Il diario di Goethe sul suo soggiorno a Napoli

Napoli, 25 febbraio 1787

Eccoci finalmente arrivati anche qui, con un viaggio felice e sotto buoni auspici. Quanto alla giornata d’oggi, vi basti che partimmo da Sant’Agata al levar del sole; alle nostre spalle soffiava forte il vento di nord-est che durò tutto il giorno, riuscendo solo nel pomeriggio a disperdere le nubi; abbiamo sofferto molto il freddo.

La strada attraversò e superò nuove colline vulcaniche, ove non mi parve notare che poche rocce calcaree. Giungemmo infine nella piana di Capua, e poco più oltre a Capua stessa, dove ci fermammo per il mezzodì. Nel pomeriggio una bella campagna uguale ci si schiuse dinanzi; la nostra via correva spaziosa tra campi di verde grano, simile a un tappeto e già alto una buona spanna. Nei campi sono piantati filari di pioppi, sfoltiti per servir di sostegno alle viti. Cosi si continua fin dentro Napoli: un suolo terso, deliziosamente soffice e ben lavorato, viti d’eccezionale altezza e robustezza, coi tralci fluttuanti di pioppo in pioppo a mo’ di reti.

Alla nostra sinistra avevamo sempre il Vesuvio col suo poderoso fumacchio, e io gioivo tra me di poter finalmente contemplare quello straordinario spettacolo con i miei occhi. Il cielo era sempre più luminoso, e alla fine il sole picchiava con forza sul nostro abitacolo mobile. Man mano che ci avvicinavamo a Napoli l’atmosfera si faceva sempre più pura; ormai ci trovavamo davvero in un’altra terra. Le case dai tetti piatti ci annunziano la diversità del cielo, anche se all’interno non debbono esser molto comode. Tutti sciamano per la strada, tutti siedono al sole finché non cessa di splendere. Il napoletano è convinto d’avere per sé il paradiso e si fa un’idea ben triste delle terre del settentrione. «Sempre neve, case di legno, gran ignoranza, ma danari assai». Così si figurano il nostro stato; e per l’edificazione dell’intero popolo di Germania ho voluto annotare qui tale caratteristica.

La città stessa di Napoli si presenta piena d’allegria, di libertà, di vita; il re [Ferdinando IV di Borbone] va a caccia, la regina [Maria Carolina d’Austria, che partorì diciassette figli] è in attesa del lieto evento, e meglio di così non potrebbe andare.

Napoli, venerdì 26 febbraio

«Alla locanda del Sgr. Moriconi al Largo del Castello»: è questo l’indirizzo, non meno pomposo che accogliente, al quale potrebbero ora esserci recapitate lettere dalle quattro parti del mondo. Intorno al grande castello in riva al mare [Il Maschio Angioino] si stende una vasta spianata, che, pur essendo cinta di case da ogni lato, non è chiamata piazza, ma «largo», probabilmente fin dai tempi remoti in cui era ancora un campo non circoscritto. Su uno dei quattro lati sporge una grande casa d’angolo, e fu appunto in una spaziosa sala d’angolo che c’insediammo, godendo di bella e libera vista sul piazzale sempre animato. All’esterno un lungo balcone di ferro corre davanti a varie finestre, girando intorno all’angolo dell’edificio; se non fosse per il vento sferzante, non vorremmo mai staccarcene [la casa in cui fu alloggiato Goethe sorgeva dove si trova l’attuale galleria Umberto I].

La sala è vivacemente decorata e soprattutto il soffitto, con i suoi cento riquadri rabescati, ci avverte che siamo ormai vicini a Pompei e ad Ercolano. Sarebbe dunque un gran bell’ambiente, ma purtroppo non si vede ombra di focolare né di camino, mentre il febbraio si fa sentire anche qui. Io sentivo, proprio bisogno d’un po’ di calore.

Mi portarono un treppiede, alto da terra abbastanza da potervi imporre comodamente le mani; v’era fissato sopra un braciere piatto, pieno di carbone dolce che ardeva adagio, sotto un liscio strato di cenere. Qui, conviene essere parsimoniosi, come già avevamo appreso a Roma. Di tanto in tanto, con l’anello d’una chiave, si toglie cautamente lo strato di cenere, così da ridare un poco d’aria alla parte superiore del carbone; l’impaziente che volesse invece smuovere le braci per qualche istante sentirebbe più caldo, ma il fuoco si spegnerebbe subito, e allora, sborsando una sommetta, bisognerebbe far riempire di nuovo la bacinella.

Johann Heinrich Wilhelm Tischbein:

“Goethe in der Campagna” (Francoforte, 164×206 cm.)

Ero alquanto indisposto e avrei desiderato assai qualche maggior comodità. Una stuoia di vimini servì a proteggermi dal gelido impiantito di mattonelle; le pellicce qui sono una rarità, sicché mi decisi a indossare una cappa da marinaio che avevamo portato con noi per bizzarria, e che invece mi fu davvero preziosa, soprattutto dopo che me la fui stretta al corpo con una cinghia delle valigie; mi facevo un buffo effetto, a metà fra il lupo di mare e il frate cappuccino, e Tischbein, tornando dall’aver visitato alcuni amici, non poté trattenersi dai ridere.

Napoli, 27 febbraio 1787

Ieri ho riposato per tutto il giorno, volendo curarmi da una lieve indisposizione, ma oggi ci siamo dati alla pazza gioia e abbiamo dedicato il nostro tempo a contemplare meravigliose bellezze. Si dica o racconti o dipinga quel che si vuole, ma qui ogni attesa è superata. Queste rive, golfi, insenature, il Vesuvio, la città coi suoi dintorni, i castelli, le ville! – Al tramonto andammo a visitare la grotta di Posillipo, nel momento in cui dall’altro lato entravano i raggi del sole declinante. Siano perdonati tutti coloro che a Napoli escono di senno! Ricordai pure con commozione mio padre, cui proprio le cose da me vedute oggi per la prima volta avevano lasciato un’impressione incancellabile. E così come si vuole che chi abbia visto uno spettro non possa più ritrovare l’allegria, si potrebbe dire all’opposto che mio padre non poté mai essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli. Io, secondo il mio costume, conservo un’assoluta calma, e se vedo cose incredibili mi limito a spalancar tanto d’occhi.

Napoli, 1° marzo

Dare un resoconto di questa giornata non è cosa facile. (…) Una gita in mare fino a Pozzuoli, brevi e felici passeggiate in carrozza o a piedi attraverso il più prodigioso paese del mondo. Sotto il cielo più limpido il suolo più infido; macerie d’inconcepibile opulenza, smozzicate, sinistre; acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo, montagne di scorie ribelli a ogni vegetazione, spazi brulli e desolati, e poi, d’improvviso, una verzura eternamente rigogliosa, che alligna dovunque può e s’innalza su tutta questa morte, cingendo stagni e rivi, affermandosi con superbi gruppi di querce perfino sui fianchi d’un antico cratere [la zona descritta da Goethe è quella dei Campi flegrei e delle solfatare di Pozzuoli].

Napoli, 3 marzo

(…) Oggi, 3 marzo, il cielo è coperto e soffia scirocco: tempo adatto per la corrispondenza. Gente di tutte le specie, bei cavalli e stranissimi pesci; qui, del resto, ne ho già visti a sazietà. Della posizione della città e delle sue meraviglie tanto spesso descritte e decantate, non farò motto. «Vedi Napoli e poi muori!» dicono qui.

Se nessun napoletano vuol andarsene dalla sua città, se poeti locali celebrano in grandiose iperboli l’incanto di questi siti, non si può fargliene carico, vi fossero anche due o tre Vesuvii nelle vicinanze. Qui non si riesce davvero a rimpiangere Roma; confrontata con questa grande apertura di cielo la capitale del mondo nella bassura dei Tevere appare come un vecchio convento in posizione sfavorevole.

(…) Oggi, come sempre di venerdì, s’è svolta la grande passeggiata dei nobili; tutti sfoggiano i loro equipaggi e specialmente i cavalli. Esemplari più eleganti di questi è impossibile vederne; per la prima volta in vita mia ho palpitato d’ammirazione per essi.

Napoli, 5 marzo

Abbiamo approfittato della seconda domenica di quaresima per fare un giro delle chiese. Così come a Roma tutto è estremamente serio, qui tutto invece è improntato ad allegria e a buon umore. Anche la scuola di pittura napoletana è qualcosa che si capisce solo a Napoli. Qui, per esempio, c’è da meravigliarsi nel vedere un’intera facciata di chiesa dipinta da cima a fondo, col Cristo sopra la porta in atto di cacciare dal tempio compratori e venditori, i quali, con graziose ed eleganti mosse di spavento, ruzzolano giù d’ambo i lati per i gradini. In un’altra chiesa lo spazio interno sovrastante l’ingresso è decorato a profusione da un affresco che rappresenta la cacciata d’Eliodoro. Luca Giordano dové far presto davvero per riempire una simile superficie! Anche il pulpito non è, come sempre altrove, una cattedra, un seggio destinato a una sola persona, bensì una galleria, sulla quale vidi un frate cappuccino camminare avanti e indietro rampognando i fedeli, ora dall’una ora dall’altra estremità, per la loro vita peccaminosa. Quante cose non avrei da raccontarvi!

Ma quello che non si può raccontare né descrivere è la magnificenza d’una notte di plenilunio, quale l’abbiamo goduta vagando per vie e per piazze, sull’interminabile passeggiata di Chiaja e poi su e giù lungo la riviera. Qui si ha veramente la sensazione dell’infinità dello spazio. Senza dubbio, vale la pena di sognare così.

Debbo darvi qualche breve ragguaglio di carattere generale circa un uomo egregio che ho conosciuto in questi giorni: il cavalier Filangieri, noto per il suo libro sulle legislazioni. Egli fa parte di quei giovani degni di stima che hanno di mira la felicità degli uomini, non disgiunta da un’onorevole libertà. Dal suo contegno traspare il decoro del soldato, del cavaliere e dell’uomo di mondo, temperato però dall’espressione d’un delicato senso morale diffuso in tutto il suo essere e che emana bellamente dalla parola e dal gesto. È profondamente rispettoso del suo re e del reame, benché non approvi tutto ciò che vi accade; condivide però i timori riguardanti Giuseppe II. L’immagine d’un despota, pur se aleggi soltanto nell’aria, impaurisce gli uomini dabbene. Mi parlò con grande schiettezza dei motivi per i quali si ha ragione di temerlo a Napoli. Discorre volentieri di Montesquieu, di Beccaria e anche delle proprie opere, sempre nel medesimo spirito di buona volontà e con vivo slancio giovanile per il ben fare. Non credo abbia ancora toccato la quarantina.

Egli non tardò a intrattenermi su uno scrittore d’altri tempi, nella cui insondabile profondità questi moderni italiani amici delle leggi trovano edificazione e conforto; il suo nome è Giovan Battista Vico, e lo tengono per superiore a Montesquieu. Da una rapida scorsa al suo libro, che mi fu consegnato come una reliquia, ho avuto l’impressione che vi siano esposti sibillini presagi del bene e del giusto, il cui avvento è previsto, o prevedibile, sulla base di severe meditazioni intorno a ciò che ci è stato tramandato e a ciò che vive. È molto bello per un popolo possedere un tal patriarca; un giorno i tedeschi avranno in Hamann un breviario non dissimile.

Napoli, 9 marzo

Oggi col principe von Waldeck andammo a Capodimonte, dove si trova la grande collezione di quadri, monete ecc.: mediocremente ordinata, ma ricca di cose di pregio. Sempre più si precisano e si rafforzano in me tante idee intorno alla tradizione. Quelle monete, gemme, vasi, che ci giungono al Nord sporadicamente, allo stesso modo delle pianticelle di limone svettate, veduti qui in massa, dove tali tesori sono per così dire di casa, hanno un aspetto del tutto diverso: giacché là dove le opere d’arte scarseggiano è la rarità a dar valore, mentre qui s’impara a stimare soltanto ciò che è meritevole.

Al momento si pagano grosse somme per i vasi etruschi, e senza dubbio vi sono tra essi pezzi belli o bellissimi; non c’è viaggiatore che non aspiri a possederne uno. E poiché qui si fa minor conto del danaro che non in patria, temo di cadere anch’io in tentazione.

Napoli, domenica 11 marzo 1787

Poiché il mio soggiorno a Napoli non si prolungherà molto, ho deciso di cominciare dai punti più distanti; per i più vicini non c’è difficoltà. Mi sono recato con Tischbein a Pompei, ammirando a destra e a sinistra tutte quelle magnifiche viste già note a noi grazie ai pittori di paesaggi, e che ora ci si presentavano nel loro splendido insieme. Con la sua piccolezza e angustia di spazio, Pompei è una sorpresa per qualunque visitatore: strade strette ma diritte e fiancheggiate da marciapiedi, casette senza finestre, stanze riceventi luce dai cortili e dai loggiati attraverso le porte che vi si aprono; gli stessi pubblici edifizi, la panchina presso la porta della città, il tempio e una villa nelle vicinanze, simili più a modellini e a case di bambola che a vere case. Ma tutto, stanze, corridoi, loggiati, è dipinto nei più vivaci colori: le pareti sono monocrome e hanno al centro una pittura eseguita alla perfezione, oggi però quasi sempre asportata; agli angoli e alle estremità, lievi e leggiadri arabeschi, da cui si svolgono graziose figure di bimbi e di ninfe, mentre in altri punti belve e animali domestici sbucano da grandi viluppi di fiori. E la desolazione che oggi si stende su una città sepolta dapprima da una pioggia di lapilli e di cenere, poi saccheggiata dagli scavatori, pure attesta ancora il gusto artistico e la gioia di vivere d’un intero popolo, gusto e gioia di cui oggi nemmeno l’amatore più appassionato ha alcuna idea, né sentimento, né bisogno.

E’ chiaro, se si pensa quanto dista la città dal Vesuvio, che la massa vulcanica seppellitrice non poté esser spinta fin qui da un’esplosione né da un turbine di vento; c’è da pensare piuttosto che lapilli e cenere abbiano volteggiato per un certo tempo a guisa di nuvole, finché si abbatterono sulla sventurata località.

Se vogliamo rappresentarci l’evento in modo ancor più concreto, immaginiamoci un villaggio montano sepolto sotto la neve. Gli spazi fra casa e casa e le stesse case schiantate sono stati completamente riempiti, ma certe strutture murarie hanno continuato a sporgere dal suolo anche quando la collina, prima o poi, fu piantata a vigne e a orti. Certamente, perciò, più d’un proprietario, scavando il suo terreno, ha potuto fare un bel raccolto. Parecchie stanze sono state trovate vuote, e negli angoli dell’una o dell’altra mucchi di cenere celavano piccole suppellettili e oggetti d’arte.

Ci detergemmo lo spirito dall’impressione straordinaria, e fino a un certo punto deprimente, di quella città mummificata, consumando un frugale pasto sotto il pergolato d’una piccola osteria in riva al mare, deliziati dal cielo azzurro, dalle luci e dai bagliori marini, e nella speranza, il giorno che questo posticino sarà tutto coperto di pampini, di ritrovarci ancora qui per godere le medesime delizie.

Tornando verso la città mi colpì di nuovo la vista delle piccole case, che sembrano fedeli riproduzioni di quelle pompeiane. Chiedemmo il permesso di visitarne una, e la trovammo assai lindamente arredata: graziose sedie intrecciate di vimini, un cassettone dorato, adorno di fiori variopinti e laccato; talché, dopo tanti secoli e infiniti mutamenti, si direbbe che questa contrada continui a ispirare ai suoi abitatori non dissimili costumi e modi di vita, inclinazioni, preferenze.

Napoli, lunedì 12 marzo

Oggi andai in giro a mio modo per la città e osservai diverse cose che intendo descrivere a suo tempo e su cui per il momento non posso dir nulla. Tutto induce a credere che una terra felice come questa, dove ogni elementare bisogno si trova copiosamente soddisfatto, produca anche gente d’indole felice, capace d’aspettare flemmaticamente dall’indomani ciò che le ha portato l’oggi e di vivere, quindi, senza pensieri. Appagamento istantaneo, moderato godimento, lieta sopportazione d’effimeri mali! – Ecco un gustoso esempio di quest’ultima capacità.

La mattina era fredda e umidiccia, era piovuto un po’. Arrivai in una piazza lastricata di grandi blocchi di pietra che sembravano accuratamente puliti con la scopa. Con mia meraviglia, su quel terreno liscio e uguale, vidi accoccolati in circolo un gruppo di ragazzetti cenciosi con le palme delle mani rivolte verso terra, come se stessero scaldandosi. Pensai dapprima a una burla, ma, nel vederli seri e tranquilli in viso come per un bisogno esaudito, mi stillai quanto più possibile il cervello, senza però venire a capo del mistero. Mi decisi allora a chiedere il perché della strana posa di quegli scimmiotti, tutti così ben radunati in circolo.

Seppi allora che in quel punto un fabbro del quartiere aveva arroventato il cerchione d’una ruota, operazione che si svolge come segue. Il tondo di ferro viene posto sul terreno, e tutt’in giro lo si ricopre di trucioli di legno di quercia, nella quantità ritenuta necessaria a renderlo malleabile quanto occorre. Una volta che tutta la legna sia arsa, il cerchione viene applicato intorno alla ruota, e si spazza via con cura la cenere. Del calore comunicato al lastrico s’affrettano a godere i piccoli Uroni [Goethe paragona i piccoli napoletani ai selvaggi indiani che popolavano le rive del lago Huron in America, ma c’è in questo paragone – considerata l’epoca – più bonomia che razzismo], e non si scostano d’un passo prima d’aver assorbito il tepore fino all’ultimo soffio. Di tali esempi di parsimonia e attenzione nel profittare di ciò che altrimenti andrebbe perduto, ve ne sono qui a bizzeffe. Riscontro in questo popolo un’industriosità sommamente viva e accorta, al fine non già d’arricchirsi ma di vivere senz’affanni.

Napoli, 13 marzo 1787

Domenica andammo a Pompei. – Molte sciagure sono accadute nel mondo, ma poche hanno procurato altrettanta gioia alla posterità. Credo sia difficile vedere qualcosa di più interessante. Le case sono piccole e anguste, ma tutte contengono all’interno elegantissime pitture. Notevole la porta cittadina, con l’attiguo sepolcreto; la tomba d’una sacerdotessa è a forma di panca semicircolare, con una spalliera di pietra dov’è incisa un’iscrizione in lettere capitali. Guardando oltre la spalliera si vede il mare e il sole al tramonto. Un posto mirabile, degno di sereni pensieri.

Trovammo lì una simpatica e allegra comitiva di napoletani, gente molto schietta e d’umor lieto. Pranzammo a Torre Annunziata, con la tavola disposta proprio in riva al mare. La giornata era bellissima, si scorgeva da vicino il delizioso panorama di Castellammare e di Sorrento. Tutti coloro erano felici d’abitare in quei luoghi; alcuni affermavano che senza la vista del mare sarebbe impossibile vivere. A me basta che quell’immagine rimanga nel mio spirito, e tornerò volentieri, quando sarà il momento, nel mio montuoso paese.

Per fortuna v’è qui un pittore paesaggista assai scrupoloso [si tratta di Christoph Heinrich Kniep], che sa trasfondere nei suoi disegni il sentimento di questi sereni e opulenti paraggi. Egli ha già fatto alcuni lavori per me.

(…) Qui tutti sono gentili con me, anche se proprio non servo loro a nulla; maggiori soddisfazioni traggono invece da Tischbein, che ogni sera disegna di getto alcune teste in grandezza naturale; ed essi, nel vederle e nel commentarle, gesticolano come neozelandesi all’appressarsi d’un vascello da guerra. Eccovi in proposito un divertente episodio.

Bisogna sapere che Tischbein è bravissimo nello schizzare a penna figure di divinità e di eroi, in grandezza naturale o maggiore del vero. Insiste poco nel tratteggiare, ma poi con un grosso pennello ombreggia largamente le teste, così da dar loro un energico rilievo. I presenti guardavano con ammirazione e grande diletto la facilità con cui egli procedeva, e tutt’a un tratto furono presi dal prurito d’imitare quella tecnica; diedero di piglio ai pennelli… e si dipinsero a vicenda le barbe, imbrattandosi i volti. Non vien da pensare a una manifestazione di primitività umana? E ciò avveniva tra gente colta, in casa d’un uomo tutt’altro che inesperto della pittura e del disegno [la casa era quella del marchese Venuti]. No, di questa schiatta di gente non ci si può fare un’idea se non la si è vista.

Caserta, mercoledì 14 marzo

Ho visitato Hackert nella comodissima abitazione che gli è stata apprestata nella vecchia reggia. Quella nuova è in realtà un palazzo enorme, somigliante all’Escuriale, costruito a pianta quadrata e con numerosi cortili; degno invero d’un re. La posizione è di eccezionale bellezza, nella più lussureggiante piana del mondo, ma con estesi giardini che si prolungano fin sulle colline; un acquedotto v’induce un intero fiume, che abbevera il palazzo e le sue adiacenze, e questa massa acquea si può trasformare, riversandola su rocce artificiali, in una meravigliosa cascata. I giardini sono belli e armonizzano assai con questa contrada che è un solo giardino.

Il palazzo, indubbiamente regale, m’è parso poco animato: immensi vani deserti, che per il nostro carattere non sembrano invitanti. È probabile che sia questa anche l’impressione del re: gli hanno infatti allestito in montagna una residenza che permette un miglior contatto col prossimo ed è adatta agli svaghi venatorii e mondani [si tratta del Casino reale di San Leucio, a qualche chilometro da Caserta].

Caserta, 16 marzo 1787

Napoli è un paradiso dove ciascuno vive in una sorta d’ebbrezza obliosa. Così è per me; non so riconoscermi, mi par d’essere un altro. Ieri pensavo: “O eri matto prima, oppure lo sei adesso”.

Mi sono recato da qui anche a visitare le antiche rovine di Capua e i relativi annessi.

Solo in questo paese si può capire cosa sia la vegetazione e perché si coltivino i campi. Il lino è già presso a fiorire, il grano è alto una spanna e mezza. La regione intorno a Caserta è tutta pianeggiante, i campi sono lavorati con un nitore uniforme, simili ad aiuole di giardini. Ovunque s’innalzano pioppi cui si allaccia la vite, che pur ombreggiando il suolo non impedisce la messe più rigogliosa. Che mai avverrà al prorompere della primavera! Finora, malgrado il bel sole, c’è stato un vento molto freddo, provocato dalle nevi sui monti. (…)

Se a Roma si studia volentieri, qui si desidera soltanto vivere. Ci si scorda di noi e del mondo, e l’aver rapporti solo con chi è dedito al godimento mi dà una curiosa sensazione. (…)

Napoli 17 marzo

Se mi propongo di scrivere parole, sono sempre immagini quelle che sorgono ai miei occhi della terra feconda, del mare immenso, delle isole vaporose, del vulcano fumante; e per rappresentare tutto ciò mi mancano gli strumenti adatti.

In questi paesi si capisce come mai sia venuta all’uomo l’idea di lavorare la terra: qui dove il solco produce di tutto, dove si può sperar di fare da tre a cinque raccolti ogni anno. Dicono che nelle annate migliori han seminato tre volte il granturco nel medesimo campo.

Molto ho veduto, ma ancor più ho riflettuto: il mondo si svela sempre più, e anche quello che sapevo da tempo, soltanto adesso diviene realmente mio. Quale creatura è l’uomo! Impara presto a sapere, ma tardi a mettere in pratica.

Gran peccato ch’io non possa comunicare di momento in momento le mie osservazioni; è vero che ho accanto Tischbein, ma sia come uomo sia come artista egli è sollecitato da mille contrastanti idee, conteso da mille persone. La sua condizione è singolare e bizzarra: non può liberamente partecipare a un’altrui esistenza perché ne sente inceppata la propria spinta creativa.

E tuttavia il mondo non è che una normale ruota, sempre uguale a se stessa nell’intero suo giro; ma proprio perché noi giriamo con essa ci riesce tanto sorprendente.

(…) Comincio a trovarmi meglio con questa gente; bisogna però pesarli coi pesi del bottegaio, mai e poi mai col bilancino dell’orafo, come purtroppo usano fare tra loro gli amici, inseguendo grilli ipocondriaci o strambe pretese.

Qui nessuno sa nulla dell’altro, quasi non s’accorge degli altri che gli passano accanto; tutti scorrazzano in paradiso da mane a sera senza preoccuparsi troppo, e quando comincia a ribollire la vicina bocca d’inferno [il Vesuvio] chiedono aiuto al sangue di san Gennaro; e con che si difende, o cerca di difendersi tutto il resto del mondo dalla morte e dal diavolo, se non col sangue?

Il trovarsi in mezzo a una massa così innumerevole e perennemente agitata è straordinario e insieme salutare. Come tutto trascorre in impetuoso disordine, e come tuttavia ognuno sa trovare la propria via, la propria meta! In tanta ressa e animazione mi sento perfettamente tranquillo e isolato, e più assordanti sono le strade, più grande si fa la mia calma.

Napoli, 18 marzo 1787

Ormai non potevamo più differire la visita a Ercolano e alla collezione di scavi di Portici. L’antica Ercolano, giacente ai piedi del Vesuvio, era stata completamente sepolta dalla lava, che in seguito a nuove eruzioni crebbe ancora di livello, talché le case si trovano oggi a sessanta piedi sotto terra. La loro scoperta fu dovuta ai lavori di scavo d’un pozzo, durante i quali s’incontrarono dei pavimenti a lastre di marmo. Gran peccato che gli scavi non sian stati eseguiti da minatori tedeschi con un piano ordinato, giacché certamente, in quel brigantesco frugacchiare alla cieca, parecchie mirabili antichità sono andate disperse. Si discende per sessanta, scalini in una grotta, dove al lume delle torce si ammira il teatro che un tempo sorgeva all’aperto e si sente il racconto di tutto quanto fu trovato laggiù e riportato alla luce. Al museo andammo con buone commendatizie e trovando buona accoglienza; non ci permisero tuttavia di fare disegni. Forse proprio per questo il nostro sguardo fu più attento e ci sentimmo più vivamente immersi in quell’epoca remota, quando tutte queste cose circondavano i loro possessori per un immediato uso e godimento. Le casette e le stanzette che avevo visto a Pompei mi parvero allora più piccole e insieme più grandi: più piccole perché le immaginavo gremite dei tanti nobili oggetti, e più grandi perché quei medesimi oggetti non rispondevano a meri bisogni, ma, adornati e ravvivati con gusto e con intelligenza da figurazioni artistiche, allietavano e arricchivano lo spirito meglio di quanto avrebbe potuto farlo la casa più spaziosa.

Abbiamo notato, per esempio, un secchio stupendamente modellato, con un elegantissimo orlo superiore; osservandolo da presso si vede che le due metà dell’orlo si possono rialzare, così che, usando come manico i due semicerchi congiunti, il recipiente si trasporta senza difficoltà. Le lampade, a seconda del numero dei lucignoli, sono adorne di maschere e di viticci, dimodoché ciascuna fiammella illumina un’autentica opera d’arte. Alti e snelli sostegni di bronzo hanno il compito di reggere le lampade, mentre ogni sorta di gustose effigi sono appese alle lampade da soffitto, le quali, col loro dondolìo e oscillìo, moltiplicano la piacevolezza del loro naturale effetto.

Sempre speranzosi di ripetere la visita, seguimmo il cicerone di sala in sala, intenti a ghermire, secondo il favore del momento, diletto e istruzione.

Napoli, 19 marzo

Basta girare per le strade e aprire gli occhi per vedere spettacoli inimitabili.

Sul molo, uno dei punti più rumorosi della città, vidi ieri un Pulcinella: in piedi su di un assito, era intento a litigare con una scimmia, mentre su un balcone sovrastante una gran bella figliuola faceva offerta delle sue grazie; vicino al palco della scimmia un medicastro magnificava i propri specifici, rimedio per tutti i mali, davanti a una folla di baggei. Raffigurato da Gérard Dou, un quadro del genere avrebbe potuto mandare in visibilio contemporanei e posteri.

Oggi era anche la festa di san Giuseppe, patrono di tutti i frittaroli, cioè dei venditori di pasta fritta, beninteso della più scadente qualità. E poiché sotto il nero olio bollente arde di continuo una grande fiammata, della loro sfera fa parte anche il tormento del fuoco; perciò iersera avevan fatto, davanti alle loro case, una parata di quadri di anime del purgatorio e di giudizi universali entro un lingueggiare e divampare di fiamme. Sulle soglie delle case grandi padelle erano poste su focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle che gettava nell’olio fumante. Un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo le ciambelle man mano ch’eran cotte e con un altro spiedo le passava a un quarto che le offriva agli astanti; gli ultimi due garzoni erano ragazzotti con parrucche bionde e ricciute, che qui simboleggiano angeli. Alcuni altri completavano il gruppo mescendo vino ai lavoranti, bevendone essi stessi e gridando le lodi della mercanzia; tutti gridavano, anche gli angeli, anche i cuochi. Il popolo faceva ressa, perché in questa serata tutti i fritti si vendono a poco prezzo e una parte del ricavo va persino ai poveri.

Scene simili potrei raccontarne a non finire; e ogni giorno succede lo stesso, sempre qualcosa di nuovo e d’incredibile, basti pensare all’immensa varietà delle vesti che si vedono per la strada, alla folla di gente nella sola via Toledo!

E insomma, se si vive in mezzo al popolo non mancano mai occasioni originali di divertimento; la sua naturalezza è tale da rendere naturali anche noi. Ecco per esempio Pulcinella, la maschera nazionale tipica, come l’Arlecchino di Bergamo, come il Gian-salsiccia delle Alpi: Pulcinella, il tipico servo paziente, tranquillo, piuttosto scanzonato, quasi poltrone, eppure pieno d’umorismo; e di simili servitori e domestici se n’incontrano dappertutto. Il servo che avevo assunto oggi m’ha fatto proprio divertire; e sì che tutta la difficoltà era di spedirlo a cercarmi inchiostro e penne. Capiva a metà, tirava in lungo, si mostrava volonteroso e furfante insieme; insomma, una scena così spassosa che sarebbe stata applaudita in qualsiasi teatro.

Napoli, martedì 20 marzo 1787

Paesaggio cittadino napoletano, alla fine dell’800.

Cortesia: Old Pictures

La notizia che una nuova colata di lava, non visibile da Napoli, stava scendendo verso Ottajano, mi stimolò ad ascendere per la terza volta il Vesuvio. Quando, ai piedi del vulcano, smontai dal mio calesse a due ruote e a un cavallo, erano ad aspettarmi i due uomini che ci avevano già fatto da guida. Non rinunciai a nessuno dei due: il primo lo presi per abitudine e riconoscenza, il secondo perché me ne fidavo, ed entrambi per maggior comodità.

Compiuta che ebbimo la salita, uno rimase a custodia dei mantelli e delle vettovaglie, l’altro mi seguì, e ci dirigemmo impavidi verso un formidabile getto di vapore che usciva dalla montagna, più in basso del cratere; scendemmo poi alquanto lungo il fianco del cono, finché nell’aria limpida potemmo vedere la lava sgorgante dalla paurosa nube di fumo.

Si può ben aver udito parlare mille volte d’un fenomeno, ma il suo vero carattere non si percepisce che vedendolo nell’immediata realtà. Il getto di lava era stretto, non più di dieci piedi in larghezza, ma impressionante era il modo con cui scendeva per un tratto liscio e in lieve pendio; scorrendo, infatti, la lava si raffredda sui lati e alla superficie esterna, e forma un canale che s’innalza sempre più, perché il materiale fuso si consolida anche sotto il torrente infocato, il quale proietta uniformemente in basso, verso destra e verso sinistra, le scorie che gli galleggiano sopra; così a poco a poco si ammucchia un argine, lungo il quale la colata scorre placida come la roggia d’un mulino. Mentre noi camminavamo lungo quest’argine notevolmente alto, ai suoi lati le scorie rotolavano con regolarità fino ai nostri piedi. Attraverso alcune fessure del canale potevamo osservare dal basso il torrente di fuoco, e poi, man mano ch’esso scendeva, anche dall’alto.

Nel sole fulgido la massa incandescente assumeva una tinta fosca; una tenue fumosità saliva nell’aria pura. Mi prese il desiderio d’avvicinarmi al punto donde la lava esce dal vulcano; lì, disse la guida, essa si ricopriva istantaneamente di una volta e di un tetto, sul quale egli aveva spesso sostato. Per vedere e verificare anche questo fenomeno risalimmo la montagna, proponendoci di raggiungere il punto da dietro. Per buona sorte vi arrivammo quando un forte vento aveva spazzato l’aria, anche se non completamente, poiché tutt’intorno da mille fessure sbuffava il vapore; ora però ci trovavamo davvero su quel coperchio, simile a una poltiglia capricciosamente indurita, che però si protendeva tanto in avanti da non lasciarci vedere il flusso della lava.

Tentammo di fare ancora qualche decina di passi, ma il suolo si faceva sempre più caldo; un fumo impenetrabile ci turbinava intorno, oscurando il sole e soffocandoci. La guida, che mi precedeva, tornò indietro di corsa, mi afferrò per un braccio e ci sottraemmo in fretta a quel diabolico fumo.

Dopo esserci ristorati gli occhi col panorama, la bocca e il petto col vino, facemmo un giro per osservare altre eventuali manifestazioni di questa cima infernale, troneggiante al centro d’un paradiso. Con nuova attenzione contemplai alcuni baratri, quasi dei canali del vulcano, dai quali non usciva fumo bensì un impetuoso, incessante getto d’aria arroventata. Vidi ch’erano tappezzati di un materiale simile a stalattite, a forma di mammelle e di zaffi, che li rivestiva fino alla cima. Grazie alle disuguaglianze dei camini, parecchie di quelle sporgenze originate dal sedimento dei vapori si trovavano abbastanza alla nostra portata, così che potemmo staccarle con i bastoni e altri arnesi uncinati. Io, che avevo già trovato dal venditore di lave esemplari analoghi, rubricati come lave vere e proprie, mi compiacqui d’aver scoperto che si trattava invece di fuliggine vulcanica, che, depositata dalle esalazioni calde, lascia vedere all’interno particelle di minerale volatilizzato.

Un superbo tramonto, una sera celestiale deliziarono il mio ritorno; ma sentivo chiaramente l’effetto sconvolgente di quel mostruoso contrasto. La terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità: l’uno e l’altra si annullano a vicenda, e ne risulta un sentimento d’indifferenza. I napoletani sarebbero senza dubbio diversi se non si sentissero costretti fra Dio e Satana.

Napoli, 22 marzo 1787

Non fosse per l’influsso dell’indole tedesca e per il desiderio d’imparare e di fare più che di godere, preferirei attardarmi ancora per un po’ di tempo in questa scuola della vita facile e lieta e giovarmene più a lungo. È piacevole star qui, purché ci si possa assicurare un minimo d’agio. La posizione della città, la dolcezza del clima non saranno mai abbastanza lodate; questo però è quasi tutto ciò su cui può far conto lo straniero.

Naturalmente chi dispone di tempo, di senso pratico e di danaro può accomodarsi anche qui con larghezza e soddisfazione. È il caso di Hamilton, che s’è fatto qui un gran bel nido e ne gode sul declinare dei suoi giorni. Le sue stanze, che ha fatto arredare secondo il gusto inglese, sono deliziose, e da quella d’angolo la vista può dirsi senza uguali: ai nostri piedi il mare, di fronte Capri, a destra Posillipo, sul fianco la passeggiata della Villa Reale, a sinistra un vecchio palazzo dei Gesuiti e, più lontano, la costa di Sorrento fino al Capo Minerva. Difficilmente si troverebbe qualcosa di somigliante in Europa, almeno nel cuore d’una grande città popolosa. (…)

Napoli, 23 marzo 1787

Seduti nel nostro calessino, di cui tenevamo a vicenda le redini, avendo un rozzo e simpatico raganotto alle nostre spalle, percorremmo la bellissima regione, alla quale l’occhio pittorico di Kniep non cessava di render omaggio. Raggiunta la gola chiusa fra le montagne, l’attraversammo a gran corsa su uno stradale liscio e veloce, costeggiando magnifici boschi e rocce; e quando, nella contrada della Cava [Cava de’ Tirreni, non lontano da Salerno], vedemmo stagliarsi dinanzi a noi nel cielo un monte stupendo [è il monte S. Liberatore], Kniep non poté tenersi dal fissarne sulla carta uno schizzo, caratterizzandone con nettezza sia i fianchi che la base. Ce ne compiacemmo entrambi, considerandolo la prima prova tangibile del nostro sodalizio.

La sera, dalle finestre di Salerno, eseguimmo un altro disegno di quella località incredibilmente amena e ferace, che mi risparmierà ulteriori descrizioni. Chi non sarebbe stato incline a studiare lì, nei bei tempi in cui fioriva l’alta Scuola [il riferimento è all’antichissima scuola medica salernitana, fondata nel 1050]? L’indomani, di primo mattino, su strade pessime e sovente paludose, ci dirigemmo verso due montagne di bell’aspetto, procedendo tra rivi e fiumane da cui ci fissavano trucemente gli occhi sanguigni di bufali simili ad ippopotami.

La campagna si faceva sempre più piatta e solitaria, le rare case attestavano una misera agricoltura. Finalmente, incerti se stessimo avanzando tra rupi o macerie, finimmo col riconoscere in alcune grandi, lunghe masse quadrangolari che avevamo già avvistate di lontano, i templi e i monumenti superstiti di un’antica, fiorente città. Kniep, che strada facendo aveva ritratto le due pittoresche montagne calcaree, s’affrettò a ricercare un punto donde quel paesaggio tutt’altro che pittoresco potesse venir colto e raffigurato nel suo carattere peculiare.

Io, intanto, guidato da un paesano, giravo tra i ruderi; e la prima impressione non poteva essere che di sbigottimento. Mi trovavo in un mondo che parlava un linguaggio del tutto sconosciuto. Così come nel loro cammino i secoli procedono dalla severità verso la gradevolezza, nella medesima guisa plasmano l’uomo, o per dir meglio lo generano; talché i nostri occhi, e per essi tutto il nostro intimo, provano un’attrazione così spiccata e decisa verso strutture più agili, che codeste masse di colonne tozze, coniche, fittamente accostate, ci appaiono opprimenti o addirittura terrificanti [Goethe era sconcertato dall’imponente architettura dei templi dorici di Paestum]. Ma il mio sconcerto durò poco; ripensai alla storia delle arti, considerai l’epoca il cui spirito si confaceva a tali costruzioni, ricordai lo stile austero della scultura, e in meno d’un’ora mi sentivo già familiare e perfino riconoscente verso il buon genio che consentiva ai miei occhi di vedere quelle rovine tanto ben conservate; ché le riproduzioni non possono darcene un’idea. Nell’alzato architettonico, infatti, esse appaiono più snelle, nella rappresentazione prospettica più goffe di quanto sono in realtà, e solo camminando intorno e in mezzo ad esse si comunica loro la nostra vita; se ne sente emanare il soffio vitale che l’architetto aveva concepito, anzi aveva infuso in esse. E così trascorsi l’intera giornata, mentre Kniep non cessava dal disegnare profili accuratissimi. Che gioia mi dava l’essere affatto tranquillo su quel punto e possedere, per il mio ricordo, documenti così sicuri! Purtroppo non c’era modo di pernottare colà; ritornammo a Salerno e il mattino dopo partimmo di buon’ora per Napoli. Davanti a noi il clivo posteriore del Vesuvio, in mezzo alla plaga più ubertosa; lungo la strada, in primo piano, pioppi colossali come piramidi: un’altra bella immagine, che grazie a una breve sosta potemmo far nostra.

Arrivammo a un punto elevato, e un panorama grandioso si spiegò dinanzi a noi. Napoli nella sua magnificenza, case affacciate per miglia e miglia sulla riva pianeggiante del golfo, promontori, lingue di terra, rocce a picco, e poi le isole e il mare nello sfondo: una vista incantevole.

Un canto selvaggio, o piuttosto un grido, un ululato di gioia, proruppe dal ragazzo alle nostre spalle, facendomi sobbalzare sgomento. Lo apostrofai con asprezza, ed era la prima volta che gli movevamo un rimprovero, da quel buon figliuolo che era.

Per qualche istante egli restò immobile, poi mi batté piano sulla spalla, allungò il braccio destro coll’indice proteso fra noi due e disse: «Signor, perdonate! Questa è la mia patria!». E io non potei che trasecolare di bel nuovo. Qualcosa di simile a una lacrima spuntò nei miei occhi di povero nordico!

Napoli, 25 marzo 1787, Annunciazione di Maria

(…) Fissammo un convegno, che mi consenti di godere uno dei più bei panorami di Napoli. Egli [Kniep] mi condusse a una casa dal tetto a terrazza; da questo si aveva l’intera visione della città bassa verso il molo nonché del golfo e della costiera sorrentina, mentre la parte rimanente, sulla destra, sembrava spostarsi con un effetto singolare, quale difficilmente si sarebbe presentato da un’altra posizione. Napoli è bella, bellissima in ogni suo punto.

Napoli, 26 marzo 1787

(…) Poco fa venne a trovarmi il marchese Berio, un giovane, a quanto sembra, molto istruito. Teneva a conoscere anche l’autore del Werther [Goethe, appunto]. Qui c’è in genere grande richiesta e desiderio di cultura e di sapere; solo che vivono troppo felici per poter imboccare la strada giusta. Se avessi più tempo, lo dedicherei volentieri a loro. Che cosa sono state queste quattro settimane, di fronte all’immensità della vita!

Napoli, 17 maggio 1787

(…) Per quanto riguarda Omero è come se mi fosse caduta una benda dagli occhi. Le descrizioni, le similitudini ecc., ci sembrano voli poetici e sono invece naturali oltre ogni dire, benché indubbiamente presentino una purezza e una forza intima che sgomentano. Perfino le maggiori inverosimiglianze e invenzioni hanno una naturalezza di cui non m’ero mai capacitato prima di trovarmi al cospetto delle cose descritte. Permettimi di chiarire in breve il mio pensiero così: loro, gli antichi, rappresentavano l’esistente, noi, di norma, l’effetto; loro dipingevano il terribile, noi raffiguriamo in modo terribile; loro il piacevole, noi in modo piacevole, e via dicendo. Di qui la fonte d’ogni iperbole, maniera, affettazione, ampollosità. Quando invero si opera cercando l’effetto e basandosi sull’effetto, non si crede mai d’averlo reso abbastanza percettibile. Se questo che dico non è nuovo, certamente in quest’occasione l’ho sentito con particolare vivezza. Ora che ho presente al mio spirito tutto questo: coste e promontori, golfi e insenature, isole e penisole, rocce e arene, colline boscose, dolci pascoli, fertili campi, fioriti giardini, questi alberi ben curati e i tralci pendenti e i monti che toccano le nuvole e questo ridente susseguirsi di pianure, di scogli, di dune, e il mare che tutto abbraccia con tanta mutevolezza e molteplicità di volti, ora l’Odissea è davvero per me una parola viva.

Napoli, 27 maggio 1787

Set di “bambenielli” del presepe,

da San Gregorio Armeno, Napoli.

Cortesia: Ginozar

(…) È questo il momento d’accennare a un’altra costumanza popolarissima fra i napoletani: si tratta dei presepi, che si vedono in tutte le chiese durante le feste di Natale e che rappresentano l’adorazione dei pastori, degli angeli e dei re, in gruppi più o meno completi di figurine abbigliate riccamente e vistosamente. Fin sui tetti a terrazza dell’allegra città si allestisce questa esibizione; entro una leggera impalcatura a forma di capanna, ornata di piante e d’arbusti sempreverdi, si collocano la Vergine, il Bambino e tutti gli altri partecipanti, posati a terra o svolazzanti nell’aria, in splendide vesti, per le quali i padroni di casa spendono grosse somme. Ma un tocco d’inarrivabile bellezza all’insieme è dato dallo sfondo che raffigura il Vesuvio con i paesi circostanti.

Può darsi che qualche volta siano state mescolate in mezzo ai pupi anche figure viventi; fatto sta che tra le famiglie ricche e altolocate va sempre più di moda il divertimento serale di allestire quadri plastici d’argomento profano, ispirati alla storia o alla letteratura.

Napoli, 28 maggio 1787

L’ottimo e utilissimo Volkmann [guida turistica per i visitatori dell’Italia, scritta da Johann Jakob Volkmann, pubblicata nel 1771] mi costringe di tanto in tanto a divergere dalle sue opinioni. Dice per esempio che a Napoli vi sarebbero da trenta a quarantamila fannulloni: e quanti non lo ripetono! Dopo aver acquisito qualche conoscenza delle condizioni di vita del Sud, non tardai a sospettare che il ritenere fannullone chiunque non s’ammazzi di fatica da mane a sera fosse un criterio tipicamente nordico. Rivolsi perciò la mia attenzione preferibilmente al popolo, sia quando è in moto che quando sta fermo, e vidi, bensì, molta gente mal vestita, ma nessuno inattivo.

Chiesi allora ad alcuni amici se veramente esisteva questa massa d’oziosi, desiderando conoscerli io pure, ma nemmeno loro furono in grado d’indicarmeli; sicché, coincidendo la mia indagine con la visita della città, mi misi io stesso sulle loro tracce.

Cominciai, in quell’immensa baraonda, a prendere familiarità con i diversi tipi, a giudicarli e a classificarli secondo il loro aspetto, le loro vesti, i comportamenti e le occupazioni. Questa ricerca mi riuscì più facile che altrove, perché qui l’uomo è più lasciato libero a se stesso e si denota esteriormente in conformità alla propria condizione sociale.

Iniziai le mie osservazioni di buon mattino e, se vidi qua e là gente ferma oppure in riposo, fu perché il loro lavoro così esigeva in quel momento.

I facchini, che in diversi punti hanno i loro posti riservati e aspettano soltanto che qualcuno ricorra a loro; i vetturali, che con i loro servi e garzoni, accanto ai calessi a un cavallo, governano le loro bestie sulle grandi piazze, pronti ad accorrere al primo cenno; i barcaioli, che fumano la pipa seduti sul molo; i pescatori, che se ne stanno sdraiati al sole perché magari il vento è contrario e non gli consente d’uscire in mare. Ne vidi anche molti che andavano attorno, ma quasi tutti portavano il segno d’una specifica attività. Quanto ai mendicanti, non se ne vedevano affatto, se non vecchioni, storpi o gente inabile a qualsiasi lavoro. Più mi guardavo intorno, più attentamente osservavo, e meno riuscivo a trovare autentici fannulloni, nel popolino minuto come nel medio ceto, sia al mattino sia per la maggior parte del giorno, giovani o vecchi, uomini o donne che fossero.

Citerò qualche particolare, così da rendere più credibile ed evidente la mia affermazione. In vari modi si danno da fare anche i ragazzini. Per lo più portano da Santa Lucia in città il pesce da vendere; molti altri s’aggirano nei pressi dell’arsenale o, in genere, dove lavorano i falegnami e v’è quindi abbondanza di trucioli, oppure dove il mare rigetta ramoscelli secchi e legna minuta, tutti affaccendati a raccogliere in piccole ceste anche i minimi frammenti di legno. Sono bambinetti in tenera età, quasi ancora incapaci di reggersi in piedi, che s’industriano in tal modo, guidati dai più grandicelli. Con le loro ceste vanno poi nel cuore della città e si siedono offrendo in vendita quelle piccole provviste di legna. Le comprano gli artigiani o i borghesi di modesta condizione, che le riducono in brace sui treppiedi per scaldarsi o per alimentare i loro semplici fornelli.

Altri ragazzetti girano vendendo l’acqua delle fonti sulfuree, di cui si fa gran consumo specialmente in primavera. Altri ancora raggranellano qualche soldo comprando frutta, miele filato, ciambelle e dolciumi, che offrono e rivendono, piccoli mercanti improvvisati, ai loro coetanei, se non altro per averne gratis una parte. Niente di più grazioso del vedere uno di questi piccini, munito d’un’assicella e d’un coltello per tutta bottega ed attrezzo, andarsene per via reggendo un’anguria o una mezza zucca arrostita; intorno a lui si raccoglie uno sciame di monelli, il bimbo posa a terra l’assicella e incomincia a tagliare il frutto in tanti pezzetti. Gli aspiranti stanno a guardare con grande serietà se la porzione corrisponde alla loro monetina di rame, e il minuscolo trafficante, di fronte a quei famelici, bada altrettanto gelosamente di non rimetterci neppure un briciolo. Sono certissimo che fermandomi più a lungo potrei raccogliere parecchi altri esempi di tale industriosità infantile.

Moltissimi sono coloro – parte di mezz’età, parte ancora ragazzi e per lo più vestiti assai poveramente – che trovano lavoro trasportando le immondizie fuori città a dorso d’asino. Tutta la campagna che circonda Napoli è un solo giardino d’ortaggi, ed è un godimento vedere le quantità incredibili di legumi che affluiscono nei giorni di mercato, e come gli uomini si dian da fare a riportare subito nei campi l’eccedenza respinta dai cuochi, accelerando in tal modo il circolo produttivo. Lo spettacoloso consumo di verdura fa sì che gran parte dei rifiuti cittadini consista di torsoli e foglie di cavolfiori, broccoli, carciofi, verze, insalata e aglio; e sono rifiuti straordinariamente ricercati. I due grossi canestri flessibili che gli asini portano appesi al dorso vengono non solo inzeppati fino all’orlo, ma su ciascuno d’essi viene eretto con perizia un cumulo imponente. Nessun orto può fare a meno dell’asino. Per tutto il giorno un servo, un garzone, a volte il padrone stesso vanno e vengono senza tregua dalla città, che ad ogni ora costituisce una miniera preziosa. E con quanta cura raccattano lo sterco dei cavalli e dei muli! A malincuore abbandonano le strade quando si fa buio, e i ricchi che a mezzanotte escono dall’opera certo non pensano che già prima dello spuntar dell’alba qualcuno si metterà a inseguire diligentemente le tracce dei loro cavalli. A quanto m’hanno assicurato, se due o tre di questi uomini, di comune accordo, comprano un asino e affittano da un medio possidente un palmo di terra in cui piantar cavoli, in breve tempo, lavorando sodo in questo clima propizio dove la vegetazione cresce inarrestabile, riescono a sviluppare considerevolmente la loro attività.

Il discorso sconfinerebbe troppo se volessi parlare dell’infinita varietà dei piccoli commerci che ci si diverte ad osservare a Napoli, come in ogni altra grande città; ma non posso tacere dei venditori ambulanti, dato che provengono soprattutto dagl’infimi strati popolari. Alcuni vanno attorno con barilotti d’acqua ghiacciata, bicchieri e limoni, per poter preparare subito e ovunque una limonata, bevanda cui non rinunziano neppure i più umili; altri reggono su vassoi bottiglie con vari liquori e bicchieri a calice stretto, tenuti fermi da anelli di legno; altri ancora portano canestri di biscotti, leccornie, limoni e altre frutta, e ciascuno sembra voler condividere e ingigantire quella festa del consumo che a Napoli si celebra tutti i giorni.

Oltre all’attività svolta da questi ambulanti, v’è pure una massa di piccoli rivenduglioli girovaghi, che senza tante cerimonie offrono in vendita le loro cosucce disponendole su un asse di legno, dentro un coperchio di scatola, o addirittura sciorinando la loro mercanzia sul nudo terreno delle piazze. Non si tratta allora di merci vere e proprie, quali si troverebbero nelle normali botteghe, ma di autentico ciarpame: non c’è pezzettino inutilizzato di ferro, cuoio, tela, feltro ecc. che non sia messo in vendita da questi robivecchi e non sia comprato dall’uno o dall’altro. Parecchi uomini delle classi più misere lavorano poi come facchini o manovali presso i commercianti e gli artigiani.

È vero, non si fa praticamente un passo senza imbattersi in gente assai malvestita o addirittura cenciosa; ma non per questo si deve parlare di scioperati, di perdigiorno! Sarei quasi tentato d’affermare per paradosso che a Napoli, fatte le debite proporzioni, le classi più basse sono le più industriose. Non si può pensare, beninteso, di mettere a paragone quest’operosità con quella dei paesi del Nord, la quale non ha da preoccuparsi soltanto del giorno e dell’ora immediati, ma nei giorni belli e sereni deve pensare a quelli brutti e grigi e nell’estate deve provvedere all’inverno. Postoché è la natura stessa che al Nord obbliga l’uomo a far scorte e a prendere disposizioni, che induce la massaia a salare e ad affumicare cibi per non lasciare sfornita la cucina nel corso dell’anno, mentre il marito non deve trascurare le riserve di legna, di grano, di foraggio per le bestie e così via, è inevitabile che le giornate e le ore più belle siano sottratte al godimento e vadano spese nel lavoro. Per mesi e mesi si evita di stare all’aperto e ci si ripara in casa dalla bufera, dalla pioggia, dalla neve e dal freddo; le stagioni si succedono inarrestabili, e l’uomo che non vuol finire malamente deve per forza diventare casalingo. Non si tratta infatti di sapere se vuole fare delle rinunce: non gli è consentito di volerlo, non può materialmente volerlo, dato che non può rinunciare; è la natura che lo costringe ad adoperarsi, a premunirsi. Senza dubbio tali influenze naturali, che rimangono immutate per millenni, hanno improntato il carattere, per tanti lati meritevole, delle nazioni nordiche; le quali però applicano troppo rigidamente il loro punto di vista nel giudicare le genti del Sud, verso cui il cielo s’è dimostrato tanto benigno. Si attagliano perfettamente all’argomento le considerazioni fatte dal signor von Pauw nel passo delle Recherches sur les Grecs dedicato ai filosofi cinici. Secondo lui, l’idea che ci si fa delle penose condizioni di quegli uomini non è del tutto esatta; il loro principio di far a meno di tutto è fortemente facilitato da un clima prodigo d’ogni sorta di doni. In quei paesi un povero, uno che a noi sembra miserabile, può non solo soddisfare le più urgenti e immediate esigenze, ma godersi il mondo nel modo migliore; e un cosiddetto accattone napoletano potrebbe altrettanto facilmente sdegnare il posto di viceré in Norvegia e declinare l’onore, se l’imperatrice di Russia gliel’offrisse, del governatorato della Siberia.

Certamente nei nostri paesi un filosofo cinico se la passerebbe male, mentre nel Sud è la natura stessa che lo invita a ciò. Laggiù lo straccione non può dirsi un uomo nudo; chi non ha casa propria o in affitto, ma d’estate passa le notti sotto una tettoia, sulla soglia d’un palazzo o d’una chiesa, o nei porticati pubblici, e se fa cattivo tempo si rifugia in qualche luogo pagando una piccola mercede, non perciò è un reietto e un misero; né un uomo si può dire povero perché non ha provveduto all’indomani. Se si pensa alla quantità di alimenti che offre questo mare pescoso, dei cui prodotti la gente è obbligata per legge a nutrirsi in alcuni giorni della settimana; a tutti i generi di frutta e d’ortaggi offerti a profusione in ogni tempo dell’anno; al fatto che la contrada circostante Napoli ha meritato il nome di Terra di Lavoro (dove lavoro significa lavoro agricolo) e l’intera sua provincia porta da secoli il titolo onorifico di Campania felix, campagna felice, ben si comprende come là sia facile vivere.

Fra l’altro, il paradosso che ho azzardato poco fa si presterebbe a varie riflessioni per chi volesse tentar di dare un quadro esauriente di Napoli; impresa che comunque richiederebbe notevoli capacità e alcuni anni d’indagine. Si giungerebbe forse allora a concludere che il cosiddetto lazzarone non è per nulla più infingardo delle altre classi, ma altresì a constatare che tutti, in un certo senso, non lavorano semplicemente per vivere ma piuttosto per godere, e anche quando lavorano vogliono vivere in allegria. Questo spiega molte cose: il fatto che il lavoro manuale nel Sud sia quasi sempre assai più arretrato in confronto al Nord; che le fabbriche scarseggino; che, se si eccettuano avvocati e medici, si trovi poca istruzione in rapporto al gran numero d’abitanti, malgrado gli sforzi compiuti in singoli campi da uomini benemeriti; che nessun pittore napoletano sia mai diventato un caposcuola né sia salito a grandezza; che gli ecclesiastici si adagino con sommo piacere nell’ozio e anche i nobili amino profondere i loro averi soprattutto nei piaceri, nello sfarzo e nella dissipazione.

So bene che il mio discorso è un po’ troppo generico, e che non è possibile tracciare nitidamente le caratteristiche di ciascuna classe, se non dopo precisa cognizione ed osservazione; ma a grandi linee sarebbero questi, credo, i risultati a cui si approderebbe.

Per riprendere l’argomento del popolino napoletano, si nota in esso il medesimo tratto che nei ragazzi vivaci: ossia, se gli si dà da fare un lavoro non si tirano indietro, ma trovano ogni volta il modo di scherzare su ciò che fanno. Questa specie umana è permeata d’uno spirito sempre sveglio e sa guardare alle cose con occhio libero e giusto. Il suo linguaggio dev’essere figurato, il suo umorismo arguto e mordace. L’antica Atella sorgeva nei dintorni di Napoli e, come l’amatissimo Pulcinella non ristà dal dare spettacolo, così la massa dei più umili continua ad esser partecipe di quella gaiezza.

Nel quinto capitolo della sua Storia Naturale Plinio concede soltanto alla Campania una descrizione diffusa. «Quelle terre» egli dice, «sono così felici, amene e beate che vi si riconosce evidente l’opera prediletta della natura. Si pensi a quest’aria così vivificante, al clima così costantemente mite e salubre, campi tanto fertili, colline solatie, selve inoffensive, ombrosi boschi, utili foreste, monti ventilati, biade a perdita d’occhio, e una tale abbondanza di viti e d’ulivi, di pecore dall’ottima lana, di tori dalla carnosa collottola; tanti laghi, tanta dovizia d’acque irrigue e di fonti, tanti mari, tanti porti! E la terra stessa, che ovunque schiude il suo seno ai traffici e, quasi bramosa di dare una mano all’uomo, avanza le sue braccia nel mare. Non parlerò delle capacità degli abitanti, delle loro usanze, delle loro energie, né di quant’altre stirpi essi hanno sottomesso con la lingua e con la mano. Su questo paese i Greci, popolo che aveva una smisurata opinione di sé, hanno espresso il più lusinghiero giudizio dando a una sua parte il nome di Magna Grecia.»

Napoli 29 maggio 1787

L’eccezionale giocondità che qui si nota dappertutto ci riempie di gioia e di simpatia. I fiori e i frutti multicolori di cui s’adorna la natura sembrano invitare gli umani a rivestire se medesimi e tutto ciò che usano delle più vivaci tinte. Chiunque, purché lo possa, s’infronzola di scialli e di nastri di seta, mette fiori sui cappelli. Nelle case più modeste fiorami variopinti su fondo oro ornano sedie e cassettoni, e anche i calessini sono verniciati di rosso fiammante, hanno intagli dorati, e i cavalli che li tirano portano ghirlande di fiori finti, fiocchi vermigli, fregi di similoro, molti inalberano ciuffi di piume e finanche bandierine che nella corsa traballano a ogni movimento. Noi abbiamo il vezzo di chiamare barbara e priva di gusto la predilezione per i colori vistosi, e può darsi che in qualche modo lo sia a volte, o lo diventi; ma in realtà sotto il cielo serenamente azzurro non c’è nulla di vistoso, poiché nulla può vincere lo splendore del sole e il suo riflesso nel mare. Il colore più vivo viene smorzato dalla forza della luce, ed è così intenso l’effetto che tutti i colori — dai verdi degli alberi e delle piante ai toni gialli, bruni, rossicci del terreno producono sull’occhio, che anche la screziature dei fiori e delle vesti si fonde nella generale armonia. I corpetti e le gonne scarlatte delle donne di Nettuno, riccamente trapunti d’oro e d’argento, gli altri costumi locali colorati a profusione, le barche dipinte, ogni cosa, insomma, sembra voler fare a gara per spiccare comecchessia nella luce celeste e marina.

E così come vivono, seppelliscono anche i loro morti: nessun lento corteo nero turba l’armonia di questa generale vivacità.

Ho veduto il funerale d’una bimba. Un gran drappo di velluto rosso, con abbondanti ricami in oro, copriva un largo feretro su cui era deposta una piccola cassa lavorata a intaglio, tutta fregi dorati e argentati; la salma biancovestita era nascosta da un subisso di nastri rosa. Ai quattro spigoli della cassa quattro angeli, ciascuno alto circa due piedi, reggevano sulla morticina grandi fasci di fiori, ed essendo assicurati alla base con semplici fili di ferro, dondolavano su e giù a ogni scossone della bara, come se spandessero miti, vivificanti olezzi di fiori; e dondolavano sempre più energicamente man mano che il corteo procedeva accelerando il passo, dietro ai preti e ai chierichetti che correvano più che camminare.

Non v’è stagione in cui non ci si veda circondati d’ogni parte da generi commestibili; il napoletano non solo ama mangiare, ma esige pure che la merce in vendita sia bellamente presentata.

A Santa Lucia le varie qualità di pesci – gamberi, ostriche, cannolicchi, piccoli crostacei – vengono presentate di solito ciascuna in una bella cesta pulita e su uno strato di foglie verdi. Le botteghe di frutta secca e di legumi sono decorate con fantasiosa varietà; distese d’arance e di limoni di tutte le specie, con le verdi fronde che sporgono piacevolmente frammezzo. Ma soprattutto curate sono le mostre delle carni, sulle quali si appuntano più cupidi gli sguardi della folla, ché il dovervi spesso rinunciare stuzzica l’appetito.

Sui banchi dei beccai i quarti di bue, di vitello, di castrato non sono mai esposti senza abbondanti dorature, sia sulle parti grasse, sia sul fianco e sulla coscia. Diversi giorni dell’anno, in ispecie quelli delle feste natalizie, sono dedicati alla gastronomia; la cuccagna allora è generale, quasi si fossero dati parola in cinquecentomila per celebrarla, e via Toledo come molte altre strade e piazze sono una sfilata di mostre appetitose. Le botteghe che più rallegrano l’occhio sono quelle degli ortolani, che espongono uva passa, meloni e fichi. I generi alimentari sono appesi in ghirlande sovrastanti le vie; grandi rosari di salsicce dorate e legate con nastri rossi; tacchini ciascuno con una banderuola rossa sotto il codrione. Se ne vendettero, a quanto mi fu assicurato, ben trentamila, senza contare quelli ingrassati dai privati a domicilio. Inoltre frotte d’asini carichi d’ortaggi, capponi, agnellini da latte, vengono spinte per le vie e sui mercati, e di qua, di là si vedono montagne d’uova così gigantesche da non credere che se ne possano ammucchiare tante insieme. E non basta che si consumi tutta questa massa di roba: ogni anno un poliziotto a cavallo, accompagnato da un trombettiere, percorre la città annunciando su ogni piazza e ad ogni crocevia quante migliaia di buoi, vitelli, agnelli ecc., sono state divorate dai napoletani. Il popolo ascolta attento, giubila all’udire le cifre colossali, e ognuno ricorda con soddisfazione la parte avuta nella grande ribotta.

Quanto ai cibi a base di farina e di latte, che le nostre cuoche sanno preparare in tante maniere, la gente di qui, preferendo evitare complicazioni e non avendo cucine ben attrezzate, ricorre a due risorse: anzitutto ai maccheroni, specie di pasta cotta di farina sottile, morbida e ben lavorata, che vien foggiata in diverse forme; dappertutto se ne può acquistare d’ogni genere per pochi soldi. Si cuociono di solito in semplice acqua, e il formaggio grattugiato unge il piatto e nello stesso tempo lo condisce. A quasi tutti gli angoli delle maggiori vie stanno poi i friggitori con le padelle piene d’olio bollente, pronti a preparare sui due piedi, specie nei giorni di magro, pesci fritti e frittelle a seconda delle richieste dei passanti. Vendono a tutto spiano, e sono migliaia quelli che se ne vanno portandosi il necessario per il pranzo o per la cena avvolto in un brandello di carta.

Napoli, 30 maggio 1787

Passeggiando di notte per la città giunsi al molo. Con una sola occhiata vidi la luna, il suo chiarore sugli orli delle nuvole, il dolce tremolio del suo riflesso nel mare, più chiaro e più vivo sul bordo dell’onda vicina. E poi le stelle in cielo, le lanterne del faro, il fuoco del Vesuvio, il suo specchiarsi nell’acqua e un brulichio di mille piccole luci sulle imbarcazioni. Un tema infinitamente multiforme, che mi sarebbe piaciuto veder sviluppato da Van der Neer.

Napoli, sabato 2 giugno 1787

E anche quest’altra bella giornata posso bensì dire d’averla trascorsa piacevolmente e utilmente in compagnia d’elette persone, ma contravvenendo ai miei piani e con l’ansia nel cuore. Guardavo con struggimento la colonna di vapori che digradava lenta dal monte verso il mare, segnando il percorso via via imboccato dalla lava. Anche la sera non sarei stato libero; avevo promesso di far visita alla duchessa Giovane [Giuliana Giovane, donna di eccezionale cultura] che abitava nella reggia. Dovetti salire parecchie scale e percorrere file di corridoi, ingombri all’ultimo piano di casse, armadi e tutte le seccaggini connesse ai guardaroba di corte, finché, entrato in una sala dall’alto soffitto e dall’aspetto sobrio, trovai un’avvenente giovane signora di garbata e gradevole conversazione. Tedesca per nascita, non le era ignoto come la nostra produzione letteraria avesse acquistato un senso d’umanità più libera e più lungimirante; stimava altamente le ricerche di Herder e della sua sfera ideale, e nutriva la più profonda simpatia per il limpido intelletto di Garve. Si sforzava di tenersi alla pari con le scrittrici di Germania, ed era evidente la sua aspirazione ad acquistare esperienza e fama nel campo delle lettere. Su tutto ciò m’intrattenne, lasciando trasparire il proposito di svolgere un certo influsso sulle fanciulle dell’alta nobiltà; erano argomenti davvero inesauribili.

Stava già facendosi buio e non avevano ancora portato i lumi. Passeggiavamo su e giù per la stanza, quando, avvicinatasi alle finestre laterali chiuse da scuri, ella aprì un’imposta, e io vidi allora ciò che si vede una sola volta nella vita. Se, così facendo, ella aveva inteso sorprendermi, v’era perfettamente riuscita. Eravamo a una finestra dell’ultimo piano, col Vesuvio proprio di fronte; il sole era tramontato da un pezzo e il fiume di lava rosseggiava vivido, mentre il fumo che l’accompagnava andava prendendo una tinta dorata; la montagna mugghiava cupa, sovrastata da una gigantesca nube immobile, le cui masse a ogni nuovo getto si squarciavano balenando e illuminandosi come corpi solidi. Di lassù fin quasi al mare correva una lingua di braci e di vapori incandescenti; e mare e terra, rocce e alberi spiccavano nella luminosità del crepuscolo, chiari, placidi, in una magica fissità. All’abbracciare tutto questo con un solo sguardo, mentre dietro il monte, quasi a suggellare la visione incantevole, sorgeva la luna piena, c’era di che trasecolare.

Da quel punto l’occhio poteva spaziare su tutto l’insieme e, anche se non riusciva a distinguere gli oggetti uno per uno, l’impressione di grandiosità non veniva meno. Il nostro colloquio, interrotto da quello spettacolo, riprese toccando corde ancor più intime. Era aperto dinanzi a noi un libro che i millenni non bastano a commentare. Più fonda era la notte, più luminoso pareva farsi il paesaggio; la luna risplendeva come un secondo sole; le colonne di fumo, rompendosi in strisce e cumuli inondati di luce, risaltavano in ogni particolare, tanto che sembrava di poter discernere quasi a occhio nudo i macigni ardenti scagliati su dalla tenebra del grande cono. Colei che mi aveva convitato a quel festino, che più splendido non avrebbe potuto essere, ordinò che le candele fossero retrocesse in fondo alla sala; e la bella donna, illuminata dalla luna in primo piano su quel favoloso quadro, mi sembrò farsi più bella ancora, anzi adorabile più che mai, nell’udir fluire così piacevolmente dalle sue labbra, in quel paradiso meridionale, la favella tedesca.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...