottore, per il tirocinio e l’attività che sta svolgendo a tempo pieno?

Proprio non capisco che gusto ci provi la gente a sfottere gli sconosciuti al telefono…

* “Un lavoro modesto, ma onesto”, citazione da “L’importanza di chiamarsi Ernesto” di Oscar Wilde

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