Non sei tu che fai il cammino, è il cammino che fa te (Intervista di www.viaggiarelowcost.it )

CHI SEI?

Mi chiamo Ernesto – ma, se avete coraggio, potete chiamarmi Coimbra, soprannome che porto con orgoglio da un po’ di tempo – e sono una persona tendenzialmente nomade che coltiva simultaneamente il sogno di trasferirsi a titolo definitivo a Napoli, la nazione di cui sono pubblicamente innamorato da quando sono nato, se non in Spagna, la mia patria d’adozione

  1. Perche hai deciso di intraprendere il cammino di Santiago?

Io credo che sia stato il cammino a cercare me e non viceversa.  Altrimenti non mi spiego come sia possibile che abbia notato i segni che ne indicano il passaggio ad Alicante, la città in cui ho trascorso l’erasmus, proprio nel mio ultimo giorno di permanenza lì. Ricordo che quella sera ne parlai a lungo con un mio amico spagnolo e abbandonai il territorio iberico con la promessa di tornare proprio per percorrere il cammino di Santiago. In realtà, alla fine, sono passati due anni prima di compierlo per la prima volta, ma è bene ricordare che il mio primo approccio è iniziato proprio ad Alicante, la città che mi ha aperto al mondo e dove, per l’appunto, passa il “camino del sureste”. Ad ogni modo non c’è una sola specifica ragione per la quale ho deciso di intraprenderlo. Potrei dire che volevo trovare delle certezze e, zaino in spalla, sono partito alla loro ricerca, che volevo assaporare un modello di vita alternativo o che volevo sentirmi un pellegrino del Medioevo, ma la verità è che c’è sempre la compresenza di varie componenti in una decisione come questa: c’è la voglia di misurarsi almeno una volta nella vita e capire quanto si vale, ma c’è – almeno per quanto mi riguarda – il desiderio di porsi delle domande e darsi delle risposte. Prima di arrivare a Santiago, per non rovinarmi la sorpresa, non ho voluto vedere la cattedrale nemmeno in fotografia e ora posso dire che fu una scelta saggia: infatti, quando all’alba del 17 agosto 2011, me la sono trovata davanti, non ho potuto trattenere la commozione ed è stato il coronamento di un percorso che mi ha cambiato nel profondo per sempre.

  1. Che differenza c’è tra un semplice trekking e il Cammino di Santiago?

Il trekking è avventura, sport, fatica e natura. Il cammino di Santiago è tutto questo, ma anche altro: è un viaggio inteso nel senso nobile del termine. Significa che esiste una meta e

che, per raggiungerla, bisogna affrontare tre stadi. Infatti esiste un cammino fisico, un cammino psicologico e, infine, un cammino spirituale. Sicuramente è possibile limitarsi a percorrere la via di Santiago pensando di fare del “trekking”, ma così facendo ci si preclude lo stadio più bello, quello che ti apre all’agape, ovvero alla sapienza. Chi va a Santiago sa di percorrere un cammino santo e ogni foglia, ogni masso, ogni angolo di strada hanno una

valenza diversa.

  1. Mentre lo percorri si sente la valenza spirituale?

Nel riportarmi a quanto ho già anticipato, aggiungo che è un’occasione per parlare con e di Dio. Sembrerà poco trendy agli occhi occidentali, ma con le persone che incontri – siano esse spagnole, americane, brasiliane, inglesi, tedesche, austriache o coreane (sì, ci sono anche quest’ultime) – ci si apre completamente e si parla di tutto, davvero di tutto. Chi di noi, quando è fermo alla fermata di un autobus, parla con gli altri pendolari in attesa? Io non ho mai visto nessuno farlo, invece sul cammino tutto ciò è possibile e non esiste una persona che non meriti di essere conosciuta. Siamo tutti amici nel senso autentico della parola, visto che amico significa persona “che ama”. Poi, ovviamente, quando si rimane soli e cammina per ore sotto il sole, spesso ci si interroga e si parla con franchezza con

Dio. Si consideri, inoltre, che si attraversano posti significativi e altamente vocativi come Roncisvalle e le cattedrali di Burgos, Astorga, Leon e – infine – Santiago de Compostela; simboli che sono lì per ricordarci quali sono le basi su cui doveva fondarsi l’Unione Europea.

  1. Quale itinerario hai scelto?

Il mio primo cammino, che è quello che consiglio a tutti per le emozioni per regala, è stato il cd. “francese”, ovvero quello tradizionale che dal paesino francese di San Jean Pied de port porta – tramite i Pirenei – a Roncisvalle. Quest’anno, invece, ho percorso il cammino del Nord, che, da Irùn nei paesi baschi, prosegue lungo la costa cantabrica e asturiana. In futuro punto alla via francigena in Italia o al camino de la plata da Siviglia.

  1. Come ti cambia questa esperienza?

Qualcosa dentro di me è sicuramente cambiata per sempre. Ora vedo molti elementi sotto una diversa prospettiva. Ho ancora molti – troppi – dubbi, ma anche qualche solida certezza in più. Ovviamente poi il difficile viene quando si devono applicare gli insegnamenti tratti nella vita di tutti i giorni.

  1. La dimensione dell’altro come si integra nella sfida personale di finire il cammino?

L’osmosi è totale. Si vive e ci si confronta continuamente con gli altri, ma senza creare competizioni. Tanto è vero che ci si sveglia, si cammina, pranza e dorme assieme. Altrove, a stare tante ore a contatto, non ci si sopporterebbe più; io, invece, sul cammino non ho mai registrato episodi spiacevoli, anzi legami si fortificano per davvero. Sembrerà banale dirlo, ma se si ha un problema, ci si stimola e ci si supporta a vicenda a non mollare. Basti ricordare che io, l’anno scorso, sono arrivato alla meta proprio grazie alla gara di solidarietà di cui i miei compagni di viaggio si sono resi protagonisti. Infatti, già a partire dalla seconda tappa, ebbi dei gravi problemi fisici ai piedi tali che ogni passo costituiva per me una indicibile sofferenza. Fu un modo per misurare la mia forza di volontà e la mia tenacia, nonché per imparare il senso della parola umiltà, ma fu soprattutto un’occasione per capire che le persone che ti aiutano esistono. Non dimenticherò mai Cesar (basco), Victor (pamplonese) e Fernando (uruguaiano) che – siccome il mio orgoglio non mi consentiva di accettare il loro soccorso – arrivarono a “rubarmi” momentaneamente lo zaino e se lo passarono tra loro a vicenda per consentirmi di concludere la tappa, né dimenticherò il modo in cui Lourdes – una ragazza di Santiago – mi supportò e spinse ad affrontare le prime due settimane di sofferenza. Ciò nonostante, quando compresi che il cammino viene comunque prima di tutto, anche delle amicizie,  ciò non mi impedì, seppure a malincuore, di lasciare le suddette persone indietro e di portarmi avanti.

  1.  Il momento più difficile?

Tantissimi. Nel 2011 sono arrivato esclusivamente grazie alla mia forza di volontà e al supporto morale degli altri pellegrini, quest’anno invece nei guai mi ci sono messo da solo quando ho voluto strafare. In particolare ricordo tre momenti di estrema a difficoltà: a) sul monte Calvario-Arno, tra Deba e Markina, dove 20 km di salita, la pioggia e il fango mi fecero pensare al peggio; b) A tre km da Rabanal del camino dove praticamente mi ressi in piedi grazie a due bastoni; c) Sul cammino di finisterre, dove mi feci 55 km in una sola giornata e rimasi senza cibo né acqua ignorando che per ben 30 km non avrei trovato né una fontanella né un bar. E’ inutile specificare che in tutti e tre i suddetti casi me la sono vista davvero brutta e ho dovuto far leva su forze che non pensavo di possedere.

  1. Nella tua vita di tutti i giorni in che momenti ti viene in mente la tua sfida raggiunta?

Ci penso spesso, soprattutto quando nutro nostalgia per le sensazioni di libertà che provavo lungo il cammino e mi devo cimentare in una sfida meno stimolante quale è quella che riguarda la lotta contro la burocrazia italiana e uno stato che mortifica ogni mia capacità. In questo momento, ad esempio, provo invidia per un ragazzo francese conosciuto sul cammino che è in viaggio da tre anni  ed è già stato in Australia, India, Cina, Thailandia, Laos, Cambogia, Vietnam e Senegal.

  1. A che tipo di persona consiglieresti di fare questo viaggio così speciale?

A chi vuole misurarsi con se stesso e non chi non è troppo abituato a frequentare alberghi a 5 stelle, nonché a chi vuole sposare la filosofia del viaggiare con lentezza.

  1. Quali cose non si deve dimenticare di mettere nello zaino?

Non bisogna mai dimenticare l’ottimismo e la propria caparbietà. Per il resto, come nella vita di tutti i giorni, serve meno di quanto pensiate. Se nello zaino – oltre ad un ricambio – c’è un ago con il filo, una pila,un k-way e un coprizaino per la pioggia bisogna solo compiere il primo passo.

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