L’ultima follia. (DA SANTIAGO A OLVEIROA, 54 km) – capitolo 26

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2 luglio – DA SANTIAGO A OLVEIROA, 54 km

Quando, poco prima dell’alba, mi sveglio per il freddo che mi è entrato nelle ossa,  Denis è di nuovo cosciente e, almeno apparentemente, lucido. Quindi gli restituisco i suoi soldi e lui mi ringrazia ripetendomi con insistenza la cantilena “Ernesto, good boy”, “Ernesto, good boy”.

Io però, che sono ancora teso, non sono per nulla in vena di carinerie. Prima di andarmene, cerco di fargli capire che abbiamo corso un bel rischio e lo invito a tentare di smetterla di bere, ma non credo che mi prenda molto sul serio visto che mi guarda e sorride. A partire da adesso, ciò che accadrà a Denis non sarà affar mio, ma so di aver fatto la cosa giusta ad aiutarlo e che non mi sarei perdonato se avessi agito diversamente.

Comunque, dopo “due giorni di vacanza”, non voglio più  accontentarmi di leggere negli occhi degli altri le emozioni che erano mie al momento del mio arrivo a Santiago e sono ben felice di poter tornare a fare il pellegrino. Lasciato Denis al suo destino, ora è tempo di iniziare un altro cammino e di conquistare un altro pezzo di mondo. D’altra parte, purtroppo, ho solo un giorno e mezzo per compiere quasi 100 km per finisterre e devo darmi da fare.

“Adesso considera un po’ questi qua davanti. Hanno preoccupazioni, contano i chilometri, pensano a dove devono dormire stanotte, quanti soldi per la benzina, il tempo, come ci arriveranno… e in tutti i casi ci arriveranno lo stesso, capisci. Però hanno bisogno di preoccuparsi e d’ingannare il tempo con necessità fasulle o d’altro genere, le loro anime puramente ansiose e piagnucolose non saranno in pace finché non riusciranno ad agganciarsi a qualche preoccupazione (…) e una volta che l’avranno trovata assumeranno un’espressione facciale che le si adatti e l’accompagni”.

(Da “Sulla strada” di Jack Kerouac )

I primi venti km – almeno fino al ponte che dà accesso a Negreira – verso la “fine del mondo” sono molto belli e trascorrono piacevolmente. Lourdes mi ha raccontato che quando ci passò lei, le sue amiche le avevano lasciato su tutto il sentiero delle scritte di incoraggiamento con alcune foto che la ritraevano lungo il cammino. Per lei che “giocava in casa”, sarà stata una sorpresa davvero straordinaria. Per i forestieri, invece, il cammino di finisterra è un percorso magico che riconduce a culti dimenticati e a tradizioni svanite della cultura celtica. Molti, quando arrivano al mare, ritenendo di poter così iniziare una nuova vita, si sottopongono al rito di  bruciare i propri indumenti e di fare poi il bagno nelle acque gelide dell’oceano. Io, invece, ritengo che la nuova vita possa iniziare solo a partire dalla cattedrale di Santiago e ovunque ci sia una strada da percorrere. Comunque una piccola sorpresa c’è anche per il sottoscritto: dopo più di due settimane, rispunta improvvisamente anche “el Paparottti”, vecchia conoscenza che l’ultima volta avevo visto a Santander, ovvero quasi 500 km di fatica fa. Mentre proseguiamo assieme per un breve tratto, mi spiega che al bivio di Gijon aveva scelto di percorrere il cammino della costa e, siccome praticamente tutti i pellegrini (me compreso) vanno verso Oviedo, è rimasto completamente da solo. Tra l’altro mi fa presente che la parte più bella del cammino del nord è quella che arriva fino a Ribadesella, ovvero fin dove mi sono fermato io, mentre da lì in poi diventa molto noiosa e solitaria. Mentre lo ascolto, sono contento che il mio istinto mi abbia portato a tornare sul cammino francese a partire da Leon. El Paparotti mi chiede anche di Manolo, nonché notizie delle mie vicissitudini, ma non ho la possibilità di dilungarmi molto in chiacchiere con lui perché, dovendo  fare 50 km al più presto, sono costretto a salutarlo. Non mi fermo nemmeno a mangiare e, pur avendo la borraccia inutilizzabile ( che comunque continuo a portarmi dietro come se fosse un cimelio), confido nel fatto che più avanti ci saranno sicuramente dei centri e/o fontanelle per ristorarsi.  La previsione,ahimè, risulta però errata e ben presto ne pago le conseguenze. Per più di 15 km non incontro altro che mucche e le loro deiezioni. Non piove e, quindi, il sentiero regge, ma il sole battente fa brutti scherzi e io non ho ancora molte energie. Finalmente trovo due contadini ai quali chiedere se vi sia un bar nelle vicinanze. La risposta, grazie al cielo, è affermativa, anche se, per seguire le loro indicazioni, sono costretto ad uscire dal cammino. Il  bar della salvezza non è altro che un rustico con incantevole vista sul cimitero gestito nella maniera più rozza possibile, ma – inspiegabilmente – coi i prezzi di Saint Tropez. L’offerta non è molto ampia, ma io non ho troppe pretese e mi accontento del solito boccadillo de jamòn e di una coca cola. Altro che fiesta, quando non ci vedo più dalla fame io avrei bisogno almeno di una parmigiana e’ mulignane, ma, in mancanza, masticherei anche le radici delle piante!  Tanto più che, se non altro, il panino fagocitato mi dà carboidrati necessari per mettermi in condizione di continuare. Raramente sono stato in difficoltà come ora e, se più avanti avessi qualche problema, non avrei la possibilità di tirarmi fuori dalla situazione. Al bar avevo chiesto informazioni sul resto del cammino, ma i gestori (caini!), invece di aiutarmi, avevano tentato di offrirmi un servizio di taxi. Qui sembra di stare in un’altra epoca e non ci sono né autobus, né macchine né strade asfaltate. Decido, così, di uscire dal cammino e proseguire sulla strada nazionale, dove, con molto rammarico, scopro che ci sono una serie di bar uno accanto all’altro che mi fanno capire che non è il mio giorno fortunato. Seguendo questo rotta – almeno secondo i miei calcoli – allungherei  di circa 5 km  rispetto al cammino ufficiale, ma non ho voglia di rischiare che mi succeda qualcosa di spiacevole e preferisco viaggiare in sicurezza. Un viaggio, d’altra parte, è un modo per conoscersi, non significa dover per forza fare pazzie.

Quando arrivo ad Olveiroa, paese di cui, non so perché, non riuscirò mai a ricordare il nome e che, per tutta la tappa, tento di immaginare come se fosse un miraggio, sono ormai le 19.00 e io – dopo 54 km (+ 5 )quasi no stop – sono praticamente stremato. Come se non bastasse, con mio grande disappunto, scopro che l’albergue è già pieno e, conseguentemente, non ci sono letti disponibili. Tuttavia, non avendo alternative e memore di quanto mi successe  a Tricastela,  approfittando del fatto che l’ospitaliera debba ancora arrivare, decido di sistemarmi con il sacco a pelo a terra accanto a due letti al primo piano dell’albetgue. L’operazione, però, si rivela più impegnativa di quanto previsto, visto che la ragazza alla quale chiedo cortesemente – in spagnolo – di spostare il letto di qualche centimetro, dopo avermi risposto affermativamente con la testa, non si muove di un millimetro e mi lascia in piedi, stremato come sono, ad aspettare inutilmente per interminabili attimi. Al momento, però, sono troppo esausto per far finta di nulla, così, dopo aver preso atto della mancanza totale di collaborazione, prendo l’iniziativa e sposto il letto con la suddetta ragazza ancora sopra. L’azione, tuttavia, provoca  le reazioni della stessa ragazza, nonché delle sue amiche, “tutte turi-grine” alle quali è ignoto lo spirito del cammino e che dovrebbero fare altri tipi di vacanza.  Si tratta dei classici italiani del nord che pensano solo ai loro bisogni e che, se ti vedessero morire ai loro piedi, si lamenterebbero perché gli stai intralciando il passaggio! Per tale motivo, non avendo intenzione di fraternizzare con gente di spessore tanto infimo, non voglio che sappiano che capisco il loro idioma e preferisco far finta di non cogliere le loro offese. E’, infatti, solo quando trovo accoglienza presso un’altra stanza occupata da spagnoli – dove mi offrono persino i loro stoini per aiutarmi – e torno in quella delle italiane del nord solo per recuperare la mia roba che mi lascio andare al commento (pronunciato ovviamente in spagnolo ) “asi dejamos esta princesa en su reino” provocando le risate degli altri astanti.

Quando, verso le 20, arriva l’ospitaliera sono in dubbio se svelare la mia presenza o meno. La signora, comunque, mi sembra alla mano e ben diversa dai burocrati di Tricastela e Lugo, così per coscienza decido di andarle a chiedere se ci sono problemi a farmi dormire a terra. In alternativa non saprei proprio dove andare, ma,  fortunatamente, la mia impressione non viene smentita e l’ospitaliera – dopo avermi assicurato che andrò “a estar fantastico” – mi dà addirittura le chiavi di una casetta rurale dandomi tutti gli stoini e le coperte di cui potrei aver bisogno.

E’ vero, dormirò ugualmente a terra e farà freddissimo, ma almeno non condividerò la stanza con nessun altro.

In ultimo, vanno aggiunte due considerazioni finali: 1)  una ragazza – che suona uno strano strumento ipnotizzando chi la ascolta ma mi vieta di filmarla, carpisce la mia attenzione e mi fa pensare che stia celebrando una sorta di rito magico (dopo tutto siamo in prossimità della “fine del mondo”);
2) non sarei mai dovuto andare a cenare nel bar del paese, ma purtroppo ahimé, dopo 54 km, non avevo la forza  per cucinare cibo commestibile.

PRIGIONIERO” di EZRA L. POUND 

“Ho nostalgia di gente del mio stampo,

Non sono solo, lo so, son circondato da volti amici,

Ma ho nostalgia di gente del mio stampo. 

(…)

Dalla stirpe dell’anima mia,

Poiché ho nostalgia di gente del mio stampo

E il volgo non mi tocca.

Ho nostalgia
Di gente del mio stampo che sa e sente
E respira il bello e l’arte.

Ansioso cerco congeneri di spirito
E li trovo soltanto nelle ombre
(…)
Eppure, ho nostalgia di gente del mio stampo
E incontrare vorrei i miei consimili
In carne ed ossa portatori del segreto.
Tutti coloro che con rara mestizia
Pur spezzando il mondo, a tutti sono benigni,
Miei compagni, conosco la gloria
Di chi spazia libero, ma voi per lo più
Vi nascondete come me
Solo di quando in quando avvampando
Per amore, speranza, bellezza o potere,
Tornando poi a covare nel dormiveglia,
E non ci sfiorano gli echi del mondo

Oh, miei compagni: da alcuni ci separano mari
Vinacei e blu zaffiro sotto gli strali d’argento
Del sole e della spuma spezzata dalle prore;
Altri son accerchiati dai colli,
Dalle colline a oriente, mentre noi qui
Siamo presi dall’umida pianura.

Non di meno l’anima mia canta “Su!” e siamo uniti
Sì tu, e Tu, e tu, e tutta la mia stirpe
Sempre cara al mio petto abbraccio,
Perché vi amo come vento gli alberi
Che ha cura dei petali e delle foglie
E incita il canto fra i rami
Che senza di lui, tremuli, sarebbero ombre

Mute ove nessun uccello sussurrerebbe di come
“Più oltre, oltre, oltre c’è…..”.

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